Alligatore intervista, giugno 2021

In genere ad intervistare l’artista di turno è proprio lui, ma per una volta lo abbiamo messo dall’altra parte: l’Alligatore, blogger e critico del web, da anni collaboratore di Smemoranda, ha risposto alle nostre domande per sapere come è nato “Giovani, musicanti e disoccupati. L’underground italico nel 2020” (qui la nostra recensione), il suo primo libro uscito il 29 aprile 2021, edito da Arcana.

Cosa ne è stato dei tanti musicisti che in piena pandemia si sono trovati a non poter suonare dal vivo, a congelare progetti e a ripensare il proprio modo di rapportarsi con il mondo musicale a causa dell’inevitabile stop ai concerti? Un’immersione nel microcosmo della musica indipendente italiana, tra grandi interrogativi e tante, diversissime risposte.

 

La prima domanda è di rito e sarebbe sciocco non fartela: chi è l’Alligatore? Da dove arriva questo nome?

Alligatore deriva dai romanzi di Massimo Carlotto. Tanti anni fa (era il 2003) iniziai a collaborare con Smemoranda, quindi mi chiesero di trovarmi un nickname per firmare le mie recensioni. Mi trovavo in camera mia, davanti alla libreria, e tra tutti i libri si notavano quelli dalle copertine gialle, scritti da Massimo Carlotto, per l’appunto, il mio scrittore italiano preferito. Decisi di firmarmi così, e anche il blog nato dopo lo chiamai IL BLOG DELL’ALLIGATORE. Massimo Carlotto, persona gentile e a modo, oltre che gran scrittore, lo sa. L’ho incontrato in qualche presentazione di suoi libri e l’ho pure intervistato qualche volta. Su Twitter, dove ci frequentiamo, ha pure “promosso” il mio libro, uscito quasi in contemporanea con il suo nuovo.

Scrivi di musica, libri e cinema da anni, sappiamo che ti muovi principalmente nei meandri del web, a partire dal tuo blog; come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Direi per caso, in quanto inizialmente voleva essere un articolo per il mensile Linus. Avevo contattato il buon Igort, direttore della rivista di fumetti alla quale sono abbonato da anni. Dopo avere scritto su Frigidaire, mi sarebbe piaciuto scrivere anche su Linus. Chiesi, tramite mail, a Igort come fare, se poteva interessare una rubrica di musica underground, ma mi disse di no. Poteva essere interessante un articolo lungo, mi disse, su come si muove la musica underground. Per una serie di casi iniziai a intervistare alcuni amici musicanti sulla preferenza tra fare un singolo e fare un disco lungo, una cosa che mi ossessionava, dopo avere letto il libro di Riccardo De Stefano “Era Indie”, dove si sostiene, tra molte cose interessanti, che siamo tornati a fare singoli, come negli anni Sessanta. Intervistai una decina di musicanti che conoscevo su questo argomento. Scrissi e riscrissi l’articolo, presentando ogni artista intervistato, e proposi il pezzo a Igort, che però non lo trovò interessante per la rivista. Poco male, l’articolo mi pareva un buon primo capitolo del mio libro in divenire. Così proposi ad altri musicanti, con i quali ero in contatto per dischi usciti di recente, altre domande legate all’argomento lockdown. Pareva molto attinente al ritorno ai singoli, voluti, pare, dai nuovi giganti del web che hanno imposto nuove regole. Il blocco totale sembrava un’ulteriore spinta in questa direzione.

Intervistare chi fa musica per te non è certo una novità, in questo senso sei un veterano; in genere, però, si parla di un disco, di un progetto, di qualcosa di cui gli artisti non vedono l’ora di parlare. Com’è stato stravolgere per un attimo il piano della conversazione, andarli a cercare uno per uno, rivolgere loro domande specifiche su un momento così assurdo come quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo?

Semplice, è stato semplice. Perché eravamo tutti, o quasi tutti, a casa, perché eravamo in un tempo sospeso, dove non si sapeva come sarebbe andata a finire. Senza troppe scadenze, impegni, obblighi, se non stare lontani dal virus. I dischi erano bloccati, quelli usciti si potevano presentare solo online, non c’erano spettacoli dal vivo. Direi il momento ideale per parlare di qualcosa di nuovo, guardare la musica da un altro punto di vista. Nelle situazioni strane, nei momenti particolari, fuori dal normale, io mi trovo a mio agio…Più che nella cosiddetta normalità. Sono un anticonformista di natura.

Nel titolo hai scelto un termine inconsueto per descrivere gli intervistati: non musicisti, non artisti, ma “musicanti”. Magari mi sbaglio, ma non credo che la scelta di questo vocabolo sia casuale, mi fa pensare a un mestiere antico, a qualcosa di molto concreto e tangibile, quasi “artigiano”, alla strada, in un certo senso. Questo è quello che ci ho letto io, ho sbagliato completamente?

Non hai sbagliato completamente, a me piace molto il termine musicante, perché sembra proprio qualcosa fuori dal tempo: un artigiano della musica, senza obblighi, se non quello di suonare e cantare le proprie canzoni. Una cosa medioevale. Del resto la retorica sulla nuova società di Internet parlava di un ritorno a una sorta di Medioevo, con artisti lontani dalla pazza folla, collegati con il mondo da borghi o casolari di campagna. In un certo senso la pandemia ha creato questa situazione, anzi, l’ha resa obbligatoria. Musicante lo uso anche sul mio blog da anni… Iniziai a chiamarli così quando mio nipote suonava il basso in un gruppo, circa vent’anni fa, e mia sorella (sua madre), quando facevano le prove in cantina, diceva scherzando: “Ecco arrivati i musicanti di Brema”.

Guardando l’underground italico, per usare parole tue, in questo momento cosa vedi?

Vedo tante cose belle, tanta musica di generi diversi (anche se l’uso dell’elettronica è sempre più presente), tanti nomi che cercano di ripartire. Dopo mesi passati al chiuso, lontani dai palchi, vedo la possibilità di ricominciare a suonare. Non avevamo nulla da perdere prima (mi ci metto dentro anche io nell’underground italico), non abbiamo nulla da perdere adesso. Servirebbe un new deal di stampo socialista, come dopo la grande crisi del ’29. Se lo gridiamo a gran voce forse qualcosa otterremo, altrimenti non ci sarà speranza.

Ti saluto con la domanda cattiva di Rock Nation; arriva a tradimento alla fine delle interviste, proprio perché non ci sia il tempo di riflettere troppo sulla risposta (tu parti avvantaggiato, ma prova a non barare e a lasciarti guidare dall’istinto!!): quali sono i tre dischi che salveresti dalla fine del mondo?

“New York” di Lou Reed, “Epica, Etica, Etnica, Pathos” dei CCCP Fedeli alla linea, “Kerosene Man” di Steve Wynn. Sono tre vinili che ricordo di avere ascoltato fino alla noia da ragazzino, mi sono venuti in mente subito. Quello di Lou Reed aveva un profumo tutto suo, quello dei CCCP è l’ultimo del gruppo così denominato, “Kerosene Man” è il primo disco solita di Wynn, musicante che mi piace molto; ho avuto la fortuna di vedere dal vivo presentare proprio questo album (avrò avuto 18 anni).  Potendo aggiungere un quarto, ti direi “The Good Son” di Nick Cave & the Bad Seeds, ha dei testi meravigliosi, forse non è il disco più noto di Cave, che ne ha fatti tantissimi di memorabili, ma a me piace un sacco.

Articolo di Valentina Comelli