Five Quarters intervista, maggio 2021

I Five Quarters sono una band di otto giovani musicisti uniti dalla passione del Blues al quale aggiungono anche altri stili musicali che accolgono con sguardo aperto e curiosità, perché la musica non è una passione fatta di compartimenti stagni. Ne abbiamo recensito il loro primo album “Storie nuove” dove esprimono la loro voglia di divertirsi e farci divertire, condividendo pensieri e note in modo semplice e fresco, trasformandoci così da pubblico ad amici con cui passare piacevolmente il tempo. Tuttavia, l’album ci ha lasciato la curiosità di saperne di più su di loro e sul loro progetto, perciò li abbiamo intervistati per voi e con voi vogliamo scoprirli.

Five Quarters

Parlateci un po’ di voi: chi siete, come è nato il gruppo e soprattutto perché avete deciso di dedicarvi inizialmente la Blues, genere a cui avete poi accostato il Rock e il Funky.

Ciao a tutti! Sì, ci piace definirci una Blues band, anche se col tempo è diventata un po’ riduttiva come etichetta; abbiamo effettivamente iniziato nel 2014 come cover band Blues, poi con il tempo, iniziando a scrivere pezzi nostri ci siamo un po’ spostati su un genere che potremmo definire più ibrido perché è un insieme di Funky, Rock, Blues e Indie. Inoltre, è fondamentale il fatto che siamo una band di otto elementi con una formazione che non capita spesso di avere: batteria, due chitarre, basso, tre fiati, tastiere e voci. All’inizio, quindi, il nostro riferimento principale erano appunto i Blues Brothers, con cui siamo cresciuti, poi però col tempo ci siamo un po’ distaccati dal Blues come unica fonte di ispirazione, anche se nell’album ne abbiamo mantenuto l’impronta.

Parlateci del vostro nuovo progetto, l’album “Storie Nuove” che è appena uscito.

“Storie Nuove” è il nostro primo album che è uscito il 30 di aprile, distribuito con Bagana -B District Music, ed è un lavoro di cui siamo veramente contenti perché riesce a rappresentarci molto bene, cosa non facile perché ognuno di noi porta con sé influenze musicali diverse ed è difficile etichettarci in un genere preciso. Tuttavia, dobbiamo dire che se dovessimo scegliere un pezzo dei Five Quarters che rappresenti al cento per cento quello che sono i Five Quarters, non riusciremmo mai a trovare un pezzo che ci soddisfi pienamente da questo punto di vista. L’album, nel suo complesso, tende a restituire quello che noi sentiamo di essere in questo momento, cosa che un singolo pezzo normalmente non riesce a fare. Inoltre, il progetto segue le tracce scritte in un periodo di tempo molto lungo: le prime quasi due anni fa e le ultime proprio a ridosso della pubblicazione. Nel complesso, il progetto riesce a tenere insieme molto bene tutte le varie anime della band e a restituire un po’ quella che è l’esperienza del concerto live, dove secondo noi riusciamo ad esprimere al meglio quello che siamo e che un disco non sempre riesce a far emergere.

Rispetto ai vostri primi singoli che erano in lingua inglese, in questo album tutte le canzoni sono in italiano, scelta stilistica molto particolare per chi ha una forte impronta Blues. Potete spiegarci questa scelta, da cosa è nata e cosa ha dato in più alle vostre canzoni?

La scelta dell’italiano viene dal desiderio di riuscire a condividere di più la nostra musica con il pubblico rispetto ai pezzi precedenti per una questione di ricchezza della lingua italiana e soprattutto per una familiarità sicuramente maggiore che abbiamo con essa rispetto alla lingua inglese, che invece mastichiamo il giusto, come si è forse potuto notare . L’obiettivo, però, è quello di riuscire a mantenere lo stesso sound, lo stesso groove e la stessa energia che c’erano nei brani in inglese. Un rischio che si corre quando si scrive in italiano è che spesso emerge il cantautore con la band che funge solo da accompagnamento e noi non vogliamo assolutamente che diventi questo; i pezzi li immaginiamo sempre per band e questa idea deve risaltare a maggior ragione nei pezzi in italiano, la nostra lingua madre. La forza che deriva dalla band, la formazione particolare che abbiamo unita a quel sound e a quel groove sono tutti elementi che non devono essere spenti dal fatto di scrivere in una lingua che può sembrare meno agile e un po’ meno Rock ‘n’ Roll dell’inglese, e crediamo di essere riusciti abbastanza bene in questo in tutto l’album, perciò ne siamo soddisfatti.

