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Alessandro Grazian intervista

Conversazione con il cantautore a seguito della pubblicazione del pregevole album “Grazian”

Abbiamo avuto una lunga conversazione con Alessandro Grazian, cantautore padovano ma naturalizzato milanese, a seguito della pubblicazione del pregevole album “Grazian” (la nostra recensione). Con lui abbiamo cercato di carpire i significati più profondi del disco e di fare qualche considerazione sulla situazione non facile della scena indipendente italiana, in cui anche artisti con un passato di tutto rispetto come lui faticano a posizionarsi. Ne è uscita un’intervista a cuore aperto, allo stesso tempo puntuale e garbata, che svela molte cose.

Come sei arrivato a pubblicare il tuo nuovo album “Grazian”?
Lasciami partire dall’inizio: il mio primo disco si intitola “Caduto” e risale al 2005; quindi ha da poco compiuto venti anni. In ottobre lo abbiamo festeggiato con alcuni concerti dal vivo, recuperando la formazione originale che era molto particolare: chitarra acustica, clarinetto basso e violoncello.

Non è una formazione molto pop
Non lo è, ma del resto ho sempre visto la canzone come un’occasione per sperimentare. Il mio imprinting musicale è avvenuto negli anni Novanta e ho sempre pensato che la canzone possa anche essere “qualcos’altro” oltre che una ricerca di consenso da parte del pubblico. In altre parole, credo che la canzone possa e debba creare dei punti interrogativi e incuriosire. Dal momento che sono cresciuto con questa idea, questo è sempre stato il mio approccio alla scrittura.Dopo “Caduto”, nel 2008 ho pubblicato un altro album intitolato “Indossai”, e a quel punto le cose hanno iniziato a cambiare. Nel 2009 sono venuto a vivere a Milano, e proprio in quel periodo si sono imposte nel circuito musicale alternativo alcune realtà più vicine al mainstream. Questo ha avuto un peso, perché ha gradualmente forgiato un nuovo pubblico e ha abbattuto delle barriere che esistevano tra alcuni tipi di musica, quella più pop da un lato e quella più alternativa dall’altro. Il risultato però è stato che certi progetti basati sulla ricerca musicale e testuale si sono ritrovati un po’ squalificati.

Apparivano troppo impegnati, o pesanti?
Direi che si è gradualmente imposta un’idea di musica più leggera e di evasione. Me ne sono accorto perché a un certo punto, per chi come me faceva musica più ‘ricercata’, è diventato più difficile suonare dal vivo. Oggi, dopo dieci anni, alcuni di quei progetti con la vocazione più pop sono perfettamente inscritti nel firmamento mainstream, ma hanno anche la responsabilità di avere travolto un circuito, quello alternativo, che ha perso il proprio pubblico di riferimento. Attualmente siamo in una situazione in cui i club di fascia media non riescono più a sostenersi: se fai musica, o suoni in posti molto piccoli come i bar, o nei mega club con la capienza di tremila persone tipo l’Alcatraz. La fascia intermedia è evaporata e le nuove generazioni non sembrano essere interessate a cercare musica slegata da dinamiche di hype. In questo contesto gli artisti meno allineati o con repertori meno generazionali hanno perso i palcoscenici, e il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Non mi sembra una prospettiva rassicurante
Sicuramente la scena musicale nella quale mi sono sempre mosso non se la passa bene, perché è una scena che ha sempre cercato di mettere al centro la qualità e la sperimentazione più che la ricerca del successo a tutti i costi. I veterani hanno un seguito solido, che si portano dietro, ma penso che la musica sia anche un fenomeno di costume; perciò, se determinati artisti salgono alla ribalta grazie a una trasmissione televisiva, automaticamente si scatena la curiosità. Vedo le nuove generazioni che vanno a X Factor non tanto con l’idea di ‘gareggiare’, quanto per farsi conoscere in fretta, perché hanno capito che è la notorietà a generare opportunità, non certo un’infinita gavetta.

