Il 23 gennaio da Varese partirà il nuovo tour di Davide Van De Sfroos. Quindici date, con la chiusura a Bergamo il 24 aprile, per un tour che vedrà impegnato il cantautore comasco con una formazione di 13 elementi. Nuovi arrangiamenti per una dimensione teatrale che è ormai una delle incarnazioni che più piacciono del Van De Sfroos invernale. Ne abbiamo parlato con Davide Van De Sfroos, che si è raccontato prima della partenza di questo tour, il primo del 2026.
Questo tour è la novità che avevi annunciato sui social al termine del tour del 2025?
Direi di sì, perché era una cosa che volevamo fare da tempo, e abbiamo capito che era arrivato il momento di metterla in atto. Questo tour, chiamiamolo pure invernale, è una serie di concerti che si svolgeranno in teatro, e che ci permetterà anche un altro tipo di ascolto, di certo differente da quello che possiamo definire come una baldoria estiva. Volevamo fare qualcosa di nuovo, che non fosse però presentare un disco inedito, e proporre così una scaletta rivisitata con pezzi vecchi e nuovi. Bisogna sempre avere qualcosa che dia una ventata di novità, che faccia scorrere un po’ d’acqua fresca, altrimenti si rischia di ripetere all’infinito una serie di brani, una serie di situazioni che tutti conoscono già.
Che tipo di concerti saranno dunque?
Non volevo una situazione sinfonica, niente orchestra sinfonica dunque come quando avevo fatto quei due o tre esperimenti nel passato. Erano stati belli, ma mettevano comunque in pista 40 musicisti e diventava molto caotico e complesso anche da portare in giro. Così ho deciso per una folkestra, e cioè prendo alcuni elementi della band che solitamente mi accompagna, come basso, batteria, chitarra elettrica, pianoforte, violino e via dicendo, e vi abbiamo aggiunto dei giovani ragazzi che sanno suonare elementi classici, cioè viola, violoncello, violini, clarinetto, tromba, trombone, flauto traverso e via dicendo. Ne è venuto fuori un combo che funziona molto bene. Saremo in 13 sul palco. Le canzoni mantengono la loro ossatura originale, ma portano con se un alone estremamente teatrale, molto invernale e anche emotivamente efficace. A conti fatti, ci sono brani che erano più veloci, più incisivi, che sono diventati non soltanto classici, ma anche un po’ pirateschi; mentre quelli più sinuosi, come le ballate più intime, in questa dimensione si trovano a loro agio. È come se avessero delle pareti di suono che esaltano quel tipo di atmosfera. Sono molto soddisfatto del risultato che ho ottenuto. La cosa bella è che io stesso mi sento rinnovato con questa proposta e anche un po’ esaltato, perché anche per me non è qualcosa di già visto, di già fatto e di già sentito. La sensazione è quella di guidare una vettura nuova. Si sale sul palco con un prodotto diverso dal solito, proprio dopo tutti questi anni. Il rischio di essere ripetitivi infatti c’è, soprattutto se non hai cose nuove da suonare.
In questo sei molto vicino a uno dei tuoi idoli. Mi riferisco a Bob Dylan che, come è noto, spesso rimaneggia le sue canzoni. Mi pare che in questi ultimi anni tu abbia lavorato molto per non riproporre sempre le stesse cose, ma cercare di rivederle, riarrangiarle, rileggerle, riproporle e vestirle in modo nuovo. Questa dimensione ti piace, ti appartiene, ti ci ritrovi o è solo un’esigenza, come dicevi poco fa, dettata dal fatto che non c’è un disco nuovo da proporre?
No, se fosse una semplice esigenza diventerebbe tutto molto sterile. Alla base ci deve essere proprio la voglia di cambiare. Dylan è sicuramente un individuo che credo non abbia mai risuonato due volte la stessa canzone e allo stesso modo, anche se la canzone era quella. Alla base c’è sempre il desiderio di continuare a giocare con la musica, con i suoni, con le contaminazioni, con gli ospiti e anche con le versioni dei brani. Arriva l’estate, c’è il concerto che è più rock/folk più che cantautorale, ed ecco che nascono arrangiamenti di un certo tipo, con tonnellate di chitarre elettriche, con una batteria di un certo tipo, e tu che vivi il tutto proprio come sei in quel momento.
Poi arriva il teatro, dove puoi raccontare qualcosa di nuovo e dire cose diverse dal solito, di data in data. In questo modo puoi far sì che ogni data sia unica, anche se la scaletta è quella, perché in quel giorno lì l’energia deve scorrere in una maniera differente. E allora non è soltanto un’esigenza logistica o di copione; è proprio che vuoi divertirti, e chi è sul palco è il primo che si deve divertire, il primo che ci deve credere. Da lì sicuramente ne trarranno vantaggio tutti quelli che sono sotto il palco, perché avranno sempre la sicurezza e la garanzia di vedere e ascoltare qualcosa di autentico, di genuino. In tutti questi anni ho cercato sempre di non ingannare emotivamente il pubblico. Poi ci sono dei giorni nei quali hai i tuoi problemi personali. Puoi avere anche un umore sconfitto o qualcosa del genere. Però quando sali sul palco impari a lasciare giù la zavorra e a far salire invece la persona che deve divertire e preservare il sound, la canzone e lo spettacolo. Poi ritorni a riprenderti carico delle tue cose. Se non riesci a fare tutto questo, se non puoi, se non stai bene, beh è quasi meglio dire “non sono in grado di salire su un palco”.
