Il 22 maggio Arcana ha dato alle stampe il nuovo libro di Camilla Sernagiotto dal titolo “These Must Be the Places – Atlante oscuro del Rock” (€ 19,90), di fatto un compendio di quello che può essere considerato uno spin-off, e cioè il bel podcast “La maledizione del Dakota”. Una parte di quel podcast, infatti, si ritrova, a varie riprese, anche in questo volume, ma chiaramente meno dettagliata, per ovvi motivi.
Diciamo subito: il testo in questione è un bel volume, con pochissimi difetti e tanti pregi. Il primo, di sicuro quello che fa pendere la bilancia dal lato dei pregi, è che il volume prende sul serio temi, voci e leggende delle quali ci siamo nutriti per anni. Anzi, diciamola così. Ricordate il bel film di Orson Welles “Storia immortale”, tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen (il testo si trova nella raccolta “Capricci del destino”)? Per farla breve: un ricco signore decide di impegnarsi per rendere vera una storia che sente raccontare da decenni. Tralasciando tutta la teoria che questa storia implica e comporta, il volume di Sernagiotto fa esattamente la stessa cosa: prende sul serio, come se fossero vere, leggende e storie principalmente maledette del rock e di generi affini. Ne deriva, dunque, un libro che, allo stesso tempo, è una guida a un viaggio alternativo, una microstoria del genere e, non ultimo, una piccola controstoria che, pur senza perdere mai la rotta, porta inevitabilmente a pensare che qualche piccolo complotto, qua e là, ci sia comunque stato.
Procediamo con ordine. Che ci siano tour e viaggi “organizzati” nei luoghi di cronaca nera, o di gravi incidenti, o di invenzioni letterarie (si veda “Il Codice da Vinci” o la trilogia “Millennium” di Stieg Larsson), è cosa ormai nota. C’è anche chi ha codificato luoghi magici in città (Torino su tutte), Venezia (consiglio la lettura dell’episodio di Corto Maltese “Corte Sconta detta Arcana”, per scoprire una Venezia magica…), Roma, ma anche in zone circoscritte come il Lago di Garda e le Colline Moreniche (si leggano i volumi di Simona Cremonini). Insomma, questo genere di letteratura funziona, figuriamoci poi nell’epoca digitale, dove tutto questo mondo diventa sinonimo di libertà, vera indipendenza di pensiero e autonomia di giudizio. Sernagiotto, che alle spalle ha una formazione importante che spazia dal giornalismo alla filologia medievale, fino alla scrittura, non cade mai nel complottismo, ma abilmente gioca sul filo del rasoio. Un colpo al cerchio di chi ama questi misteri – e Dio solo sa quanti vinili abbiamo rovinato per ascoltare i messaggi satanici al contrario – e un colpo, ben assestato, qua e là, alla botte, per ricordare a tutti che va bene il mistero, passi pure la credenza e la credulità, ma a tutto c’è un limite: chiari e netti, e apprezzati, ad esempio, i giudizi su Charles Milles Manson e Mark David Chapman; lucide le pagine sui luoghi occulti, chiari i giudizi sulle tragedie umane.
Sernagiotto, dunque, in queste pagine non propone oro per gli allocchi e nemmeno sfrutta la credulità altrui. Semplicemente, con una scelta stilistica agile – capitoli brevi – e accurata – un finale con playlist e consigli vari – Sernagiotto ci conduce in un tour dell’orrore che oscilla fra la mera cronaca nera e la visione del genere proposta dal miglior Sclavi (ai tempi d’oro del primo Dylan Dog). L’orrore sta nel quotidiano, spesso dietro le mura di casa: gli episodi sono molti, dalle parole delicate su Amy Winehouse al bel capitolo su Nick Drake, passando per Ian Curtis e Kurt Cobain, fino ai nostrani Rino Gaetano e Fred Buscaglione. Una guida per viaggi anomali, dove quasi sempre si consiglia la vista da fuori e mai la morbosa voglia di entrare e guardare nel mistero. Se all’inizio della lettura può sorgere il dubbio che ci sia un gusto del macabro in queste pagine, man mano che si avanza nella lettura è chiaro che nel volume non c’è alcuna estetica fine a se stessa della morte. Anzi, appare chiaro che Sernagiotto sta raccontando, con un taglio particolare, la tragedia di giovani uomini e donne che, in epoche diverse, si sono bruciati, o che sono stati lasciati bruciare (questo aspetto emerge chiaramente, qua e là, e non viene mai celato) da un mondo che era ben distante e diverso da quello attuale.
