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Gian Maria Accusani intervista

Il leader dei Sick Tamburo racconta tour, “Dementia” e l’approccio punk ai live in solitaria

Abbiamo incontrato Gian Maria Accusani poco prima della sua esibizione sul palco di “Dimmi chi escludi”, il concerto organizzato il 30 maggio a Genova dalla Comunità di San Benedetto al Porto, in ricordo del fondatore Don Andrea Gallo. Di seguito, la breve ma interessante conversazione che abbiamo fatto con il leader dei Sick Tamburo.

È da qualche mese finito il tour invernale a sostegno di “Dementia” ( il nostro report della data di Torino) e ora, insieme ai Sick Tamburo, sei di nuovo in ballo con il “Mexican Tour”. Quali sono le differenze? Immagino la scaletta, ma mi chiedo anche se ci sia un’attitudine nuova.
Esatto, abbiamo cambiato la scaletta inserendo dei brani nuovi, pezzi che non avevamo ancora suonato nelle date fatte quest’inverno, in generale possiamo dire di averla un po’ rimaneggiata. In realtà, devo essere sincero: il tour invernale è andato talmente bene – sia con il pubblico, sia soprattutto tra di noi – che si è creata un’atmosfera magica. Spero che questo nuovo tour mantenga esattamente lo stesso spirito, perché non vorrei cambiare una virgola di quello che è successo l’inverno passato!

A proposito di “Dementia”, l’ultimo lavoro dei Sick Tamburo (la nostra recensione): uno dei brani più toccanti ritengo sia “Immagina se”, il drammatico racconto della malattia neurodegenerativa. Vorresti approfondire questo tema così delicato?
Sì, è uno dei brani – forse quello che più di tutti – che esprime il nucleo centrale del disco, il quale ruota proprio attorno al concetto di demenza e di malattia mentale. In questo caso specifico, “Immagina se” racconta la storia di questa donna che, parlando con un interlocutore, dice ma ti immagini se io avessi questo problema? Il punto cruciale è che lei non si rende conto di essere già malata. La malattia mentale è talmente forte da permetterle di ipotizzare che qualcuno possa soffrirne, senza però avere la minima cognizione di esserne affetta in prima persona. Questo è il vero fulcro del pezzo. Le canzoni di “Dementia” girano molto intorno alla malattia mentale, che per me non è legata solo a una questione puramente medica, ma a qualcosa che riscontriamo tutti i giorni nella realtà: basta guardare quello che succede nel mondo, tra guerre e malati di mente che giocano a fare i capi del pianeta mentre tutti noi non possiamo fare altro che restare a guardare in silenzio. È veramente una tristezza.

Come ti approcci al repertorio in veste solista con la chitarra elettrica, rispetto a quando suoni con la band?
Ovviamente c’è una grande semplificazione. Di solito, quando mi è capitato di suonare da solo, ho sempre legato la musica alla narrazione. Per un paio d’anni ho girato con uno spettacolo intitolato “Da grande faccio il musicista”(il nostro report della tappa a Prato), dove per metà raccontavo storie e per metà suonavo canzoni collegate al racconto. Lì è tutto un po’ più facile perché ci sono delle pause, dei momenti di respiro. Fare un concerto da solo, invece, richiede un approccio diverso. Ho dovuto semplificare tutto, ma per evitare l’effetto “bollito lesso” – perché secondo me assistere a un concerto solista acustico rischia spesso di essere una rottura di scatole, e lo dico in primis pensando a me stesso – ho deciso di fare una scelta diversa. Saranno tutti pezzi tirati, uno dietro l’altro con la chitarra distorta, senza neanche una pausa tra un brano e l’altro. Li ho arrangiati un po’ come avrei fatto ai tempi dei Prozac +, quindi con un’attitudine decisamente punk!

Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio

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