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Ellade Bandini “L’Ellìade Vita epica di un batterista”: l’autobiografia di un mito del Rock italiano

La storia del più importante batterista tricolore si risolve in un volume breve e parco di aneddoti sui grandi cantautori

Il 27 marzo è uscito, per i tipi di Arcana, “L’Ellìade. Vita epica di un batterista” (€19,50), volume autobiografico di Ellade Bandini, il dio della batteria nel Bel Paese. Il titolo e, soprattutto, la storia di Bandini sono garanzia di un racconto made in Italy di primaria importanza. Se c’è qualcuno che, in Italia, ha da raccontare parecchie cose su artisti iconici, questo è Ellade Bandini, batterista autodidatta originario di Ferrara. Il titolo del volume sembrava non tradire le attese, dato che giocava con l’assonanza dei grandi poemi omerici, sottolineando appunto il carattere epico della vicenda unica di Bandini. Basti dire, per sommi capi, che il batterista ferrarese ha suonato con Guccini per oltre 45 anni, con De André per 14 anni, con Conte, Bennato e Mina. Questi sono solo alcuni dei nomi, perché poi Bandini è un turnista immenso, e la sua batteria è presente in tanti, tanti, tanti album e brani della musica italiana.

Insomma, tutto lascia sperare in una lettura davvero epica, con pagine di aneddoti, ricordi e retroscena; materiale atteso dai fan e dai curiosi, quando appunto si ha per le mani un volume scritto da un personaggio di questo calibro. E invece… E invece il testo è composto da sole 170 pagine, per un condensato di storie che lasciano un poco di amaro in bocca. Un poco come lo era stata l’autobiografia di Angelo Branduardi (la nostra recensione). Vero, forse le aspettative erano tante, non lo nego. Sia chiaro, il testo è interessante e comunque figlio di una testimonianza diretta importante. Il racconto di Bandini è onesto, genuino, senza tanti fronzoli, e quasi sicuramente scritto interamente da lui. Ma è proprio questo il punto. Data la materia, forse sarebbe stato meglio avere accanto al grande Ellade un ghost writer che, a conoscenza della vicenda, sapesse come, dove e quando interrogare e sollecitare il Nostro. Facciamo alcuni esempi.

Oltre 45 anni di collaborazione con Guccini, al fianco di Ares Tavolazzi, Vince Tempera, Flaco Biondini e Antonio Marangolo (cioè, vi rendete conto?….) non possono essere risolti in uno striminzito capitolo, al quale si aggiunge qua e là qualche battuta. Non ci voglio neppure credere che non ci siano racconti, aneddoti, situazioni, incontri e quant’altro che vadano raccontati. Niente, il volume in questione tratta l’argomento come la narrazione, al bar, di poco più di una scampagnata, e basta. Credo che sapere come lavorava Guccini in studio, come venivano costruite le melodie su testi lunghi – la cosa viene accennata, e poco più – come artisti di mondi diversi riuscissero a collaborare e come si stava in tour fossero elementi essenziali. E invece… e invece la timidezza, non tanto nascosta, di Bandini fa sì che di tutto questo mondo sconosciuto a noi mortali non si sappia ancora nulla. L’effetto, insomma, è quello dello studente che torna a casa dopo scuola, e il genitore, speranzoso, chiede come sia andata. La risposta, come è noto, è sempre: “Tutto bene, fatto niente”. Ecco, leggendo i capitoli di Bandini dedicati a Guccini e De André, diciamolo, i più attesi, si resta sospesi, proprio come quel genitore. Si prende atto, e si aspetta di sapere, prima o poi, come siano andate davvero le cose.

Se poi aggiungiamo Mina (e ok, va bene, qui si può capire), Paolo Conte, del quale, quanto meno, qualche piccolo aneddoto sulla vicenda di Parigi emerge, ma poca roba, e Bennato, del quale forse la pagina di Wikipedia è più ricca, se si considera che in quella formazione oltre a Edoardo c’erano Bandini e Avitabile, anche in questo caso, considerati i pezzi da 90, ci si aspettava qualcosa in più. Sulla collaborazione con Albano e Romina (totalmente assente però nel testo) c’è qualcosa in più, ma, mi sia concesso, sarebbe come avere fra le mani l’autobiografia del premio Nobel Mihail Sergeevič Gorbačëv e leggere solo di quando ha incontrato il presidente di sezione di Cavriago… Ecco, capite bene che sarebbe quanto meno strano, pur se interessante. Insomma, Bandini era in piazza Maggiore con Guccini, e basterebbe quel racconto per impreziosire il volume, ed era presente anche nell’ultimo lavoro, e dunque sarebbe bello capire perché non andò mai in tour, o come sono nati testi come “Lettera”, “Cyrano”, “Canzone per Silvia”, “Addio” e così via. Stessa cosa per De André, dato che nell’ultimo tour Bandini c’era, e da Cordini sappiamo, con il contagocce, cosa accadde alle ultime prove. Certo, anche qui si può capire il pudore, e ci mancherebbe, ma sono episodi già in parte raccontati, quindi non si violava nulla, ma si sarebbe potuto dare un altro punto di vista.

Molto interessante invece la prima parte, quella più intima. Il piccolo Ellade, il rapporto con il padre, i problemi a scuola e la voglia di muovere le bacchette. Queste sono pagine belle, e forse valeva la pena concentrarsi solo su queste. Insomma, il libro scorre via molto veloce, fra attese disattese, delusioni e spiragli che si aprono, qua e là, sul mistero. Perché scrivere questi libri, poveri di materiali, e nei quali nulla viene raccontato? Forse per esigenze editoriali, ma è chiaro che sarebbe meglio non sprecare queste occasioni, data l’importanza e la caratura del personaggio in questione. Parliamo del più grande batterista italiano, che ha molto, tanto, e di qualità, da raccontare. Serve uno sforzo in più per rispetto di questo personaggio, per rispetto della sua storia e di quello che ha rappresentato per la musica nel nostro Paese. Insomma, leggetelo certo, ma preparatevi a restare delusi, e non poco.

Articolo di Luca Cremonesi

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