Perché oggi non è più così? Viene da chiederselo. Perché la musica non è più quella di quegli anni. Il contrasto emerge chiaro – più nel podcast, a dire la verità – come nelle vicende di Lennon, ma anche nei finali di Hendrix, Cobain, Johnson, Morrison, e cioè i casi più eclatanti. Morti che inevitabilmente sono figlie di un’epoca dove musica e politica erano legate in modo potente. L’autrice non insinua nulla, ma neppure evita di lasciar intendere che qualche legame ci sia. Dosa bene il tutto, ma non nasconde e non lascia correre.
Ecco, il secondo pregio del volume è quello di contestualizzare sempre quanto accade. Sernagiotto evita qualsiasi retorica dell’eroe giovane e bello, ma non lascia fluttuare i racconti nel vuoto di uno spazio-tempo privo di coordinate. Abilmente connette fili – alla Saramago della “Zattera di pietra” – e mette insieme combinazioni che, spesso, fanno chiaramente capire che, volendo, si possono trovare coincidenze in tutto, prerogativa dei complottisti. Dai nomi che ritornano ai numeri, dalle date agli anni, dalle stanze alle case. Il complottismo si regge sulle presunte coincidenze, come l’occulto e la magia hanno stilemi ben chiari: case, stanze, porte chiuse, colline, il diavolo, presenze. Nel volume non manca nulla di tutto questo, dai sotterranei del metal alle case – anche in Italia – di occultisti, maghi e santoni. Il tutto sullo sfondo di anni dove droga, controcultura, boom economico, giovani, fantasia al potere e, non ultimo, la musica erano un mix vero di energia che avrebbe potuto cambiare lo status quo delle cose. Sappiamo come è finita e oggi non solo – per fortuna – nessuno muore più in quei modi, e cioè per la musica/arte, ma abbiamo anche una musica depotenziata e incapace di qualsiasi azione rivoluzionaria, quanto meno negli intenti.
Per ultimo, il volume si regge tutto su una teoria ben nota che, se vogliamo essere leggeri, è figlia delle credenze dell’occulto, e cioè che i luoghi trattengano e si impregnino di anime, sofferenza e dolore (mai, ovviamente, di gioia, felicità e amore). Un modo – è chiaro – per esorcizzare quella pulsione di morte dalla quale – Freud insegna – nessuno è esente e nessuno può sfuggire. In realtà, quella teoria nasce dalla cultura ebraica, e cioè dall’idea che i campi di concentramento abbiano trattenuto quel dolore. Anche qui serviva dare senso al non senso (apparente) dell’orrore assoluto. Da qui l’idea – vecchia come il mondo – che le anime restino nei muri, nelle piastrelle e nei legni. D’altronde, nella cultura contadina si aprivano le finestre quando si spirava nella propria abitazione. Non è un caso. Qui noi sfogliamo le pagine, belle, intense e originali (con qualche cedimento, ma non troppo, e ben diluito) di un libro dal quale – forse – far uscire spiriti.
Mentre scrivo si sta scatenando un temporale, con tuoni e fulmini, e io abito al numero civico 17, e un gatto nero è appena scappato davanti alla mia porta. Che siano segni o sintomi? Chissà… Un buon libro, che taglia una storia nota da una prospettiva diversa e che consente anche di riascoltare qualche bell’album con orecchie diverse.
Articolo di Luca Cremonesi
