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Daniele Morelli intervista

Il suo disco è suonato interamente con la chitarra spaziando tra loop, psichedelia e suoni

“Ars Musica” è l’ultimo lavoro di Daniele Morelli recentemente pubblicato dall’etichetta Off Record. Un disco suonato interamente con la chitarra che in questo progetto svolge anche la funzione di percussione spaziando tra loop, psichedelia e suoni che richiamano gli albori del mondo. Questo disco infatti rappresenta un omaggio alle divinità del mondo antico e a quelle culture passate che hanno lasciato un retaggio importante alla musica che ascoltiamo oggi. Fondamentale per il chitarrista toscano la permanenza in Messico che dura ormai da dieci anni e che probabilmente ha ispirato anche  l’approccio a uno strumento utilizzato nella maniera più impensabile possibile. Ecco il racconto di questo viaggio interiore spiegato in prima persona da Daniele Morelli.

“Ars Musica” è un disco molto sperimentale: ci vuoi raccontare come è nato?

La prima intenzione era quella di sperimentare con vari ritmi usando la chitarra come percussione e comporre della musica senza l’uso o sviluppo di progressioni armoniche. Volevo fare un album registrato interamente con la chitarra e cercare di ricreare delle atmosfere antiche con un suono moderno, per questo mi sono concentrato più sui ritmi e i temi che sull’armonia. Ogni brano è dedicato a una divinità ed è una riflessione sul passato attraverso la musica fatta di suoni e rumori.

Suoni distorti che raccontano le divinità del passato e un mondo ancestrale. Possiamo definire “Ars Musica” un incontro tra passato e presente? O tra leggende e tempi moderni?

Un incontro tra il passato, il ritmo, la base della musica e della danza, e i tempi moderni con suoni della chitarra elettrica. Un discorso musicale fatto di corde che racconta leggende antiche.

C’è un filo conduttore che lega tutti i brani del disco? Possiamo parlare di un concept album?

Ci sono vari fili conduttori che legano tutti i brani, tecnicamente il fatto che sia stato registrato solo con chitarre, il ritmo è quasi sempre l’idea iniziale di ogni brano e tutta la musica contiene rumori fatti con la chitarra, riverberi, delay. Ogni brano porta il nome di una divinità della musica o dell’arte di antiche popolazioni. Culti e cerimonie degli antichi Greci, Sumeri, Aztechi e Maya raccontati in musica. Leggende e credenze che ispiravano le antiche culture di tutto il mondo a sviluppare certa musica, a identificarla con una divinità che insegnava loro a suonare e costruire strumenti musicali.   

Perché la scelta di dedicare ogni brano a una divinità?

È un omaggio personale alla conoscenza e alle tradizioni di culture antiche ormai sconosciute e al fatto che ogni popolazione del passato aveva una divinità per la musica, l’arte e la creatività. Il tema della relazione tra l’essere umano, la divinità e la musica mi sembrava interessante da sviluppare in senso ritmico, il ritmo della natura. E attraverso il ritmo e le melodie le popolazioni antiche si connettevano con la parte più sconosciuta della natura, il mondo invisibile, dell’immaginazione, delle divinità, della musica.

Tutto il disco è stato registrato interamente con la chitarra. Ci vuoi raccontare come ci hai lavorato?

In quasi tutti i brani sono partito da un’idea ritmica usando la chitarra come percussione, a volte più idee ritmiche insieme e poliritmi, poi aggiungevo arrangiamenti ritmici e melodici fino a scoprire la o le melodie principali. Questo è stato un percorso interessante durante la registrazione perché quasi sempre le idee nascevano sul momento, costruendo il discorso musicale. Ho lavorato tanto sulla ricerca del suono di ogni chitarra, volevo che ogni chitarra avesse un ruolo ben definito, quindi ho sperimentato con varie altezze e frequenze, e con l’uso di pedali ho aggiunto in ogni brano una serie di rumori che creano un paesaggio sonoro alla storia in questione.

Per comporre questo disco quali sono state le tue principali fonti di ispirazione?

Ma io vedo la chitarra e mi ispiro (ride), non sempre ma cerco di fare in modo che sia così. È importante essere ispirati quando suoniamo uno strumento, anche se stiamo facendo solo un esercizio è importante dargli una intenzione più profonda che non sia il semplice muoversi delle dita. L’ispirazione è un mistero difficile da descrivere a parole ma credo che si trova nell’intenzione di voler estrapolare dai sentimenti e dalle emozioni di tutti i giorni delle idee creative e originali. Non mi sono ispirato a nessun stile, genere musicale o musicisti in particolare, ho cercato di rimanere abbastanza minimalista in questo senso.

Da anni sei ormai in Messico. Cosa ti affascina di questo paese e quanto ti ha ispirato la tua esperienza lì per la nascita di questo disco?

Ecco la fonte di ispirazione principale. Il Messico. Questo grandissimo paese con due oceani, selva e deserto, grandi altipiani, piccole comunità, città enormi, culture e lingue indigene è l’ispirazione costante. Dopo anni in Messico conosco il lato affascinante positivo e negativo e l’esperienza qua credo ormai ispiri tutta la musica che faccio. Questo disco in particolare è stato registrato a Oaxaca che grazie alla musica ho avuto modo d conoscere meglio negli ultimi anni. A Oaxaca sono rimasto affascinato dalla storia, storia zapoteca e storia coloniale, cioè rovine archeologiche ed ex conventi. Il Valle Centrale di Oaxaca è pieno di piramidi e zone archeologiche spesso inesplorate così come di ex conventi domenicani del 1500, la quantità di storie e informazione persa è impressionante, la sierra nasconde ancora tanti misteri irrisolti, la cultura zapoteca è ancora misteriosa tanto come quella maya.

Per me è sempre stata importante l’esperienza fuori dalla musica perché è quella che ispira la musica.

Una volta a Oaxaca, dal mercato di un paesino vedo una chiesa solitaria lontana nella campagna, chiedo a un mototaxi se mi porta a quella chiesina. Mi porta e mi lascia lì, faccio una passeggiata intorno, niente, vado dietro la chiesa, salgo su un monticciolo di terra e pietra, scendo, continuo a camminare finché mi rendo conto che stavo in mezzo a 10 piramidi 10. Ecco perché c’era una chiesa lì, perché prima era stato un centro cerimoniale zapoteco. Un’altra volta vado su una collina dove sapevo che c’erano almeno 7 piramidi, arriva un signore sul posto in macchina e mi grida se rimanevo o andavo via. Io sorpreso non capisco, alla fine mi dà un mazzo di chiavi e mi dice che è l’archeologo della zona, che nessuno va mai lassù e che visto che ci sono io adesso se apro tutti i lucchetti di un portone con quelle chiavi mi farà vedere una tomba zapoteca. E così fu. Una tomba zapoteca nelle viscere di una piramide con dipinti, colori e sculture. Questi sono un paio di aneddoti previ alla registrazione di Ars Musica.

Hai in progetto qualcosa di nuovo?

Stiamo lavorando in quartetto con musicisti messicani e italiani al mio nuovo album, in più ci sono diverse registrazioni in corso con altri progetti e questa estate sarò in Italia presentando “Ars Musica”.

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