Per quanto riguarda la scaletta, sarà un viaggio nella tua produzione o soltanto negli ultimi lavori?
Sarà sicuramente un viaggio trasversale, perché ci saranno brani più vecchi, altri vecchissimi, però è stata soprattutto costruita cercando quelle canzoni che potevano funzionare molto bene con una combinazione di musicisti di questo tipo. Abbiamo preso in esame e preparato quei brani che si prestano tantissimo a una situazione sonora come quella che abbiamo preparato. Possiamo spoilerarne una per tutte, che è stata scritta anni fa e non è quasi mai stata portata in giro, perché aveva una struttura orchestrale e classicheggiante. Si tratta della canzone “Il Cavaliere Senza Morte” del 2008. Il risultato è ottimo, ma devo dire che anche le canzoni che sei abituato a eseguire in un certo modo non hanno problemi e funzionano molto bene. Per capirci, è un po’ l’effetto che può succedere quando vedi una canzone portata da un artista all’Ariston, e l’orchestra di Sanremo sotto ci lavora e permette alla band di avere sotto un motore differente, un motore emotivo molto valido, anche se sul palco ci sono chitarra e batteria.
Una curiosità chiaramente anche personale, perché ti seguo da tanto tempo, dalle dimensioni piccole allo stadio, fino a questi ultimi anni. Vado diretto: sei contento di tutti questi sold out che stanno arrivando?
E chi non lo sarebbe! Sono sold out che ti fanno capire che il tempo è passato e si invecchia su quel palco. Però le persone sono disposte a scommettere ancora il loro tempo e i loro soldi su un prodotto che in realtà non è di moda, però non scadrà mai, proprio perché è alla base della radice stessa di quello che noi chiamiamo folk, memoria, storia, tradizione e la nostra cultura. Quindi questi sold out, che anche durante il tour di “Manoglia” erano stati repentini e molto potenti, sono una bella testimonianza. Sono una carica che ti serve per dire che siamo ancora qui, e vogliamo fare questa cosa, e la facciamo perché sappiamo che ci sono persone, tante persone — riempire un teatro oggi non è cosa da poco — che ci seguono da anni. Noi non siamo quelli mainstream, non siamo quelli che passano in radio da mattina alla sera, non siamo quelli che possono riempire tre giorni di fila San Siro o qualcosa del genere. Tutte le persone che arrivano al nostro concerto lo fanno perché sono seguaci di un sentiero che noi abbiamo tracciato negli anni. Saperli ancora tutti lì, tutti pronti, a qualsiasi età, a prendere a priori dei biglietti, vuol dire che l’affetto che ci circonda è notevole, e che quello che hai da dire funziona, così come il modo in cui lo esponi.
Quando ti ho intervistato la prima volta, parliamo di vent’anni fa a Casalromano, in provincia di Mantova, la tua carriera stava decollando. Mi ricordo le prime recensioni che leggevo del tuo lavoro. Era un’epoca completamente diversa, dove i social non comandavano. Si parlava “del limite” del dialetto. Tu sei stato un apripista. Dal Premio Tenco in giù tantissimi tuoi colleghi oggi stanno riscoprendo la lingua dialettale o le lingue di varie zone d’Italia. La musica dialettale è un filone che sta funzionando molto bene, e volevo collegarmi con quello che stavi dicendo prima, cioè al fatto che ormai ai tuoi concerti ci sono almeno due generazioni, se non tre in alcuni casi. Volevo capire che idea ti sei fatto di questo, cioè come sei riuscito a diventare un classico che non passa mai di moda, utilizzando una lingua che non è quella italiana che, a quanto pare, oggi sta producendo una musica che non è in grado di incidere nella realtà tanto quanto un’esperienza come la tua e quella fatta dai tuoi colleghi che utilizzano una lingua minoritaria, o il dialetto.
Parliamo di grandi esploratori, di navigatori o di inventori. Tutti quelli che sono riusciti in qualche modo ad andare oltre i limiti, come Cristoforo Colombo, un uomo che ci ha creduto e ha investito tutto se stesso in questa sua convinzione. Poteva essere deriso, poteva essere limitato da qualcuno, ma lui ci ha creduto e, che se ne sia accorto oppure no, è comunque Colombo che ha scoperto l’America. I grandi inventori magari all’inizio si lasciavano anche deridere o screditare, però non hanno mai smesso di seguire quella convinzione.
