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Giacomo Bottà “CCCP, Affinità e divergenze – Suoni, mappe e territori”

Il saggio di Giacomo Bottà rilegge i CCCP con una contro‑storia che smonta miti e restituisce contesto

Nottetempo ha dato alle stampe il 26 aprile il volume di Giacomo Bottà dal titolo “CCCP, Affinità e divergenze – Suoni, mappe e territori” (17 euro). Un saggio di 111 pagine dedicate al primo album del gruppo di Ferretti e Zamboni, “Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi. Del conseguimento della maggiore età” (1986).

Ogni storia ha una sua contro-storia, e questo libro può considerarsi il contro-altare di una buona fetta di narrazioni che, in questi ultimi anni, hanno ruotato attorno al fenomeno CCCP. A dirla tutta, va ricordato subito che il testo ha un difetto di base, non nascosto dall’autore, docente universitario e ricercatore che sa bene quali sono le regole del gioco se ci si muove nel mondo accademico: l’accesso diretto alle fonti. Bottà dichiara subito che la sua opera è mutilata, perché mancano le testimonianze dirette dei CCCP. Ferretti e Zamboni, Giudici e, in parte, Fatur, non hanno voluto rilasciare interviste o intrattenere conversazioni con il Nostro. Difetto che però viene in parte ovviato con materiale d’archivio.

Sui CCCP fonti non mancano, vero. Soprattutto dal 2024 a oggi. Ma è altrettanto vero che, se si imposta un saggio su canali diversi da quelli ufficiali, servono molte fonti, soprattutto se il viaggio che si intraprende è quello, si diceva, della contro-storia. Bottà, infatti, è lontano dalla narrazione alla quale siamo abituati, che ha in Michele Rossi un grande traghettatore, voce autorevole, con accesso diretto alle testimonianze della band. Il tutto, oltre a saggi, conferenze e scritti, è ben condensato nel recente “Condotti da fragili desideri. Parole e liturgie dei CCCP-Fedeli alla linea” (la nostra recensione), libro necessario e importante per capire la storia della band originaria di Reggio Emilia.

Questo nuovo libro, invece, si allontana da quel filone – Rossi non viene mai citato, pur se non si prescinde dai suoi lavori (citati nella bibliografia) – e prova a intraprendere una strada che chiama in causa il grande rimosso, e cioè Umberto Negri, bassista e fondatore della band, autore di una monografia che possiamo considerare al pari dei Vangeli apocrifi. Bottà non poggia tutto il suo impianto su quel lavoro, ma è chiaro che in queste pagine il punto di vista di Negri c’è, e non è stato messo al bando come è accaduto in tutti gli scritti del biennio ’24-’26.

Allo stesso tempo, lo sguardo di Bottà utilizza la cassetta degli attrezzi di Deleuze & Guattari (territorializzazione e riterritorializzazione abbondano nelle 111 pagine), insieme agli strumenti dell’antropologia e della critica comparata, senza dimenticare un pizzico (ma davvero poco) di critica musicale. Il risultato è un saggio piacevole, che si legge con interesse, ma che non consente di scoprire vere strade alternative per il difetto di fondo. Le supposizioni, pur se pienamente condivisibili in molti casi, non sono supportate da domande rivolte ai protagonisti, le cui risposte sarebbero state molto interessanti.

Così, a conti fatti, la cosa più interessante di questo volume è l’omonima playlist resa disponibile su Spotify. Un mondo musicale che, a oggi, era oggetto di analisi negli scritti dell’epoca, ma che nel biennio 2024-2026 non era stato toccato da nessuno, tanto meno da Scanzi che, al Gran Galà Punkettone, provò anche a mescolare le carte, raccontando una stramba genealogia di “Emilia Paranoica”. Bottà, da questo punto di vista, riporta un po’ le cose sulla terra, senza scomodare troppo gli dei, le muse e le divine ispirazioni. I CCCP erano inseriti in un contesto, in un territorio e in una scena internazionale che aveva come punti di appoggio la voglia di usare la lingua madre – l’italiano nel caso dei CCCP -, un’estetica diversa da quella made in USA – e dunque si guardava all’URSS – e un ambito musicale definito, in modo efficace, “cold pop”. Dalla musica tedesca e da Berlino – molto apprezzato il passaggio dove si sottolinea come l’incontro fra Ferretti e Zamboni è stato “fortuito e altamente mitificato” – si passa alla lingua italiana e a Reggio Emilia. L’alchimia è tutta lì, ed Emidio Chimenti, nel finale, sorregge con poche parole un impianto interpretativo che, lo ripeto, è condivisibile, ma peccato che non sia sostenuto da testimonianze dirette e interviste ai protagonisti.

In sintesi, la differenza si poteva fare anche in Italia, e non solo a Berlino. E la si poteva fare cantando in italiano e non solo in inglese (come in Germania lo si faceva in lingua tedesca). E ci si poteva arrivare anche mescolando quanto di buono c’era nella musica locale, senza importare tutto dall’estero per mescolarlo con il genuino lambrusco e con gli americanissimi popcorn. Il saggio, dunque, riporta tutta questa storia con i piedi per terra. Smonta il mito, o meglio, la narrazione del mito (e vien da pensare che i tre live di Berlino, con le conseguenti polemiche, fossero la prova di un risveglio della cellula che, forse, qualcosa da dire lo aveva davvero. Poi, però, si sono fatte altre scelte per il tour…) e rimette a posto alcuni elementi. Bottà non nega mai la grandezza dell’opera, e tanto meno quella della band e dei suoi protagonisti. Tuttavia, il libro ci mostra come questo fenomeno abbia saputo trarre spunto da tutto quello che c’era, perché c’era davvero un mondo culturale che si muoveva in quella direzione.

Tutto questo non rinuncia al mito, non butta alle ortiche quanto fatto, ma lo esalta ancor di più. Da quel contesto i CCCP hanno saputo dire la loro, con pochi mezzi, massimizzando il risultato, e cioè scuotendo una scena musicale che ancora aveva voglia di cercare e promuovere novità. A conti fatti, la lettura del testo ci lascia con due interrogativi aperti. Cosa avrebbero potuto dire i CCCP di tutto questo e, in parallelo, che tempi stiamo vivendo oggi, dove gli show sono solo dei grandi best of (e anche Gino Castaldo, di recente, non ha potuto continuare a negarlo) e di vere novità non ce ne sono più? 

Forse – questa è la mia riflessione finale, una volta chiuso il testo – non è che anche a noi, pubblico ormai assai distratto, tutto questo vada bene? Il libro fornisce anche questa risposta, fra le righe.

 Articolo di Luca Cremonesi 

© Riproduzione vietata

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