15/02/2026

MGK, Bologna

15/02/2026

Edoardo Bennato, Bologna

15/02/2026

Fatur, Milano

15/02/2026

Ghostwoman, Torino

16/02/2026

Giovanni Lindo Ferretti, Roma

16/02/2026

Wu Lyf, Segrate (MI)

17/02/2026

Amy Macdonald, Milano

17/02/2026

Statuto, Torino

17/02/2026

DINìCHE, Milano

17/02/2026

Wu Lyf, Segrate (MI)

18/02/2026

A.A. Williams, Milano

18/02/2026

Grandson, Milano

Agenda

scopri tutti

Giorgieness intervista

Cantautrice che riesce a fondere con naturalezza la grinta del Rock con l’accessibilità del Pop per trattare delle sue esperienze personali

Giorgieness è lo pseudonimo dietro il quale si cela Giorgia D’Eraclea, cantautrice valtellinese di nascita ma torinese d’adozione, che riesce a fondere con naturalezza la grinta del Rock con l’accessibilità del Pop per trattare delle sue esperienze personali, senza dimenticare di rivolgere un occhio attento a ciò che accade nel mondo. Ce ne parla in questa succosa intervista.

Il 30 gennaio a Seregno si concluderà con un set acustico il tour di supporto al tuo ultimo album, “Giorgieness e i cuori infranti”. Questo tour è stato diviso tra momenti a formazione completa e altri più intimi, voce e chitarra. Come cambia il mood tra queste due situazioni, sia a livello di arrangiamento che di scambio di energia con il pubblico?
Si tratta di due mondi completamente diversi. Nel live elettrico ho cercato di strutturare un vero spettacolo, con momenti fissi e una sorta di “canovaccio” d’azione, quindi so esattamente cosa succederà durante tutto il set, mentre per l’acustico ho invece scelto di fare l’opposto: l’obiettivo è raccontare il mio percorso artistico fino a “Giorgieness e i cuori infranti”, che per me ha rappresentato un momento di liberazione totale, infatti lo considero il mio album più punk, nonostante sia, in realtà, profondamente pop.

Lo scambio con il pubblico qui cambia drasticamente: con la band e i volumi alti l’energia è più muscolare, fisica, mentre invece, quando mi ritrovo con un microfono in mano a poter parlare liberamente, nell’atmosfera raccolta di un piccolo club, si crea una certa confidenza, un rapporto “uno a uno” con il pubblico; non amo la visione dell’artista distaccato che, dal palco, osserva chi è davanti dall’alto in basso, mi piace anzi guardare le persone negli occhi, raccontare aneddoti stupidi e cementare un legame che negli anni ho capito essere fondamentale, sia per la mia carriera che per la mia soddisfazione personale. Diciamo che sono due facce della stessa medaglia, momenti diversi che restituiscono cose diverse.

Ho notato che durante i concerti fai girare un diario tra il pubblico. Com’è nata questa idea?
Nasce dal fatto che, prima ancora di essere un album, “I cuori infranti” era una chat di Telegram risalente al periodo natalizio di tre o quattro anni fa, aperta perché, non essendoci ancora i canali Instagram, volevo stabilire un contatto diretto con chi fosse interessato. Il primo messaggio che mandai fu non scrivete ai vostri ex: da lì si è creata una comunità incredibile di persone che si raccontano le cose, si supportano a vicenda, una specie di piccola comunità. Ho voluto portare questa comunità nell’album e nei live. Il diario che gira tra il pubblico, dove le persone possono scrivermi e scriversi, si riallaccia all’estetica anni Duemila del disco, che richiama i diari delle superiori pieni di foto e dediche. Nel disco parlo proprio dei “trentenni adolescenti”: a trent’anni pensi debba succedere qualcosa di epocale, invece ti senti la stessa persona di prima, solo con le tasse e l’affitto da pagare.

