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Stefano I. Bianchi “Bruce Springsteen – The Promised Man”

Libro da avere, per conoscere e capire l’amore verso un artista, e di quanto faccia male vederlo evolvere.

Un atto d’amore, e come tale va letto e recensito. Il bel volume di Stefano I. Bianchi, “Bruce Springsteen The Promised Man”, torna disponibile in una nuova edizione, aggiornata (di fatto al 2025), per i tipi di Sprea, a un prezzo onesto di 12,90 euro. In origine il volume era uscito nella prestigiosa collana “Director’s Cut” della rivista Blow Up, serie di volumi che bisogna avere in casa. Senza se e senza ma.

Un atto d’amore, si diceva. Il volume va letto e valutato in questo modo. La premessa è necessaria, primo perché Bianchi è una guida, un faro luminoso per tutti noi (che amiamo leggere di musica), poi perché la sua creatura, “Blow Up”, è la rivista che fa arrabbiare tanto quanto viene amata in modo incondizionato. Stessa cosa per lo stile di Bianchi e dei suoi redattori. In poche parole, quando si legge “Blow Up”, o i “Director’s Cut” di chi si ama, si è certi che tutto quello che sappiamo ci sarà, e non mancherà nulla. Di contro, troveremo sempre – sempre, sottolineo – qualcosa che non sapevamo e che non si trova da nessun’altra parte, se non in quelle pagine. Stessa cosa accade in queste rinnovate 250 pagine, in formato leggibile per chi è ormai privo di molte diottrie. Quello che vi troverete è ciò che già sapete di Springsteen, sempre che siate fan, ovviamente, o adepti, come ci ricorda Bianchi, ma anche quello che non sapevate, e cioè analisi dei bootleg, aneddoti dosati con sapienza, infiniti rimandi a dischi e autori vari, omaggi, riflessioni su brani minoritari, e tanto altro ancora. Informazioni preziose che oggi, ed è un vero pregio del testo, non si trovano neppure in rete. Sono convinto che la critica, di qualsiasi natura, oggi debba essere così, e cioè dirci cose che non sappiamo, e fin qui…, e darci informazioni che non si trovano con facilità. Questo perché serve studiare, applicarsi e conoscere le cose, non solo sommarle o sussumerle con una ormai banale AI.

Così le pagine della vecchia edizione, sistemate e riviste, sono un balsamo per chi, negli anni, si è comunque avvicinato a Springsteen con meno pregiudizi del passato. Quelle nuove, e cioè le riflessioni sugli ultimi lavori, sono meno intense (presto vedremo il perché), ma aiutano a riflettere sui molti live visti, sulle canzoni ascoltate e sulle riflessioni che caratterizzano il rocker statunitense in questi ultimi anni. Il tutto, insomma, è ben dosato, con anche quella ricerca terminologica che fa capire di non avere a che fare né con una macchina erudita né, tanto meno, con una persona che ha nella propria faretra non più di 150 vocaboli. Lettura dotta, attenta, preziosa, che aiuta a riascoltare l’intera discografia, perché alcune cose – appunto – non le si sapeva, nonostante i solchi nei vinili, continuamente ripuliti con dell’economico Vetril, nella speranza – vana – che il suono sia migliore di quello degli ormai volgari CD.

Tutto questo, però, fa da contraltare a un altro aspetto che, ne sono convinto, serve sottolineare, perché non si può far finta di nulla mentre si scrive di questo volume che, sia chiaro, resta un testo da avere in casa. Però, una volta messo nello scaffale, accanto agli altri testi dedicati alla musica di Springsteen, serve anche sapere che abbiamo in mano un oggetto, parafrasando De André, che nessuna pietà fa esimere dal rancore. Mi spiego. Le storie d’amore sono destinate a finire, così si dice. Quanto meno se non evolvono. Così, quando ci si lascia, oltre all’inevitabile esplosione atomica (così la chiama il filosofo Badiou nel libello “Amore”), c’è la fase di assestamento, quella di solitudine e, a seguire, quella durante la quale si guarda all’ex partner come qualcuno che, in fin dei conti, non ce la farà mai a essere come quando era con noi. Se si risposa, sarà comunque minestra riscaldata; se si accompagna, alla fine rivivrà le stesse cose; se resta solo, è sfigato; se prende altre strade, il meglio lo ha già comunque dato. Così è, perché le storie d’amore, con buona pace di Venditti, non fanno alcun giro immenso, e manco ritornano. Semplicemente evolvono. Così accade per chi lascia, ma non di certo per chi è lasciato. Meno male che Bianchi – onesto lo è sempre stato, e questo è un fatto meritevole di plauso – lo scrive, nero su bianco, a pag. 226: “Che è da vecchi rincoglioniti rimpiangere i bei tempi che furono e non potranno più essere, che è da innamorati rancorosi rimproverare all’altro la fine naturale di un amore? Indubbiamente: ma cos’altro sono io che sto scrivendo, se non questo?”. Ecco, detto fatto. Però sono convinto che sia solo un passaggio dovuto al lettore, ma non creduto fino in fondo dall’autore.

