Il 24 maggio siamo stati al concerto degli Ulan Bator a L’Officina di Alessandria (il nostro report), organizzato dal collettivo Anzianotti per lo Swag. Abbiamo colto l’occasione per fare una chiacchierata con il leader storico della band francese, Amaury Cambuzat.
È la prima volta che vi vedo dal vivo e sono rimasto impressionato dalla potenza sonora che riuscite a esprimere sul palco essendo solo in tre. Vorrei conoscere il lavoro di arrangiamento per portare dal vivo questo tipo di esperienza. Di fatto riproducete quella del disco, ma in una versione ancora più aggressiva.
Penso che il segreto sia aver lavorato tantissimo sulla semplificazione, perché a volte è proprio questo l’elemento chiave: cercare l’essenza di ciò che fa funzionare il brano anche sul disco. Magari in studio ci sono tre o quattro chitarre su un pezzo, ma per renderlo dal vivo devi andare all’essenziale, e questo è fondamentale. Un altro elemento importante sono le dinamiche. Suonare con le dinamiche significa rispettare i forte, i piano, le pause e la respirazione dei pezzi. Questo conferisce ancora più potenza. Non è una questione di picchiare duro o di avere volumi altissimi, quanto un discorso di suonare insieme e rispettare la natura del brano. Penso che il nostro “savoir-faire” sia un po’ questo.
La pedaliera che usi è una vera e propria astronave. Ho notato una pasta sonora caratteristica dei suoni boostati con l’overdrive, e ampio utilizzo di delay ed effetti d’ambiente. Quali sono gli stompbox che ritieni fondamentali per creare il tuo suono?
Hai capito benissimo, si tratta proprio di un overdrive! Ho scelto un pedale della Behringer che, pur essendo di fascia economica, secondo me suona da Dio. È molto trasparente, veramente bellissimo. Poi ho un RAT che mi dà un po’ più di sustain e saturazione, ma lo utilizzo quasi come un secondo overdrive. Per quanto riguarda l’effettistica di ambiente, ho un buon delay stereo. Ogni brano ha il suo delay specifico, non sono impostati a caso: li ho preparati prima, sono salvati in memoria e ogni pezzo ha il suo. Avendo il delay stereo, anche il mio amplificatore lavora in stereo. Stasera purtroppo l’ampli non era microfonato, quindi non sono riuscito a fare un vero “left-right” nei diffusori frontali del locale, ma di solito cerco di creare un fronte sonoro molto largo grazie alla spazializzazione degli effetti. Gli altri componenti che vedi in pedaliera sono più che altro delle simulazioni, perché uso un finale di potenza a transistor di nuova generazione collegato a due casse. Non è un vero e proprio amplificatore per chitarra, quindi quella catena mi serve per avere un sound che ricordi il mio vecchio Fender Twin, arrivando però a un risultato ancora più preciso e pulito dell’originale.
Siete usciti con l’ultimo album “Dark Times” a novembre 2025 (la nostra recensione). Puoi contraddirmi, ma sento un ritorno alle origini degli Ulan Bator, sia a livello di sound che di tematiche. È come se la vostra musica si stesse adattando ai tempi cupi che stiamo vivendo in questo momento.
Diciamo che, per assurdo, ho iniziato questo disco sette anni fa. Nel frattempo ho fatto tantissime cose: progetti solisti, produzioni e mixaggi per altri, e ho suonato molto anche con i Faust. Sono stati sette anni in cui, quando avevo tempo, riprendevo in mano il materiale degli Ulan Bator. Il disco è nato con i pezzi più tirati e l’ho finito, come dicevamo, in questi tempi bui, quindi è stato facile arrivare a chiudere il cerchio. Gli ultimi due brani li ho realizzati nella stessa settimana, poco prima di finire il mixaggio. Ad esempio “Dark Times”, che è l’ultimo brano della tracklist, l’ho fatto in un solo giorno: ho costruito un pattern ritmico utilizzando i campioni ottenuti dalle batterie suonate dal vivo sul disco (da Franck Lantignac, membro storico degli Ulan Bator, ndr), e su quello l’ho scritto, registrato e mixato. Ero molto ispirato dall’attualità, che è piuttosto drammatica.
Nonostante questo c’è speranza, ed è per questo che sulla copertina c’è il colore verde. Ci sono questi testi che parlano di “vittime”, di chi subisce quello che noi umani facciamo subire al mondo, ma il verde resta fondamentale. Sono una persona che vive sempre con la speranza. Posso vedere il buio, posso essere cupo o depresso, ma dentro di me c’è sempre una fiamma di speranza. La mia musica può essere terribile, ma non è mai del tutto dark, e penso che questa dualità ne sia parte integrante.
Gli Ulan Bator sono stati portati in Italia dal C.P.I. (Consorzio Produttori Indipendenti) di Maroccolo, Zamboni e Ferretti negli anni Novanta. Com’è stato l’impatto con il pubblico italiano di quell’epoca, per cui la musica alternativa era ancora una novità?
