I Big Special hanno pubblicato lo scorso 4 luglio il nuovo disco “National Average”. Il duo delle Black Country, formato da Joe Hicklin e Callum Moloney, non ha perso tempo nel dare un seguito all’acclamato album d’esordio “Postindustrial Hometown Blues”, entrato nella Top 40 del Regno Unito lo scorso anno. I Big Special sono emersi grazie al loro distintivo mix di urla esistenziali, voci soul e imponenti, combinate con un sound punk di grande impatto. Ne sono seguiti tour importanti e slot da headliner nei festival, ma nel caos dell’anno trascorso il duo ha trovato il tempo di scrivere il nuovo album. Il duo inglese arriva per la prima volta a Milano il 23 ottobre in Santeria Toscana 31 per un live – prodotto da Virus Concerti – che ha tutte le carte in regola per fare felici i fan vecchi e nuovi della band.
La nostra intervista esclusiva con Joe Hicklin e Callum Moloney.
Uno dei temi principali del vostro album di debutto “Postindustrial Hometown Blues” è la depressione: quanto è importante per gli artisti nel 2025 affrontare temi legati alla salute mentale?
Scriviamo semplicemente delle nostre esperienze personali, che è ciò che tutti gli artisti dovrebbero fare. Se soffri di disturbi mentali, sentiti libero di parlarne apertamente: ha senso usare la tua voce per farlo, nella speranza di entrare in contatto con altre persone che soffrono della stessa cosa. È ciò che l’arte ha fatto per noi.
Nel vostro nuovo album “National Average” dimostrate di nuovo di essere in grado di produrre un convincente mix tra Punk, Indie Rock, Hip Hop e Soul: è un processo conscio a livello compositivo o semplicemente sono le vostre influenze che affiorano in maniera naturale in fase di scrittura?
È molto naturale. Tendiamo a iniziare con una serie di jam improvvisate che registriamo e poi tagliamo in sequenze di loop su cui lavorare. È raro che discutiamo di ciò che faremo o vogliamo ottenere prima di iniziare queste jam, cerchiamo solo di seguire il flusso, senza ego, senza aspettative. Ascoltiamo un ventaglio di musica così ampio che penso che le diverse influenze si fondano tra loro. La sfida per noi è trovare il filo conduttore che unisce tutte queste canzoni e questi stili per creare un album coerente.
Siete una band in cui però mancano gli strumenti a corda: come ovviate alla mancanza di basso e chitarra, che sono elementi solitamente importanti nel sound punk?
Registriamo noi stessi la chitarra e il basso, con l’intenzione di suonarli poi dal vivo come loop. È sempre stato parte del nostro piano farlo in questo modo. Suddividendoli in loop si ottiene un effetto più Hip Hop, ma tutto inizia con una jam session grezza in una stanza, come qualsiasi band punk. Penso che al giorno d’oggi il mondo si sia allontanato dalla vecchia immagine stagnante di una band di quattro elementi come unica formazione possibile. Il laptop è la nuova chitarra acustica.
40 anni fa la situazione in UK era critica, tra disoccupazione elevata e rivolte come quelle di Brixton, e i Clash erano la band che meglio riusciva a esprimere il malessere della classe operaia. Oggi la situazione politica e sociale è altrettanto problematica: pensate che lo sfogare la propria rabbia attraverso l’ascolto della musica Punk possa concretamente aiutare le persone?
Penso che la musica sia sempre stata uno sfogo per le persone. La musica della classe operaia è intrinsecamente politica. Per le persone è importante vedere rappresentata nella musica la vita che vivono giorno dopo giorno e la rabbia e la frustrazione che provano. Come nel caso del dibattito sulla salute mentale, capire che non si è soli nelle proprie difficoltà è molto importante.
Nel giro di due anni siete passati dall’essere uno dei segreti meglio nascosti d’ Inghilterra a fare tour mondiali: come vi relazionate con il successo che state ottenendo?
È ancora tutto così nuovo per noi. È pazzesco andare in paesi diversi e vedere persone che cantano i nostri testi e si connettono con la nostra musica. Ne siamo eternamente grati, e siamo grati anche di poterlo fare a tempo pieno come lavoro.
Big Special interview
One of the main themes of your debut album, “Postindustrial Hometown Blues,” is depression: how important is it for artists in 2025 to address mental health issues?
We just write about our own lived experience, which is what all artists should do. If you suffer with mental health issues, feel comfortable to talk about it openly it makes sense to use your platform to talk about it in the hope that you can connect with other people who suffer. It’s what art has done for us.
In your new album, “National Average,” you once again demonstrate your ability to produce a compelling blend of Punk, Indie Rock, Hip Hop, and Soul: is this a conscious process at the compositional level, or do your influences simply emerge naturally during the writing process?
It’s very natural. We tend to start with a bunch of improvisational jams which we record and then chop up into samples to work from. It’s rare we discuss what we are going to do or want to achieve before we start these jams, and just try to go with the flow, no ego, no expectation. We listen to such a broad spectrum of music I think the different influences just bleed in. The challenge for us is finding the central thread that joins all these songs and styles together to make a cohesive album.
You’re a band that lacks string instruments: how do you address the lack of bass and guitar, which are typically important elements in the punk sound?
We record the guitar and bass ourselves onto track, with the intention of it being played on track live. It was always the plan to do it this way. By chopping it up into loops it gives it more of a hip hop feel, but it starts in a raw jam in a room like any punk band. I think nowadays the world has moved on from the old stale image of a 4 piece band set up being the only operative. the laptop is the new acoustic guitar.
40 years ago, the situation in the UK was critical, with high unemployment and riots like the Brixton riots, and The Clash were the band that best captured the discontent of the working class. Today, the political and social situation is equally problematic: do you think venting one’s anger through listening to punk music can actually help people?
I think music has always been a vent for people. Working class music is inherently political in itself. People being able to see the lives they are living from day to day and the angers and frustrations they feel, represented in music is validating. Similar to the mental health conversation, understanding that you are not alone in your struggles is powerful.
Within two years you’ve gone from being one of England’s best-kept secrets to touring the world: how do you relate to the success you’re achieving?
It’s all still so new to us. It’s mad going to different countries and seeing people singing the lyrics back to us and connecting to our music. We are eternally grateful for that, and that we are doing this full time as our jobs.
Articolo di Alberto Pani