Così apprendiamo da Bianchi che qualsiasi evoluzione del Nostro non piace, non soddisfa, non porta nulla di nuovo ed è solo produzione di merce, anzi, mero feticismo delle merci. Drastico? Non credo… parlano i fatti. Se non c’è la E Street Band al fianco di Springsteen, allora gli album sono mediocri, se non ciofeche (si vedano le analisi di “Tunnel of Love”, di “Human Touch” e di “Lucky Town”). Se la E Street Band torna a esserci, allora tutto è cacofonico, pomposo, sa di vecchio e stantio (si vedano le pagine dedicate a “The Rising”, “The Magic” e “Letter to You”). In sostanza, Springsteen va bene fino a “Born in the U.S.A.”, che però a sua volta è già comunque un tradimento. Bianchi arriva anche allo sfregio finale: basta fare il cantante, meglio mettersi a scrivere romanzi. Sono convinto che se davvero lo facesse, ci sarebbe da ridire, sottolineando che non scrive come avrebbe fatto negli anni ’70.

Insomma, gli anni ’70 sono oro, incenso e mirra, mentre tutto il resto non vale neppure la scatola che contiene i tre tesori portati dai Re Magi. Non so, mi pare tutto troppo riduttivo, e figlio di un amore tradito, e di un lutto non ancora elaborato nel (molto) tempo passato, ma che è appunto passato e che fortunatamente ci ha portato nuove esperienze e una inevitabile vitale evoluzione. Sinceramente, avere uno Springsteen alla Ligabue, fermo e fossilizzato negli anni del successo, mi darebbe molto fastidio. Poi, per carità, le vendite non fanno una carriera, e tanto meno l’amore per il pubblico, ma questo è il paradosso tutto italiano. Finché suoni nei piccoli locali sei un Dio, degno di culto annesso; appena esci e suoni in una piazza sei uno che vuole i soldi; appena hai successo non sei più quello di una volta. Stessa cosa per il partner che si rifà una vita, e dunque, grazie a dio, evolve.

Quindi, che 236 repliche di uno spettacolo non valgano nulla, ok; che 236 mila persone che hanno decretato il successo di quel tour si siano tutte sbagliate è quanto meno strano. Una nota battutaccia recitava: Mangiate escrementi, un miliardo di mosche non possono essersi sbagliate. Vero, ma evolvere vuol dire cambiare, e questa è l’unica vera vita dell’arte, di qualunque forma essa sia. Bianchi non nega il cambiamento, ma la dialettica del negativo domina un po’ troppo lo sguardo sul tempo passato e sull’evoluzione di un artista che, dopo 50 anni, riempie stadi non sempre con le stesse persone, ma di almeno tre (se non quattro) generazioni. E nel mentre il mondo attorno è cambiato, e di parecchio. Vedremo, a conti fatti, quanti altri potranno vantare evoluzioni capaci di garantire 5 decenni di vita artistica, in un mondo radicalmente diverso da quello della middle class che Springsteen cantava negli anni ’70.

Amor ch’a nullo amato amar perdona, perché a conti fatti il bilancio resta comunque molto positivo. Libro da avere, per conoscere e capire non solo Springsteen, ma l’amore verso un artista, e di quanto faccia male vederlo evolvere.

Articolo di Luca Cremonesi

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