Riesci a fondere energia rock con gusto melodico molto orecchiabile e pop, come nel tuo ultimo album e nel singolo “Sogni lucidi”. Come sei arrivata a questo ibrido?
È un obiettivo che mi prefiggo consapevolmente. Per me la canzone è, prima di tutto, linea vocale e testo, purtroppo non sono una grande strumentista, anche se da “Cuori infranti” in poi sto curando anche l’aspetto produttivo. Sono cresciuta ascoltando musica molto melodica: anche nel mio periodo punk, piuttosto che l’Hardcore preferivo il Pop Punk californiano di gente come i Blink-182, che al di là delle distorsioni e dei fill di batteria al fulmicotone trovo abbiano sempre avuto una sensibilità notevole per le melodie orecchiabili, mentre parlando di artisti più contemporanei, adoro le linee vocali di Dua Lipa, le trovo incredibili. Da parte mia cerco sempre una mediazione: scrivo spesso di temi pesanti, e la melodia pop è l’anello di congiunzione che rende fruibile un concetto difficile, alleggerendolo a livello musicale. Mi concentro sulla riconoscibilità della voce e dei testi perché sento il bisogno di cambiare spesso “vestito” musicale: se una canzone ha bisogno di un arrangiamento pop, non ci vedo nulla di incoerente, ma proprio per questo ho bisogno di far sì che il mio “marchio” risulti ancora più inconfondibile.

Cosa ispira la tua scrittura, oltre alla musica?
Scrivo in modo molto egoista, parlo dei fatti miei perché ho bisogno di tirarli fuori, ho delle cose da dire e le dico, solitamente rivolgendomi a qualcuno. Però ho spesso bisogno di un supporto visivo. Per il mio primo album, “La giusta distanza”, l’estetica di Lars von Trier e del suo film “Melancholia” è stata fondamentale, al punto da tenerlo in loop di sottofondo mentre scrivevo e di citare direttamente la frase sono la madre, la sposa, il bambino, il pianeta che cade ci terrà vicino nel brano “Che strano rumore”.

In generale, parto dalle mie esperienze umane, ma calandole nel contesto storico: l’essere Millennial è centrale nella mia narrazione, infatti faccio molta fatica a utilizzare termini moderni come “postare”, per esempio. Cerco di mantenere tutto su un piano molto umano, di scrivere di me e delle mie esperienze, come dicevo, ma avendo l’accortezza di stare attenta che siano condivisibili, che chi ascolta possa sentirsi rappresentato in qualche modo. Poi mi ispira la musica nuova, ascoltare Gracie Abrams, per farti un nome, mi ha fatto tornare la voglia di suonare la chitarra acustica.

In più mi impegno a scrivere quasi ogni giorno perché, come insegna Nick Cave, l’ispirazione arriva quando vuole, ma tu devi farti trovare con un metodo. “Anima in piena” l’ho scritta in studio in tre minuti partendo da un ritornello che avevo in testa da anni, ero ispirata, certo, ma ha funzionato perché mi alleno continuamente per sfruttare al meglio questi momenti magici. Insomma, ci va costanza, non si può pensare di aspettare semplicemente l’ispirazione.

Quest’anno festeggi dieci anni di carriera discografica. Come hai visto cambiare il mercato?
È cambiato diametralmente! Se oggi un giovane artista mi chiedesse consiglio, non saprei cosa dirgli: io faccio parte di un’ondata che ha potuto sedimentare qualcosa in un momento in cui si suonava tanto e ci si faceva conoscere davvero dal vivo, c’erano tanti locali, tanti palchi da cui potevi fare sentire la tua voce, una scena indipendente forte, e ci si sentiva fieri di farne parte. Poi, a un certo punto, c’è stata l’illusione del grande salto nel mainstream e lì è avvenuto un cortocircuito: oggi non sento più differenza tra indipendente e mainstream, vedo solo chi ha un contratto e chi no.