Quando ti sei reso conto di questo stato di cose?
Nel 2015, dieci anni dopo aver pubblicato il mio primo album. Ho anche capito che ci sarebbe voluto un po’ di tempo prima che le cose tornassero favorevoli per come la pensavo io, è sempre una questione di cicli anche nella musica. Nel 2015, quando stavano esplodendo alcuni nomi dell’It Pop, ho avuta la sensazione che non ci fosse più spazio per un certo tipo di proposta musicale. Il tempo mi ha dato ragione.

Per questo ti sei dedicato a vari progetti paralleli?
Esatto, e mi riferisco agli ultimi dieci anni. Ho creato un progetto nuovo, “Torso Virile Colossale”, fondato su tutt’altri schemi: musica strumentale, cinema, un circuito completamente diverso. È anche un progetto che mi ha regalato un sacco di soddisfazioni, portandomi a suonare in teatri, cinema, festival del cinema o siti archeologici. L’altra cosa che potevo e volevo fare era lavorare per altri artisti, senza espormi in prima linea come cantautore, ma come persona che si affiancava nella fase compositiva, produttiva o come strumentista. L’ho fatto con Edda, Cesare Malfatti, Giancarlo Onorato, Giulio Casale, Cristiano Godano e con altri progetti, alcuni dei quali non hanno neppure visto luce. Talvolta ho fatto il musicista nelle retrovie, anche perché avendo sempre fatto il leader, per così dire, volevo capire cosa significasse lavorare per altri, per farne tesoro. Vivere la musica così mi ha un po’ ricaricato. Alla fine del tour del mio ultimo album nel 2015 mi ero infatti ritrovato fin troppo disilluso, e questo mi aveva spaventato: il passo successivo sarebbe stato probabilmente quello di prendere in odio la musica e le canzoni e ovviamente non lo volevo. Quindi mi sono fermato, ho messo in stand-by la mia produzione di cantautore e ho pensato di restare distante dal mondo delle canzoni per almeno cinque anni. Poi, nel 2020 è arrivato il COVID, e tutto è slittato in avanti. Alla fine mi sono detto che dopo dieci anni almeno un disco lo volevo fare.

Avevi smesso di scrivere?
No, mai, né ho mai appeso la chitarra al chiodo. Però non ho più desiderato pubblicare canzoni perché mi sembrava fossero venute meno le possibilità per farlo in un modo che ne onorasse il valore. Già dieci anni fa avevo realizzato “L’età più forte” (2015) con un crowdfunding che ebbe sì successo ma fu estremamente impegnativo dal punto di vista delle energie. Andare a chiedere supporto alle persone è un’esperienza faticosa.

Ho anche notato che negli ultimissimi anni il crowdfunding sta un po’ perdendo terreno. Probabilmente casi come quello di Chiara Ferragni hanno colpito anche in questo campo: è un campo culturale, non pubblicitario, ma se organizzi una raccolta fondi devi offrire limpide garanzie di trasparenza, perché le persone sono sospettose.
Sono d’accordo. A dirla tutta, pensavo quasi che il sistema del crowdfunding durasse meno di quanto di fatto è durato. A un certo punto, secondo me, quando hanno iniziato ad abusarne anche progetti che non ne avevano bisogno affatto, il crowdfunding ha perso il suo valore originario agli occhi del pubblico. Nel mio caso, comunque, per il nuovo album non l’ho voluto rifare, pur essendomi posto il problema. Mi sono ritrovato invece, su insistenza di alcune persone, a fare una campagna di pre-order per la stampa del formato vinile dell’album e questa volta è andata bene senza brutte sorprese, anche perché è stata un’esperienza che ho gestito da solo, in modo sereno e in un arco brevissimo di tempo (solo un mese) evitando il supporto di piattaforme.

Tra l’altro, il crowdfunding è un’arma a doppio taglio: chi risponde sono i fans storici. Chi non ti conosce, difficilmente partecipa, quindi non è uno strumento per ampliare il proprio pubblico. L’idea è che ogni volta che un artista fa qualcosa, il pubblico dovrebbe aumentare.