Mi ero reso conto che si poteva investire tanto su questa dimensione, e cioè su una musica nata da una lingua che conoscevo bene e che sentivo essere potenzialmente incredibile, almeno quanto l’inglese, per il suo suono, per la sua struttura tronca, per la sua cantilena e per la potenza antropologica che mantiene. E me ne sono fregato della comodità, del mainstream o di queste cose fatte in modo un po’ più semplice, e che pare che funzionino meglio. Volevo scavare a fondo, e probabilmente la poetica stessa mi assisteva perché per me non era più un gioco, non era più solo una canzone, ma era un viaggio importante che rappresentava un lato decisivo della nostra cultura. Devo dire che, nonostante i vaticini non fossero certo favorevoli, perché profetizzavano fallimenti immediati, io ho avuto molto di più di quello che mi aspettavo. Questo vuol dire che è stato per me un successo. Il successo non lo misuri soltanto con le vendite, il guadagno o il numero di persone che puoi trovare sotto il palco. Il successo lo misuri con la tua felicità nel vedere che qualcuno ha capito il tuo messaggio, che si è emozionato per quello che ha emozionato te. Allora ti rendi conto che hai fatto bene a portarlo alla luce perché era qualcosa di cui la gente aveva bisogno. Questo è un tipo di successo che non ha niente a che fare con i conti in tasca.
Ti ho visto nello spettacolo dedicato a Jim Morrison. Ti avevo visto due volte con lo spettacolo dedicato a Bob Dylan, dove hai proposto una versione bellissima di “Blowin’ In the Wind”. Ti chiedo come ti sei trovato con il mondo musicale di Jim Morrison. Quando ho assistito a questo spettacolo, tutto avrei pensato tranne che vederti nel mondo di Jim Morrison.
Allora, innanzitutto quando siamo partiti con l’avventura Bob Dylan, benché fosse molto nelle mie corde, io avevo un volto da punto interrogativo. Mi fidavo di Ezio Guaitamacchi, Brunella Boschetti e Andrea Mirò, che mi davano una garanzia di qualità. Però io non sapevo esattamente a cosa sarei andato incontro. Ero anche un po’ timoroso perché stai toccando un territorio che scotta; stai toccando un territorio sacro per molti, e lì ho messo del mio, ho fatto quello che dovevo. Ho interpretato quello che mi hanno detto di interpretare, ed è stato un successo, tanto che abbiamo fatto due stagioni portando in giro quell’avventura.
Quando è arrivato un nuovo progetto legato alla Psichedelia e a Jim Morrison io mi sono subito esaltato, benché ovviamente Morrison sia un personaggio molto differente da Dylan. In primis, anche lui è poeta, ed è sicuramente legato a un mondo che per lui è svanito molto in fretta. Però non è solo Morrison il problema, perché in quel spettacolo c’è anche Janis Joplin e Jimi Hendrix. Entrare e fare delle poesie in diretta, sera per sera, inventandole e avendo una sorta di trance, è stato per me liberatorio ma anche molto potente dal punto di vista psicologico. Sempre per il fatto del rinnovarsi in ogni data… questo tipo di spettacolo mi permetteva di andare sotto ipnosi, di diventare un ragazzo di quegli anni e di buttare fuori qualcosa che ti appariva come se lo spirito dei Doors, di Jim Morrison che io interpretavo, fosse lì presente, proprio nella serata dello show. È stato innanzitutto bellissimo perché, in quel momento, non sei Davide Van De Sfroos. Non c’è niente del tuo repertorio, anche se ho tradotto brani e testi in italiano. Sei tu che scrivi poesie, e sei tu che dedichi poesie allo spirito di Morrison. C’è stata la possibilità di esporre un te stesso che nei tuoi show non hai la possibilità di esporre. Un viaggio simile a quello che un attore intraprende quando gli fanno interpretare un ruolo che non è il suo. Un attore è sempre stato comico o da commedia, e deve fare una parte drammatica. Oppure un attore che non ha mai affrontato la musica e invece deve cantare e suonare. Sono progetti molto stimolanti sia dal punto di vista della creatività sia sul fronte dell’esposizione al pubblico.
Andrà avanti questo progetto?
Sicuramente male non farebbe. Adesso vediamo se nell’estate prossima, quando finirà questo mio tour teatrale, ci saranno nuove richieste. Visto che è andato sempre molto bene anche quest’anno, vedremo di fare una stagione 2.
Ultima domanda, un po’ classica chiaramente: questa folkchestra live 2026 è l’ultima sorpresa o hai in serbo qualche cosa d’altro?
A volte le sorprese sono sorprese anche per me, legate al momento, mentre sto marciando verso questa direzione teatrale e ci stiamo concentrando su questo. Al momento non ho altre sorprese, anche perché tante volte le situazioni si generano nel giro di un mese e ti rendi conto che puoi fare una determinata cosa in quel momento. A quel punto la fai, la comunichi, la pubblichi. Al momento direi che ci basiamo su questo progetto live, poi vediamo che cosa risolverà l’estate.
Articolo di Luca Cremonesi
Foto di Alessio Pizzicannella
