Il nuovo libro di Vasco Brondi “Un segno di vita” (La Nave di Teseo, 15 euro), uscito il 15 marzo 2025, è stato presentato dallo stesso cantautore ferrarese a Mantova, il 6 settembre in occasione del Festivaletteratura. Una conversazione con il giornalista Luca Misculin del “Post” nella quale Brondi, con grande disponibilità e ironia, ha raccontato la genesi del libro e dell’omonimo disco, l’ultimo della sua produzione ormai quali ventennale.
“Sono un cantiere aperto.” Questa la sintesi, inaspettata per la sua brevità, che riassume la conversazione mantovana. Inattesa, perché Brondi è noto per essere uno dei cantautori più rappresentativi degli anni 2000, un autore che riempie le sue canzoni di parole, riferimenti e mondi culturali complessi. L’incontro a Palazzo San Sebastiano ha mostrato un Brondi onesto e sincero, a suo agio sul palco come pochi altri colleghi passati per questa location. “È un libro intimo, che raccoglie ciò che scrivo durante il periodo di lavoro, il ‘cantiere’ dedicato al disco,” ha spiegato Brondi. “È un’opera complessa perché coinvolge tante persone. Scrivere un disco è come girare un film: io ne sono il regista e attorno a me ruotano molte persone, spesso anche più brave di me. Ho lavorato anche nella baita di Paolo Cognetti, e piano piano il disco è nato. Il libro non racconta il dietro le quinte del disco, ma tutto quello che gli ha ruotato attorno”.
Misculin, con una riverenza da fan, ha lasciato spazio a Brondi per parlare di Milano, la sua città adottiva. “È una città che mi ha accolto, è stata generosa, anche se è una città ‘scomoda’ nella quale sono arrivato per una ragazza, non per fare musica. Sono comunque grato a questa città che, di fatto, è vicina a molta natura: basta spostarsi un’ora in treno e il mondo milanese finisce. Milano è una città molto complessa, ricca di persone e di opportunità. È il posto, però, dove si vedono tutte le dinamiche delle grandi metropoli del mondo. Il mio rapporto è fatto di andate e ritorni, io rimango una persona di provincia”. Per quanto riguarda la musica, Misculin ha chiesto se Brondi avesse rapporti con la scena musicale milanese. “Resterò ancora qualche anno a Milano, perché è un posto dove si possono realizzare delle cose. Si vive esattamente come scrive il filosofo Byung-chul Han nel volume ‘La società della stanchezza’: ‘la lotta di classe è una lotta interiore’,” ha ricordato Brondi. Si è parlato anche della sua pratica della meditazione. “Leggo Pema Chödrön, monaca buddhista americana di tradizione tibetana, e vi consiglio ‘Quando il mondo ti crolla addosso’. Però io affronto queste tradizioni da viaggiatore, senza un’identità o un’appartenenza precisa. Il buddhismo, ad esempio, aiuta a capire che non serve occuparsi solo di se stessi. Occuparsi degli altri è saggio”, ha spiegato Brondi.
Sul fronte delle letture e degli ascolti che lo hanno formato, ha ribadito: “Sono cresciuto leggendo e ascoltando molto. Mi sono creato mappe e mondi nella mia testa che mi hanno aiutato. Celati, Dalla, i CCCP, Calvino… autori che mi hanno aiutato e mi hanno fatto stare bene, una sorta di talismani per il mio futuro. Ancora oggi non ho la TV, non ascolto la radio e ho visto solo tre serie, tra cui ‘Boris’ e ‘The Young Pope’. La sera leggo libri, non c’è tempo per fare tutto. La musica mi arriva grazie a Federico Dragogna (I Ministri), e in questo momento il miglior disco è ‘Maccaia’ di Gaia Banfi, un album splendido. Mi piace molto anche Faccianuvola”.
L’altro filone della conversazione ha riguardato il rapporto tra musica e scrittura, due mondi che convivono in Brondi fin dal suo primo disco, firmato Le luci della centrale elettrica. All’inizio degli anni 2000, infatti, Brondi gestiva un blog, “Le Luci”, e parte di quel materiale è confluito nel disco e nel suo primo volume, “Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero”. “I due mondi convivono da sempre in me, anche se c’è una differenza. Le canzoni nascono da un vuoto che devo riempire, come insegna il mistico tedesco medievale Meister Eckhart: ‘dove c’è il vuoto, Dio vi entra’. Ecco, credo che l’arte e le canzoni facciano questo per me. La scrittura, invece, è più legata alla volontà ed è un’operazione che riesco a gestire meglio della creazione delle canzoni, che arrivano quando devono arrivare. Nessuna velleità di romanticismo, so bene che c’è molto lavoro quando si crea un disco, ma è altrettanto vero che la scintilla arriva quando meno me lo aspetto”.
Articolo di Luca Cremonesi
