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Gennaro Porcelli intervista

Bluesman capace di regalare brividi a ogni bending

Il Blues non si impara. Punto. Puoi anche macinarti le dita sulle pentatoniche fino a farti sanguinare i polpastrelli, ma se non ti parte dall’anima resterà sempre un esercizio freddo e sterile. Perché? Perché il Blues nasce dal dolore, è un urlo che esce dal cuore. Allora lasciate che vi presenti uno che il Blues lo trasuda da ogni poro: Gennaro Porcelli. Storico chitarrista di Edoardo Bennato, il 5 giugno è sul palco romano del Kill Joy, con la sua band: Enrico Cecconi alla batteria, Pee Wee Durante al piano e Renato Marciano al basso, veri cavalli di razza. Avevo già avuto modo di vederlo quest’inverno (il nostro report) ed ero rimasto colpito dal suo modo di suonare, sanguigno ed energico, insomma quel Blues capace di trascendere dal colore della pelle e di regalarti brividi a ogni bending. Finito il sound check ci ritroviamo a fare due chiacchiere insieme parlando di passato e presente, di chitarre e di dischi.

Partiamo citando Robert Johnson: quando è che il diavolo ha bussato alla tua porta e sei diventato un chitarrista? (ride) Diciamo che un diavoletto mi è venuto a trovare da piccolino, intorno agli otto o nove anni. Un diavolo in miniatura, non certo quello leggendario di Robert Johnson, ma abbastanza dispettoso da spingermi su questa strada.

Qual è stato l’album che ti ha fatto innamorare della musica, del Blues e della chitarra? Il primo amore per il Blues, quello vero, è stato con John Lee Hooker. Il primo in assoluto. Avevo dieci anni quando comprai un album che si chiamava “Mr. Lucky”, ricco di collaborazioni. Mi rimase impresso perché tra i tanti c’erano Santana, uno dei miei miti, e Johnny Winter. Rimasi affascinato da quel modo di suonare, dal boogie, da quella voce cavernosa. All’epoca l’inglese non lo conoscevo bene, ero un ragazzino, ma cercavo di farmi tradurre i testi da amici che lo parlavano o addirittura da alcuni americani che conoscevo.

Dal passato al presente. Hai fatto un singolo con Gretchen Rodhes, “No Excuses”, uscito per la Soundinside Records. Come nasce questa collaborazione? Nasce perché lei aveva sentito parlare di me, e io di lei. Conoscendo di fama Mick Fleetwood — lei è la frontwoman del suo progetto da vent’anni — ci siamo rincorsi un po’ fino a trovarci. Lei è venuta a Napoli e abbiamo registrato diversi brani, alcuni ancora inediti, insieme alla band: Enrico Cecconi alla batteria, Pee Wee Durante al piano e all’Hammond, e Renato Marciano al basso.Alla Soundinside, in due giorni, abbiamo registrato l’intero album. Prima, però, c’era stato un lavoro di mesi via Skype: io scrivevo le musiche, gliele facevo ascoltare, lei scriveva i testi. Fatti gli arrangiamenti, ci siamo visti e in due giorni abbiamo inciso tutto. “No Excuses” è suonato interamente dal vivo, in presa diretta. Speriamo di incontrarci di nuovo per fare altre cose insieme.

Quindi possiamo dire che avete nuove cose in cantiere? Certo. Quest’anno Gretchen non ha potuto essere qui con noi per un problema personale, ma appena possibile tornerà e faremo tante belle cose insieme.

Hai una bellissima SG autografata: di chi sono quelle firme? Sono dei Gov’t Mule. Ho avuto il piacere di suonare con loro a Bologna e dopo il concerto non ho resistito: me la sono fatta autografare da tutti. È stato uno dei momenti più belli della mia carriera.

Già che abbiamo aperto il capitolo chitarre: qual è la tua preferita, quella che ti fa dire “è la mia chitarra”? Ho visto che usi molte Gibson. Le chitarre sono tutte belle, come le donne. Come fai a scegliere? Una ti piace per una cosa, un’altra per un’altra. Ma se proprio devo dirne una al volo… sicuramente si, una Gibson.

Se non sbaglio hai anche una linea di chitarre disegnata da te. Sì. Qualche anno fa hanno realizzato tre modelli signature a mio nome. Una si chiama Highway 61, ispirata alla Firebird, con un mini-humbucker e un pickup Joe Barden: un mix tra Telecaster e Gibson, un bel progetto disegnato da me con Marvit Guitars. Poi c’è un modello Les Paul con tre pickup, di cui uno con switch per diventare single coil. Mi sono divertito parecchio.Ultimamente sto usando sia le Marvit sia, soprattutto, Gibson. In particolare, una 335 Custom Shop ’64, che è diventata la mia chitarra principale, oltre a una SG e a una Les Paul Goldtop ’57.

Quando ti ho visto dal vivo a gennaio al Kill Joy hai omaggiato Johnny Winter. Che influenza ha avuto su di te? Enorme. Questo chitarrista bianchissimo, albino, cantava il Blues come nessun altro bianco. Ha avuto alti e bassi, come tutti, e purtroppo è finito un po’ nel dimenticatoio. Ma per me è uno dei più grandi bluesman, punto. Ha prodotto tre dischi di Muddy Waters, gli unici in cui ha suonato e curato la produzione, rimettendo insieme la sua band più potente. Grazie a lui Muddy Waters ha vinto per la prima volta un Grammy Award. Dischi pazzeschi. Sono un grande appassionato di Johnny Winter e ho avuto il piacere di suonare con i suoi musicisti. L’ho conosciuto e ho passato un intero pomeriggio con lui. Ancora oggi mi sento con i suoi ex membri: prima del Covid dovevano venire in Italia il bassista e il batterista per fare delle date con me, ma poi si è fermato tutto. Nel mio secondo album ci sono anche due brani scritti con Mark Epstein, il suo bassista per quattro anni. Ogni tanto scriviamo ancora qualcosa insieme.

Sei il chitarrista storico di Edoardo Bennato: vent’anni insieme. Siete vicini alle nozze d’argento! Com’è nata questa collaborazione? Suonavo con i Blue Stuff, una band con cui Edoardo aveva collaborato per anni. Nel ’92/’93 uscì con il progetto Joe Sarnataro e i Blue Stuff. Qualche anno dopo, quando avevo circa sedici anni, iniziai a frequentare i Blue Stuff come chitarrista. Dopo tre o quattro anni, Edoardo venne a sentirci. Scesi dal palco e lui mi disse subito: Domani che fai? Io: Niente, perché? E lui: Ho un’idea, voglio registrare una cosa. Da lì sono passati vent’anni.

Una storia bellissima, quasi surreale! Edoardo è stato e resta uno dei miei idoli. Nonostante siamo amici e suoniamo insieme da vent’anni, da lui imparo ancora tantissimo ogni giorno. Ora stiamo per partire per un tour che finirà a gennaio.

Ci salutiamo con un po’ di musica che ne dici? Che brano del tuo ultimo album “Me, You and the Blues” ci dedichi come sigla finale? E perché? Vi dedico “Smiling Eyes”, un brano che ho scritto per mia figlia. È nato di getto una notte e l’ho arrangiato pochi giorni dopo, curandolo molto. Ho aggiunto dei fiati con l’aiuto di Daniele Sepe. È suonato sempre dalla mia band: difficilmente uso turnisti, perché il sound di questa formazione è unico.

Articolo e foto Daniele Bianchini

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