Sì, il rischio è di rimanere in un circuito chiuso con orizzonti che non si espandono. Ad ogni modo ad un certo punto, forse anche perché avevo un po’ guarito alcune ferite legate al disco del 2015, nel 2020 ho iniziato a pensare a questo nuovo album. All’inizio ho fatto un po’ di esperimenti con le canzoni, soprattutto nel periodo in cui non pensavo a un’uscita discografica.  Quando mi sono sentito pronto ho iniziato a pensare all’album. Avevo moltissimi pezzi perché avevo scritto tanto ma avevo anche un’idea definita su come il disco avrebbe dovuto essere. C’erano dei temi ricorrenti, delle linee estetiche che ritornavano.

Ti sei rivolto a un produttore esterno?
Di fatto il disco è prodotto quasi totalmente da me, ma in un paio di brani ho voluto affidare la produzione a Davide Andreoni. Quando lavoro faccio già tutta la pre-produzione da solo. Tendo a lavorare così, soprattutto perché mi piace: mi metto al lavoro su Logic e costruisco gli arrangiamenti. In questo modo, mano a mano che scrivevo e sviluppavo i brani, ho messo a fuoco l’estetica dell’album. Poi, quando si è trattato di capire come realizzarlo, ho iniziato a confrontarmi con Davide Andreoni, che è stato un po’ il mio partner in crime in questa avventura. È un musicista che stimo molto e siamo anche amici. Abbiamo iniziato a ragionare su come si potesse fare questo disco, perché il problema principale era di carattere economico, trattandosi di un’autoproduzione: volevamo fare le cose per bene, con tutti i crismi, evitando un album troppo low-fi. Così innanzitutto ho registrato un paio di brani al Bach Studio, qui a Milano: è uno studio storico degli anni Settanta, che in origine era di Gino Paoli e poi è passato a Toto Cutugno. C’è dentro il pianoforte a coda di Gino, lo stesso che ho suonato in “Nonostante”. Al Bach Studio ho registrato “L’amore che non va” e “Nonostante”. Li ho pubblicati come singoli, perché pensavo di usarli come gancio per trovare un’etichetta che si prendesse a cuore il mio lavoro. Quando ho capito che non stava succedendo, mi sono detto: “Come possiamo fare un disco senza spendere troppo, ma fatto bene?” Alla fine abbiamo optato per una formula un po’ alla CSI: prendere una casa isolata e allestirci uno studio mobile. Abbiamo riempito due auto di attrezzature affittando anche alcuni microfoni e siamo finiti in provincia di Arezzo in una casa in collina: un luogo incredibile, in mezzo al bosco. Ci siamo presi una settimana per registrare tutto il disco: un tempo record. Mentre eravamo in Toscana abbiamo passato un giorno in centro ad Arezzo a registrare i pianoforti nello studio di Franco Pratesi, che con Francesco Chimenti fa parte dei Sycamore Age.

Band fantastica!
Davide Andreoni suonava con loro, e sono rimasti amici. Abbiamo fatto le registrazioni dei pianoforti lì e quel giorno Francesco Chimenti è passato a trovarci, così gli ho chiesto di suonare il pianoforte di “Uno shot”, chiedendogli di evocare l’atmosfera di “Life on Mars”. Infine, sono andato un pomeriggio in uno studio in Brianza per registrare i fiati di Enrico Gabrielli. Le voci invece le ho registrate a Padova da solo, nell’arco di una settimana. Questa delle voci è stata una sfida, perché ho cercato di trovare l’intenzione giusta senza però avere input esterni o qualcuno che mi consigliasse. Davide ha seguito le registrazioni e il mix di un paio di brani. Poi, visto che per lui erano sopraggiunti nuovi impegni di lavoro, ho deciso di andare a mixare ai Laboratori Testone di Milano, che sono gli studi di Tommaso Colliva, e ho affidato il lavoro a Carlo Madaghiele, un astro nascente del mixaggio in Italia. Dal punto di vista degli arrangiamenti, tutte le parti sono state scritte da me, comprese quelle di Enrico Gabrielli che è stato ancora una volta un grande amico nel venire a suonarle. Tutto quello che senti è farina del mio sacco: lo desideravo, ma è stato anche molto naturale. Per me anche il processo di scrittura di arrangiamenti fa parte del percorso che voglio fare quando scrivo un album. Quindi, il risultato che si sente è la testimonianza di ciò che ho sviluppato negli ultimi dieci anni, soprattutto a livello di arrangiamento e di produzione. Di fatto è la trasposizione di un’idea sonora che avevo in testa, molto legata agli anni Settanta. Soprattutto al tramonto di certe sonorità dei Settanta.