Abbiamo esordito in Italia come Ulan Bator nel 1996. Avevamo venticinque anni, eravamo dei signor nessuno, ma abbiamo avuto un tour organizzato benissimo. La prima esibizione in assoluto è stata in TV, in una trasmissione di Red Ronnie che si chiamava “Help!”, durante la quale sono state citate in diretta tutte le date della tournèe. Questo ha fatto sì che ci ritrovassimo subito con un sacco di gente sotto il palco dei club in cui suonavamo, un po’ come stasera. C’è stata una risposta immediata.
Dopodiché siamo tornati in Francia a riprendere la nostra vita quotidiana. Poco tempo dopo, un’amica comune a Parigi che conosceva i C.S.I. mi dice: Guarda, ci sono questi ragazzi a Firenze che hanno una band e cercano un gruppo spalla. Però il concerto è tra tre giorni. Loro sono stati a Ulan Bator (la capitale della Mongolia, ndr) e voi vi chiamate Ulan Bator, perché non provate a suonare con loro? Ho chiamato il resto della band e ho detto: Ragazzi, andiamo a Roma! Siamo arrivati lì il sabato e ci siamo trovati davanti a diecimila persone. In quelle situazioni, o va alla grande o si rompe tutto… e ha funzionato, è piaciuto tantissimo!
Immaginati la scena: noi avevamo ventisei o ventisette anni, e il pubblico aveva all’incirca la nostra stessa età, quindi sicuramente quello che facevamo “risuonava” con loro. Era il momento giusto. Non so spiegare perché sia successo a noi e non a tanti altri gruppi nostri connazionali, ma l’Italia ci ha adottati. All’inizio pensavo fosse solo perché eravamo francesi, ma poi ho capito che non succedeva a tutti. Ci siamo accorti che in Italia, nonostante i problemi strutturali, c’è una grandissima cultura musicale, la gente ascolta molta musica, c’è una forte tradizione Progressive con band come i Goblin o la PFM; le orecchie del pubblico erano già preparate ad ascoltare e giudicare cose più strane e meno mainstream. Questa attitudine in Italia c’è sempre stata e secondo me esiste ancora.
Spesso in questo tour abbiamo avuto tantissimi giovani tra il pubblico. Loro, che sono cresciuti con i social, vengono a dirci cose molto carine. Magari si avvicinano e dicono, i Fontaines D.C. vi hanno rubato tutto! Io ringrazio, mi fa molto piacere, anche se non so se sia esattamente così. Però fa capire che negli anni Novanta c’erano delle intuizioni nell’aria, elementi underground che poi sono stati assorbiti dalla musica odierna. Avere un pubblico giovane oggi fa davvero tanto piacere, è una bellissima cosa.
Tu sei anche produttore. Come concili la tua attività di musicista e autore con quella dietro al banco della regia? Si influenzano a vicenda o sono due strade totalmente distinte?
Si influenzano tantissimo. Quando lavoro alle mie cose cerco sempre di spostare il limite un po’ più in là. Per esempio su “Dark Times” ho lavorato tantissimo sulla ricerca sonora, e quel bagaglio di esperienza posso poi metterlo a disposizione degli altri. Non mi lego a un singolo stile musicale, preferisco lavorare con persone che reputo interessanti.
La prossima settimana, per esempio, andrò a curare la produzione artistica di una band emiliana, i Pianura. Fanno un genere un po’ diverso dal mio, ma sono ragazzi con la testa sulle spalle, creativi e con tanta voglia di fare. Mi piace moltissimo il loro progetto. Poi andrò in Puglia per un gruppo che fa un genere più elettronico ma suonato dal vivo, con un tiro eccezionale in stile LCD Sound System. Seguirò anche le registrazioni di un’altra band di Benevento che si chiama 23 Beyond Infinite. Quest’estate, come avrai capito, ho tantissimi progetti diversi tra loro e la cosa mi entusiasma, perché sono tutti gruppi interessanti che non cercano di scimmiottare gli Ulan Bator, per fortuna! Questo mi spinge a fare continua ricerca per aiutarli a raggiungere il sound che desiderano, provando a inserire quel qualcosa in più che magari non si è ancora sentito. Le due cose, ciò che faccio per me e ciò che faccio per gli altri, sono strettamente legate. Quando produco il disco di qualcun altro ci metto lo stesso amore e la stessa passione, come se fosse il mio. Al di là del budget, trovo sia giusto dare il massimo. Conosco bene le aspettative di una band quando entra in studio, quindi avverto una forte responsabilità.
Questa di stasera è l’ultima data del tour, giusto?
Sì, questa è l’ultima data ufficiale. Quest’estate faremo giusto uno o due festival, ma come ti dicevo, avendo tutti noi molte altre attività collaterali e produzioni, ci va bene così. Questi due mesi sono stati molto pieni e hanno avuto perfettamente senso. Poi a gennaio e febbraio riprenderemo sicuramente a suonare nei club, stiamo valutando le date tra Italia e Francia.
Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio
