“Heroes – Bowie by Sukita”

It was 1972 that I started it. And I’m still looking for David Bowie even now. Seeing David Bowie on stage opened up my eyes to his creative genius. Bowie was different to the other rock and rollers, he had something special that I knew I had to photograph” Masayoshi Sukita.

Bowie by Sukita

David Bowie fotografato dal maestro Sukita in mostra a Firenze. “Heroes – Bowie by Sukita”, a Firenze dal 30 marzo al 28 giugno 2019, ha portato in mostra sessanta fotografie di grande formato che ripercorrono un sodalizio durato oltre quarant’anni tra la leggenda del pop rock e il grande maestro della fotografia Masayoshi Sukita. Non solo gli scatti iconici che illustrarono la copertina dell’album Heroes, ma anche fotografie storiche tratte dall’archivio personale di Sukita che raccontano un’amicizia iniziata negli anni Settanta.  A rendere omaggio al maestro durante la mostra anche il manager di Astrid Kircheerr, che gli ha portato in dono un bellissimo, e graditissimo, porfolio delle prime immagini scattate dalla nota fotografa tedesca ai Beatles, durante il loro periodo ad Amburgo.

Masayoshi Sukita, classe 1938, dopo gli studi di fotografia e varie esperienze nel mondo della pubblicità, si unisce alla Delta Mondo occupandosi principalmente di realizzare servizi fotografici per la moda maschile, per i quali vince svariati premi. Dalla fine degli anni ’60 inizia a sviluppare un grande interesse per le sottoculture e partecipa al Festival di Woodstock nel 1969. Da quel momento inizia a frequentare le diverse scene musicali ed artistiche di città come New York e Londra.  

Nel 1972 è a Londra per realizzare un servizio a Marc Bolan dei T-Rex e in quell’occasione riesce ad incontrare per la prima volta David Bowie. Durante il lavoro con Bowie, Sukita immortala però molti altri artisti tra cui, Iggy Pop, Joe Strummer, Yellow Magic Orchestra di Ryuichi Sakamoto, B52, Devo, con collaborazioni anche nel modo del cinema (Jim Jarmusch, Shuji Terayama). I suoi lavori sono stati esposti nei principali musei di tutto il mondo.

Abbiamo incontrato il Maestro Sukita dopo il firma copie del bellissimo catalogo della mostra; non parla inglese, e il nipote, che lo ha accompagnato in Italia, ha permesso lo svolgimento dell’intervista. Erano permesse tre domande maSukita, uomo gentile e riservato ha dato risposte lunghissime; purtroppo il nipote  è riuscito a tradurre in inglese solo quanto sotto riportato.

Quali macchine fotografiche ha usato per queste bellissime foto di Bowie, e aveva preferenza per qualche tipo di rullino? Sviluppava le foto da solo?

Per le foto a Bowie ho usato soprattutto Hasselblad, rullini Kodak ed Ektacrome. A volte sviluppavo da solo, a volte in laboratorio.

Il suo primo contatto con icone pop e rock è stato con Mark Bolan dei T.Rex, poi ha incontrato David Bowie. È stato fotograficamente attratto da altri musicisti?

Ho incontrato Bowie molto presto, nel 1972, mentre lavoravo con T. Rex. Prima ero stato attratto soltanto dai Beatles. Ho visto posters di Bowie nelle strade di Londra, pubblicizzavano un concerto, ed è stata subito attrazione! Sono andato a vederlo dal vivo, e ho chiesto al suo management il permesso di conoscerlo, di fotografarlo. Ho lavorato anche con Iggy Pop, quando è venuto in Giappone nel 1977, insieme a Bowie che aveva appena prodotto il suo album.

Poi vi siete incontrati ancora in Giappone nel 1980, quando Bowie è venuto in vacanza nella città di Kyoto. È stato diverso fotografarlo come persona invece che come artista, come star?

Era solo un uomo interessato nella cultura giapponese, e l’ho fotografato dunque come fosse un uomo qualunque. Ho fatto tantissime foto, in mostra ce n’è solo una selezione. Un episodio in particolare mostra uno spaccato della nostra frequentazione a Kyoto: Bowie noleggiò un auto, che guidava da solo, e mi portava in giro per la città, io sedevo nel sedile posteriore sia perché lui conosceva la città meglio di me, l’avevagià visitata altre volte, sia perché noi non parlavamo affatto, io non parlo una parola d’inglese! La nostra comunicazione e la nostra intesa erano tutta basata sulle fotografie.

Articolo di Francesca Cecconi, foto di Alessandro Rella