Pensi che ci sia un’eredità, forse involontaria, di “Torso Virile Colossale”? Lì sonorizzavi delle pellicole mute, e mi pare che questo album abbia un carattere cinematografico: c’è una sceneggiatura e contiene una storia.
È un’interpretazione del tutto corretta, perché è andata proprio così. Rispetto al passato, nella scrittura ho maturato l’idea del racconto: amo creare piccoli quadri narrativi, mentre una volta ero più interessato a dare un taglio emotivo alle canzoni. È stata un po’ una liberazione, perché questa cosa è maturata negli anni, ma non ero ancora riuscito a metterla in atto. Nel corso degli anni mi sono appassionato molto alle sceneggiature del cinema. Se percepisci questa vena, sono contento, perché ho deliberatamente cercato di inserirle.

Ma il disco di cosa parla, esattamente?
C’è una storia e ci sono due protagonisti, ci sono delle tappe dell’io narrante, ci sono citazioni – come quella di Via Saterna, di Buzzati – e la musica fa da supporto a tutto questo. Testo e musica si intrecciano: ad esempio, c’è un motivo ricorrente che compare varie volte all’interno del disco. All’inizio il disco l’avevo concepito quasi come un concept album: mi sarebbe piaciuto fare una trasposizione musicale di “Poema a fumetti” di Buzzati. Poi ho cambiato strada, un po’ perché giravano voci relative a un film imminente ispirato a questa opera, un po’ perché mi interessava che non si riducesse tutto a quell’ispirazione. Però già in “Quei due”, il brano precedente a “Via Saterna”, che è dedicata a “Poema a fumetti”, i due protagonisti sfumano nel mito di Orfeo ed Euridice. Quindi sì, il taglio che ho dato all’album era quasi inevitabile, ma non era scontato che funzionasse. Quindi grazie, sono contento che tu lo abbia riscontrato.

Toglimi una curiosità: non ti presenti più come “Alessandro Grazian” ma come “Grazian”. Direi che pubblicare un disco dopo dieci anni e cambiare nome, anche se marginalmente, dandogli lo stesso titolo, sia un po’ come suggerire che non avresti potuto fare un lavoro più personale di così. È una lettura corretta?
È corretta, ma allo stesso tempo lasciare fuori il mio nome mi ha permesso di lavorare con un senso di sollievo nel costruire l’album. “Grazian” diventa una sorta di nome d’arte che crea una certa distanza da ciò che invece è stato quel “Alessandro Grazian” che negli ultimi dieci anni ha fatto tantissime cose. Intendo che nel decennio 2005-2015 Alessandro Grazian era un cantautore, mentre nel decennio successivo non lo è stato, ma ha legato il suo nome a una miriade di altri progetti. Quindi ho voluto fare un po’ tabula rasa: mi sono accorto che ciò che faccio oggi ha una continuità con il passato, ma solo fino a un certo punto. La decisione di non mettere il mio nome ha favorito un distacco emotivo che mi ha permesso di osare, utilizzando soluzioni che forse non avrei esplorato altrimenti. Anche se gli ultimi dieci anni sono stati caratterizzati da attività molto ramificate, il mio canzoniere del passato ha una propria coerenza interna. In questo album credo invece di essere stato molto più comunicativo nella scrittura. Questa, per me, è una ripartenza. Darmi un nome d’arte mi pareva eccessivo, perché comunque sono sempre io. La scelta di uscire a nome semplicemente “Grazian” implica anche una certa responsabilità e qualcuno mi ha fatto notare che in questo modo sto incasinando l’algoritmo e la gente non mi troverà facilmente cercandomi. Però a me piace così e mi piace anche dal punto di vista estetico vedere il solo nome “Grazian” accanto al nome del brano sulle piattaforme digitali.