La partita si è spostata su internet. Io lavoro anche come social media manager, ne conosco le dinamiche, mi piace fare video sui social, truccarmi, vestirmi, tingermi i capelli, e per assurdo questo mi ha mandato un po’ in crisi, perché a un certo punto ci passavo talmente tanto tempo che ho avuto la sensazione di star facendo più la content creator che la musicista, e non è ciò che voglio. Ti assicuro che per un musicista gestire autonomamente la promozione sui social è veramente una spina nel fianco, infatti chi è del settore capisce subito chi è sotto una major e chi no proprio per la qualità dei video sui social, che da indipendente non è umanamente possibile curare a quel modo; una questione che a me non preoccupa è invece quella dell’intelligenza artificiale, credo sia semplicemente uno strumento che da artisti dobbiamo imparare ad usare a nostro favore, per esprimerci, tanto non è una cosa che possiamo fermare.

Eppure, vedo segnali di ripresa: si sta ricreando una scena di nicchia. C’è tanta voglia di fare, di suonare dal vivo, ci sono tante proposte musicali nuove, il mondo live indipendente sta ripartendo perché non tutti possono permettersi concerti da cinquanta euro ogni settimana. C’è voglia di tornare in sala prove, di non limitarsi a cantare sopra un beat di YouTube, insomma, secondo me siamo alle porte di una nuova ondata di cantautori armati di chitarra, o di computer forse? Ma il concetto è lo stesso: al momento, siamo nella situazione per cui, in Italia, gli autori mainstream si limitano a guardare cosa c’è di virale all’estero per poi ricrearne, in qualche modo, delle versioni da vendere sul mercato italiano, ma con brani che sono al limite del plagio, ti assicuro, e questo è un problema enorme, quindi se il vento tornerà a soffiare verso chi scrive la propria musica e cura con amore il proprio progetto, porterà solo dei risultati positivi per l’industria stessa. I percorsi troppo facili non portano lontano: saper scrivere e saper stare sul palco ti dà la determinazione per non mollare al primo singolo che non diventa virale, e allo stesso tempo, ti dà la necessaria esperienza per gestire il successo se, invece, il singolo virale lo diventa.

Io fortunatamente sono in una realtà, Sound To Be, che ci permette di fare il nostro percorso senza scadenze prefissate, dando spazio per crescere agli artisti in cui credono. Consiglio sempre, in merito, il documentario sulla Interscope, “I ribelli”: Dr. Dre e Jimmy Iovine raccontano di come tennero fermi i No Doubt per anni finché non scrissero “Tragic Kingdom”, e quando il disco è uscito sappiamo che successo ha avuto. Dare fiducia all’artista è fondamentale perché l’arte ha bisogno di tempo e di vita vissuta. Non è solo un esercizio di stile, non basta buttare fuori una hit alla settimana come in una catena di montaggio per fregare il pubblico, e con questo non voglio dire che disprezzo totalmente la musica commerciale, anzi: se io ascolto un pezzo di Rose Villain mi arriva, mi colpisce, mi trasmette un immaginario; ma in molti altri casi, non capisco nemmeno chi ha scritto il brano, perché non è stato l’artista, non c’è il suo vissuto tra le note.

Su Instagram ti definisci anti-eroina di quartiere e sei molto attiva nel sociale. Pensi che nel 2026 le lotte degli artisti possano ancora smuovere le coscienze?
Dobbiamo ricordarci che siamo prima di tutto cittadini. Quello che faccio non lo faccio solo come Giorgieness, ma come persona, come Giorgia D’Eraclea: non farei tutto ciò che faccio come impegno nel sociale se non pensassi che tutto serve, tutto è utile. Ovviamente non sono convinta che il mio impegno, da solo, possa fare la differenza, ma il mio legato a quello di altri sì, insomma, avendo una voce, sento il dovere di usarla. Non credo che una singola artista possa cambiare il mondo, ma tante voci insieme possono farlo, perché a forza di ripetere un messaggio prima o poi arriva a destinazione. Poi, per quel che mi riguarda, cerco sempre di mantenere un tono abbastanza conciliante, non credo nell’attivismo aggressivo: è fondamentale una certa sensibilità che permetta di andare a toccare delle corde che facciano poi ragionare le persone, senza che queste si sentano stupide, o sbagliate. Ovviamente, più sei esposto e più il tuo messaggio è potente: quando Ghali ha parlato di genocidio in TV, ha sdoganato il discorso per molti altri. Il megafono di una star come Dua Lipa è gigante, il mio è piccolo, ma se li usiamo insieme ci sentono anche in fondo al corteo.

