Phill Reynolds intervista, gennaio 2021

Esce oggi “A Sudden Nowhere”, il nuovo interessantissimo album di Phill Reynolds, nome d’arte del cantautore veneto Silva Cantele (qui la nostra recensione).

Phill Reynolds

Dal 2011  Reynolds porta in giro per l’Europa e gli USA la sua voce e la sua chitarra, cantando l’amore, la disperazione, la rabbia e la speranza, la luce e le ombre più scure. In più di 400 concerti, ha condiviso il palco con artisti come Eric Andersen, Sigur Ros, Timore Timbre, John Garcìa, Blonde Red Head, Daniel Norgren, Scott Kelly, Micah P Hinson e molti altri. Il lockdown ha messo a dura prova questo artista viaggiatore, che ne ha approfittato per lasciarsi ispirare e dare vita a un nuovo, magnifico lavoro.

Abbiamo fatto due chiacchiere a distanza per conoscerlo meglio.

Da Silva Cantele a Phill Reynolds: Chi sei? Perchè questo nome d’arte? Aiutaci a scoprire qualcosa di te raccontandoci brevemente la tua storia.

Sono sempre stato portato per i contenuti e disastroso verso i contenitori – lotto quotidianamente con il mio disordine; quando nel 2011 andava profilandosi la prima data e non avevo ancora un nome, su due piedi mi sono deciso ad omaggiare due artisti cruciali per la nascita di questo alter ego: Malvina Reynolds e Phil Ochs. Malvina Ochs non mi pareva granché, et voilà. Sono susseguiti più o meno 500 concerti in Europa e Stati Uniti, dozzine di artisti divenuti amici e collaboratori, decine di canzoni edite e non.

Senza il background e le amicizie dei Miss Chain & The Broken Heels, band power pop nella quale milito dalla sua nascita nel 2008, non saremmo qui a parlare di Phil Reynolds.

A Sudden Nowhere” è il titolo del tuo nuovo album, tanto evocativo quanto enigmatico. Vuoi spiegarci questa scelta? Come sono nate le canzoni del disco? 

A Sudden Nowhere è l’unica menzione pseudo diretta al periodo del lockdown della scorsa primavera. Non sono riuscito a toccare chitarra per due mesi, tremendo. Ciò però mi ha permesso di ascoltare, connettere, scartare o sviluppare decine e decine di strofe, licks, intro, versi e suggestioni sparpagliati qua e là da almeno 3 anni.

“Se la materia della quale sono impastate le tue membra è buona, (..) allora i rovesci della sorte vanno accolti come ospiti di riguardo”. Ho fatto di questa immensa frase di Wu Ming un mantra. Ed eccovi un album nuovo sbocciato in un incubo.

Hai avuto molta esperienza come musicista fuori dall’Italia, con i tuoi diversi progetti. Sicuramente avrà influenzato il tuo lavoro entrare in contatto con realtà diverse da quella italiana. Come descriveresti il mondo musicale che hai avuto modo di conoscere? In cosa è simile e in cosa è diverso da qui, secondo te? 

Nell’ambito da me toccato, legato diremo al songwriters più che ad una sonorità specifica, ho notato negli States molta più empatia, molto più spirito collaborativo. Che qui non latita, ma non è così forte ed immediato, e sembra avere una salute cagionevole rispetto a vent’anni fa, quando iniziai. Certo è che la musica, quando nasce sincera, unisce in maniera esaltante persone sconosciute, e spesso lo fa indelebilmente.

Il momento non è dei migliori per fare questa domanda, ma vogliamo essere ottimisti: possiamo sperare di vederti presto dal vivo?

Altro quesito? Scherzi a parte, non ne ho idea. Non me lo chiedo da mesi, per non soccombere. All’aperto in primavera? Mah. Vedremo come evolverà il connubio restrizioni e vaccino, qui in Veneto la vedo buietta. Io proseguo nel preparare le cartoline per chi acquista  “A Sudden Nowhere” on line, e mantengo così un minimo di contatto umano con chi mi stima e supporta, creando con collages, vino, caffè, limone e karkade un pezzo unico per ognuno degli acquirenti. Le cartoline si possono acquistare sul mio Bandcamp e includono anche l’album digitale.

Si naviga a vista, e si vedrà. Ma le vele ci sono, ed un filo di vento pure. Aspettiamoci.