L’algoritmo sta uccidendo tutto: se ascolto il tuo disco, mi proporrà subito qualcosa che secondo un qualche criterio sarà in linea con ciò che ho appena ascoltato. Per chi gode di una visibilità ampia, questo schema innesca un circolo vizioso, perché l’algoritmo decide ciò che ci dovrà essere nel prossimo album. Intendo dire che se Lady Gaga fa una virata a 180°, potrebbe anche restarci sotto. Questo perché l’algoritmo dice: “Hai ascoltato i Marlene Kuntz? Senti anche gli Afterhours.” Sarebbe più interessante se l’algoritmo, dopo i Marlene Kuntz, proponesse un quartetto di Mozart. Tornando alla difficoltà di avere un riscontro da parte di etichette ed editori: credi che sia legata a un fenomeno di inflazione, a disinteresse, o a una certa disaffezione verso l’investimento? Ho visto diversi casi: i lavori si fanno con lo stampino, si pubblicano, e restano lì. Per le etichette non cambia nulla, tanto l’album lo hai prodotto tu, mettendoci i soldi. Loro non rischiano.
Credo che a volte manchi un po’ di coraggio pionieristico, come quello che poteva avere Lilli Greco negli anni 60 e 70 che investiva in artisti che inizialmente sembravano inadeguati al pubblico e ai tempi (penso ad esempio all’esordio da quasi quarantenne di Paolo Conte). Alcune realtà discografiche in verità si sono dimostrate interessate verso il mio album, ma avrebbero proiettato la pubblicazione troppo in avanti, per varie ragioni. Dal canto mio, non volevo attendere e volevo uscire entro il 2025. Del resto per il circuito nel quale mi muovo io alla fine non credo che avrei avuto risultati diversi da quelli che ho avuto da solo se mi fossi appoggiato a piccole etichette. Mi sembra che siano scomparsi i discografici un po’ visionari che c’erano fino a qualche anno fa: oggi nessuno muore dalla voglia di investire denaro in un progetto che non abbia già determinati numeri. Si punta sulla sicurezza e sulla strategia, perché se un artista ha un buon numero di follower, è più allettante. Nei rari casi in cui un investimento sarebbe possibile, i meccanismi sono legati alla presenza di strutture o sponsor. Poi ci sono realtà che vorrebbero provarci a fare di più ma talvolta finiscono per investire in progetti che non hanno molto senso e che si rivelano fallimentari.

Uno dei problemi è che certe etichette fanno troppi dischi. Sarebbe meglio farne dieci all’anno, piuttosto che cinquanta, ma seguendoli come meritano. Non è possibile stare dietro a tutte le uscite, e tra l’altro molte etichette, per risparmiare, fungono da ufficio stampa di se stesse.
Lo so, e la cosa mi lascia perplesso. Va detto che certe etichette conoscono bene il proprio mercato, e anche per questo tendono a lavorare solo su alcuni artisti, che sono quelli che funzionano da sé.

Credo che da un certo punto di vista la cosa migliore che potesse capitarti sia stata fare tutto da solo. Un vantaggio è che se le cose ti andranno bene, o benino, sarai comunque soddisfatto e sarà merito tuo; se dovessero andare male, almeno saprai con chi prendertela. Ultimamente ho visto cose aberranti: etichette che si rifiutano di fare anche la minima tiratura di cd, altre che mettono a budget cifre fasulle per promozioni che non vengono mai attuate.
Ho anche io questa consapevolezza. Nel mio caso di fronte a questo panorama ho scelto di fare tutto da me. Ho curato personalmente la promozione nei primi giorni sfruttando i contatti con i giornalisti che conoscevo e successivamente ho iniziato a collaborare con l’ufficio stampa di Teresa M. Brancia che ha iniziato a darmi una mano perché dopo aver sentito l’album se ne è innamorata. Penso che dovrebbe sempre essere così ovvero lavorare con persone davvero interessate a quello che fai. Con l’uscita del disco ho chiuso da me un tour di dodici date un po’ in tutta Italia e alcune sono state bellissime, anche con la band.  Senza un booking, non è semplice organizzare un tour, ma alla fine me la sono cavata. Naturalmente per alcune realtà sono ancora un emergente sconosciuto e quindi non è facile suonare ovunque, ma non posso dire che sia un album che non sto suonando in giro.