Le canzoni di “Storie nuove” sono canzoni che sembrano più confidenze che un bluesman fa un po’ a sé stesso e un po’ al suo pubblico creando un’atmosfera molto intima nei testi, mantenendo però un respiro di freschezza e divertimento nell’esecuzione dei brani.

Sì, è vero, c’è un contrasto abbastanza evidente nei testi e quello che poi si sente nell’album dal punto di vista musicale; se qualcuno leggesse solo i testi senza ascoltare la musica si aspetterebbe un album molto deprimente e quindi magari abbandonerebbe, invece se ascolti i brani ti rendi conto che è tutt’altro. Noi crediamo che coniugare dei testi, in alcuni casi ancora più disperati dei nostri, con una musica che funge un po’ da redenzione e da riscatto per quello che poi invece viene effettivamente detto questa sia una caratteristica di tutta la musica Blues, intesa in senso ampissimo.

Nei vostri brani si trovano vari omaggi che fanno parte di un bagaglio musicale che potremmo definire trasversale alle varie generazioni creando un’interazione culturale con il pubblico, aspetto molto importante che serve a creare un forte clima di condivisione.

Per quanto riguarda le citazioni ce ne sono tantissime, tra cui quella a cui teniamo molto è “ho imparato di più con un disco di Bruce che in un anno di scuola” un omaggio a Bruce Springsteen, che è tra le nostre principali fonti di ispirazione. Tutti noi abbiamo una sorta di devozione nei confronti di Bruce ed è una citazione e per noi quel disco da cui abbiamo imparato tutto è proprio uno qualsiasi dei suoi dischi. Gli omaggi sono tantissimi sia nei testi che nelle musiche e ci fa piacere quando la gente va a scoprirle; alcune sono più esplicite, altre meno dichiarate, alcune non sappiamo neppure noi di avercele messe, è stupendo quando qualcuno ascolta l’album viene a dirci delle citazioni che abbiamo messo inconsapevolmente, ma le abbiamo messe perché fanno parte del nostro bagaglio e di quello che abbiamo dentro.

“Dove porti il tuo spettacolo” è canzone di chiusura dell’album, una sorta di riflessione musicale leggermente nostalgica ma anche con uno sguardo rivolto al futuro, un po’ come se effettivamente in realtà non si stesse chiudendo davvero qualcosa.

Questa è la vera love song dell’album dove abbiamo cercato di creare un paragone tra quello che si può provare nei confronti di una persona che si ama e quello che si vive al concerto della tua rockstar o band preferita; la sensazione è quella di non averne mai abbastanza, quella di voler continuare a seguire il tour, lo spettacolo che viene portato in giro da una band o un’artista ma anche da una singola persona nella vita di tutti i giorni e, secondo noi, sono poche le persone che riescono a farti sentire come a un concerto di Springsteen, ad esempio, quindi vale la pena dedicare loro dei pezzi.

Cosa pensate del futuro del Blues in Italia, come viene accolto nel nostro Paese e come può questo genere musicale avvantaggiarsi dei nuovi strumenti di fruizione della musica per potersi diffondere ancora di più.

Siamo abbastanza fiduciosi in una riscoperta del Blues che può essere facilitata da questi mezzi di riproduzione. Molto spesso la gente ha un’idea sbagliata del Blues e forse ascoltarne un po’ di più e in maniera più facile può aiutarle a cambiare idea. Spesso ci sono persone che non vanno ai concerti Blues perché li ritengono noiosi, pensano di non divertirsi e poi invece ballano, saltano e cantano per due ore sotto il palco. In chi non ascolta Blues, c’è spesso il pregiudizio che sia un genere in cui ci si piange addosso, non ci si diverte, quando invece è tutt’altro; quindi, forse, avere una maggiore possibilità di ascoltarlo, permetterà agli scettici di farsi un’idea diversa di quello che il Blues è in effetti. Inoltre, e direi anche soprattutto, è necessario che band come la nostra non vadano a dimenticare quella che è la loro influenza Blues per poi andare a confondersi nel panorama più Pop e più uniformato: c’è bisogno di far sentire da dove si viene e quali sono le nostre origini in maniera più forte possibile.

Articolo di Alma Marlia