Un tema che ti sta a cuore è quello delle relazioni tossiche e della violenza di genere, come emerge nel brano “Controllo”. Qual è l’antidoto a questa cultura?
È una cultura radicata negli uomini, ma purtroppo anche in una parte delle donne, ed è un grande problema. Non perché sia più grave, ma perché è tutto una conseguenza: non voglio fare victim blaming, perché l’auto-analisi noi donne l’abbiamo già fatta. Il problema è che se ne parla ancora in termini troppo netti, o bianco o nero. Capisco l’obiezione di chi dice che molti uomini hanno problemi psicologici o tassi di suicidio più alti, ma allora perché non lavorate su questo? Perché non imparate a dire: oggi sono triste, oppure ho voglia di piangere? Spesso l’amore viene confuso con il possesso ed è un concatenarsi di cose.

Ogni volta che parlo con un gruppo di amici, la reazione è sempre, io no, io non sono così. Però poi, se arriva la foto di un nudo sulla chat del calcetto, cosa fai? Denunci il tuo amico, gliene parli almeno, o fai finta di niente perché tanto non lo fa apposta? Queste sono le piccole pratiche quotidiane di antisessismo che ognuno potrebbe mettere in atto. È un problema complesso. Non credo che un uomo violento, fisicamente o psicologicamente, viva bene la sua vita. Ma non si può dire alle donne che devono imparare a difendersi o a scegliere l’uomo giusto, non è una soluzione. Nelle relazioni tossiche, il rapporto tra vittima e carnefice è spesso complementare: si crea una dipendenza particolare, per cui a furia di sentirti dire che senza quella persona non saresti niente, finisci per crederci, specialmente se poi, dopo, arrivano scuse plateali; se sei ossessionato da qualcuno che va a colmare – o meglio, a rafforzare – i tuoi traumi, la dipendenza è inevitabile. La psicologia ci insegna che se chi dovrebbe darmi amore mi dà dolore, io mi abituo a pensare che dopo la sofferenza arrivi la cura, quindi finirò per cercare qualcuno che confermi quell’idea di amore disfunzionale che ho ricevuto fin dall’infanzia.

In questo scenario il patriarcato entra a gamba tesa e può prosperare. È un sistema sociale basato su una disuguaglianza oggettiva tra uomini e donne, in un mondo che sta regredendo verso il conservatorismo: rendiamoci conto che siamo tornati a combattere per il diritto di abortire! Penso a quando siamo scesi in piazza con la manifestazione “Non una di meno”: c’era una signora anziana che diceva, ragazzi, noi manifestavamo per queste stesse cose cinquant’anni fa e siamo ancora qui. Ormai la parola “patriarcato” viene trattata come una barzelletta, quasi un meme svuotato di significato, ma è in realtà un termine sociologico che descrive un sistema complesso di leggi morali. Da una parte c’è chi vuole svuotare il movimento femminista, dall’altra forse abbiamo sbagliato anche noi all’interno. Non esiste un “patentino della brava femminista”: ognuno fa quel che può. Non dobbiamo ergere nessuno a paladina, perché le persone sbagliano, e siamo tutte persone con un proprio vissuto e i propri traumi, non ci sono oracoli.

Oggi vediamo l’errore come un fallimento totale, specialmente nelle relazioni, sembra che in coppia si debba essere costantemente felici, altrimenti è finita. Quello che manca è la voglia di impegnarsi davvero a superare ogni ostacolo insieme, di dire, ho mille possibilità, ma scelgo di costruire qualcosa con te, e anche per questo trovo assurde le scenate di gelosia legate alle amicizie, come se essere in coppia sia sinonimo di non avere più una vita al di fuori di essa, quando è chiaro che, nel caso di un tradimento, il problema sta a monte, perché chi vuole tradire può farlo benissimo con il o la vicina di casa, non per forza andando a “pescare” nel giro degli amici. Insomma, pensare che il corpo dell’altra persona ti appartenga ha generato tutta una serie di cortocircuiti pericolosi, ha cancellato il dialogo che nella coppia dovrebbe essere un qualcosa di costante, e così ci ritroviamo ancora incatenati all’idea che mostrare la propria fragilità sia qualcosa di cui vergognarsi.