Ho conosciuto abbastanza da vicino le dinamiche dei talent. Sono vetrine che ti danno una visibilità, ma quando ne esci, se non hai un ufficio comunicazione che ti spinge nel modo giusto, l’onda dura forse quindici giorni, poi vieni dimenticato. Inoltre, se non arrivi alle radio, ti giochi gran parte del pubblico. Molte etichette parlano di passaggi radiofonici, ma si riferiscono spesso a piccole emittenti di provincia, che sono ben diverse dai grandi network.
Sì. Per concludere, la situazione è quella che stiamo descrivendo. Andrebbe rifondata, per trovare lo spazio per altre proposte. Anche il pubblico è bombardato da troppe cose e come dicevamo prima a volte lascia inconsapevolmente che sia l’algoritmo a decidere: non è il massimo per stimolare la curiosità che spinge poi a cercare nuovi artisti. Le ultime generazioni hanno un approccio diverso da noi, ed è molto difficile immaginare che questa tendenza possa invertirsi dal nulla. In questo momento c’è una sorta di ubriacatura e ci siamo dentro completamente: nel tempo in cui io sono cresciuto, il successo non era così determinante per ‘esistere’. Era sufficiente avere le condizioni per fare quello che piaceva fare, e quelle condizioni garantivano uno status di vita decente. Adesso è obbligatorio avere successo per fare ciò che piace e il successo è diventato un problema. Ci sono artisti che venderebbero l’intera famiglia pur di raggiungerlo, quindi, se ne hai bisogno anche tu per avere le condizioni di fare ciò che ti piace, non puoi gareggiare con chi è pronto a tutto per averlo. Per questo, spesso la proposta artistica passa in secondo piano: sono due prospettive diverse. Non essendo nato ieri, non sono fatto in questo modo. Credo in ciò che faccio, però investo tutte le mie energie nel creare e nel difendere ciò che creo. Non sono strutturato per lottare ora dopo ora al fine di guadagnare visibilità. Inoltre, il linguaggio che si usa oggi per comunicare è quello dei social, dei reel e altri media simili: non mi appartiene, ed è scontato che i più giovani lo utilizzino con naturalezza, usandolo anche a fini commerciali: si finisce per vendere dei prodotti allo scopo di vendere la propria musica, e questa per me è una distorsione. Quando ho iniziato, era assurdo pensare che un musicista potesse sponsorizzare qualcosa che non fosse una muta di corde per chitarra in una piccola rivista di settore. Allo stesso tempo, mi pare che le persone siano anche pronte ad accogliere qualcosa di diverso: penso ad artisti come Brunori sas o Lucio Corsi un anno fa a Sanremo. È sembrato quasi, con loro, che la gente si sia scoperta orfana di un approccio diverso alla musica, però il problema è che devi arrivare alle persone, e per farlo devi sfruttare canali ai quali è difficile accedere. Il rischio è che il pubblico non scopra mai che esisti. Arrivi al paradosso che la tua esistenza sembra giustificata solo dal fatto che sei in determinati canali, invece uno ha il diritto di esistere anche fuori da quel meccanismo.

Sintesi finale?
Questo è il momento storico in cui esce questo album, però è uscito da poco tempo, quindi mi piace pensare che possano accadere altre cose. Sono contento del consenso che sto raccogliendo. L’importante era fare un’opera autentica per me stesso, senza compromessi nelle scelte, e ho fatto ciò che mi sentivo di fare. Però alla fine sono da solo: posso permettermelo perché in questi anni ho imparato a fare delle cose, e riesco a fare un disco in solitudine anche grazie al mestiere. È stata una bella sfida, ma sono contento che il risultato sia omogeneo, nonostante i dieci anni trascorsi dall’ultimo lavoro, sono contento che ci sia un fil rouge che lo attraversa e che tu lo abbia percepito, perché era una cosa che volevo.

Articolo di Marco Olivotto

© Riproduzione vietata

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