“Paura del domani” (VREC) è il secondo album di inediti di Davide Bolognesi, in arte Dave Bolo, poliedrico cantautore rock della provincia di Varese. Già voce dei Cinqueventi, indie rock band con cui ha pubblicato due album, ha realizzato due ep in studio da solista: “Poveri i nostri guai” (2011) e “Radiophonia” (2016). Il suo primo album è “Musica Buona” (VREC 2021). Nel 2025 è il momento del secondo album “Paura del domani”, il suo modo di lasciare un’impronta di stile nel Rock italiano, guardando al futuro.
Partiamo dal nuovo disco. Rispetto al precedente, sembra esserci una ricerca sonora più profonda. È una scelta nata in studio o già in fase di scrittura?
Diciamo che l’impronta del disco nasce proprio dalla produzione. Il primo album era un regalo a me stesso: volevo un suono alla Foo Fighters, metal, grunge, quello stile lì. Questa volta invece avevo già i brani scritti, ma in pre‑produzione ho chiesto a Max Zanotti di cercare una sonorità più vicina ai Casablanca, mescolata alle mie intuizioni. Vvolevamo una profondità diversa, una risposta alla domanda: che suono deve avere il rock italiano nel 2026 per avere ancora una chance?
Quando parli al plurale, intendi te e Zanotti. Ma la scrittura è tutta tua?
Sì, i pezzi sono tutti miei, anche molte parti degli arrangiamenti, dai cori alle linee musicali. Poi però affido tutto a Max, dandogli libertà di spaziare e aggiungere ciò che a me non viene naturale. Un produttore vero deve lasciare una firma: se non aggiunge identità, tanto vale farsi il disco da soli.
Componi partendo dalla musica o dalla melodia?
Dipende. Stamattina, per esempio, mi è venuta in mente una melodia chiarissima mentre ero in giro. A volte nasce tutto da lì. Altre volte parto dalla musica. Non essendo un “mestierante” pagato per scrivere, le canzoni mi nascono spontanee: se sono valide, lo capisco subito. Tutto ciò che ho scritto — anche quello che forse non pubblicherò mai — è figlio di emozioni naturali.
Il titolo dell’album, “Paura del domani”, da dove arriva?
È un sentimento che mi porto dietro da un po’. Non so se sia comune, ma i tempi non sono proprio rassicuranti. Da quando sono diventato genitore, certe responsabilità ti cambiano lo sguardo. Non è pessimismo, è consapevolezza. Cerco di non farmi prendere dal panico, ma certe riflessioni arrivano. L’importante è trasformarle in energia creativa: ci faccio i dischi.
Molti giovani oggi vedono il futuro solo come una minaccia…
Forse sì. I giovani hanno più tempo per guardarsi dentro, per guardare il cielo. Noi adulti siamo assuefatti dalla routine, non alziamo più la testa. E quando lo facciamo, ci pesa. I demoni vanno affrontati, non evitati. Meglio prenderli a pugni che far finta che non esistano.
Nel disco c’è anche una critica ironica alla società musicale.
Sì, perché il Rock ha sempre avuto un’energia positiva anche quando critica. Non è solo buio. È riflessione, è reazione. E oggi mi sembra che siamo poco reattivi, come se ci avessero spento. Gli artisti hanno il dovere di scuotere un po’ le persone, soprattutto i giovani.
Nell’album hai inserito una cover: “Polvere” di Enrico Ruggeri. Perché questa scelta?
Volevo dare spazio alla canzone d’autore. Ruggeri è un autore enorme: potremmo elencare decine di sue canzoni che conosce tutta Italia. “Polvere” l’avevo sentita in una versione rock fatta da un amico, e mi era rimasta dentro. È raffinata, elegante, e mi ricorda quando ero bambino. Ruggeri poi è uno che non si è mai nascosto, ha sempre detto quello che pensava. Mi ci rivedo.
Nel comunicato stampa si parla di un disco che unisce Rock, Pop e Cantautorato.
Il Pop c’è nelle melodie, che sono affabili, cantabili. Musicalmente però il sound è rock. Quando ho iniziato a scrivere, mi dicevano che le mie melodie erano radiofoniche, semplici. Io mi arrabbiavo: venivo dai dal Crossover, dal Metal, adoro i Pantera. Poi ho capito che scrivere in italiano cambia tutto: devi far arrivare subito il messaggio, senza complicare. È un mix tutto mio.
C’è un gran ritorno alle sonorità rock anni ’90. È nostalgia o reazione alla musica “artificiale” degli ultimi anni?
He sì, e purtroppo credo che l’artificialità aumenterà. Usciranno band non credibili, nate in laboratorio. Ma la musica suonata dagli esseri umani, dal vivo, avrà sempre valore. Forse diventerà più di nicchia, come la musica classica oggi, ma proprio per questo sarà preziosa. Quando quattro persone suonano insieme e si capiscono senza guardarsi, è magia pura.
Hai scelto di pubblicare il disco in formato fisico solo in musicassetta. Una scelta davvero contro corrente!
Sì, perché è un formato prezioso, è per chi ascolta davvero. Il vinile è tornato, ma costa. La musicassetta è ancora più di nicchia, ma ha un fascino enorme. Io sono cresciuto col Walkman, con le custodie di plastica, con i nastri. È un modo per lasciare un oggetto fisico, un segno del mio passaggio.
Non hai mai portato in giro live le tue canzoni, e ora finalmente lo fai …
Per anni ho fatto un tribute ai Foo Fighters, anche all’estero. Con le mie canzoni invece non avevo mai avuto un’attività live. Ora sì: ho voglia di rimettermi in gioco. Ho fatto ep, un disco, ma non li avevo mai suonati davvero. Ora è il momento di portarli sul palco.
Articolo di Francesca Cecconi