Mi collego a questo per tornare alla musica. Qualche tempo fa ti ho vista dal vivo con il collettivo Canta fino a dieci (il Canta fino a dieci live Torino). Loro si impegnano a combattere attivamente il gender gap nel settore musicale e l’oggettificazione delle donne. Ti va di approfondire questo tema?
Penso che ogni donna, in questo ambiente, abbia subito delle discriminazioni e delle pressioni. Io stessa, quando ho iniziato, ne ho risentito: c’è un’attenzione costante al corpo che per gli uomini non esiste. Prima di un tour io sento l’esigenza di fare sport non solo per la resistenza fisica, ma anche perché, a 34 anni, sento la pressione estetica del palco, quando, invece, un uomo può presentarsi on stage vestito come Calcutta e nessuno dirà nulla; quindi un’artista, oltre a dover spendere soldi per cavi, corde, strumenti, si ritrova costretta a investire denaro ed energie anche per “funzionare” visivamente.

C’è poi la questione del “diritto alla mediocrità”, discorso che mi è capitato di fare spesso con Francesca Michielin: le donne che emergono devono sempre essere delle eccellenze assolute, avere una voce incredibile, per esempio, o distinguersi per qualcosa che le porti veramente a svettare, come se debba essere per forza un’eccezione alla regola il fatto che una donna abbia talento; oltre a questo, per anni siamo state viste solo come interpreti, e tutt’ora le popstar femminili italiane non sono le autrici dei loro brani; credo che solo Elisa abbia raggiunto, negli ultimi vent’anni, quella credibilità che la rende a tutto tondo un’autrice e produttrice rispettata. In passato ho avuto un compagno che lavorava con me e mi diceva, non dire che sei fidanzata, altrimenti i fan non vorranno più scoparti. È tristissimo. O l’idea che non devi esporti su certi temi perché “dai fastidio”. Se decidi di essere come Elodie, che è libera e bellissima, e mostrare il tuo corpo non va bene; se sei troppo coperta non va bene uguale. Mi ricordo di aver parlato, sei o sette anni fa, con un manager, che mi ha fatto notare di non essere abbastanza “vittima”, mentre poco dopo invece c’è stata tutta l’ondata delle donne toste e indipendenti, quindi si è ribaltata la situazione.

A questo proposito cito spesso Lana Del Rey, che dice che, se esistono artiste che puntano sull’empowerment forte come Beyoncé o Charli xcx, è giusto che esistano anche donne che raccontano un altro tipo di fragilità, come Lana appunto, o come me. Pur adorando il suo lavoro, io non sono Dua Lipa, non scriverò mai come lei, non abbiamo lo stesso tipo di vissuto e di personalità. Sono arrivata a un punto in cui non voglio più pormi il problema se sono un uomo o una donna, faccio musica e basta: eppure ti senti dire, dalle etichette, che c’è già una donna nel roster, come se il genere femminile fosse un sottogenere musicale! Oppure, se una cantante funziona, tutte le altre devono diventare la sua copia, una produzione in serie del prodotto di punta; d’altronde, siamo nel contesto in cui a Sanremo ci sono otto autori per ogni brano, è assodato che, della personalità dell’artista, spesso importa poco. E se quegli otto autori sono sempre i soliti, la musica sarà sempre uguale.

Oggi però, per fortuna, stiamo sdoganando tante cantautrici brave: penso a Francamente, Anna Castiglia, Emma Nolde, Margherita Vicario, o alle realtà che ho conosciuto come giudice a “Musica contro le mafie”, dove ho incontrato, oltre a Rossana De Pace che già conoscevo appunto per le Canta fino a dieci, artiste incredibili come Alice Caronna e Giulia Leone, senza dimenticare la già citata Francesca Michielin. Ce ne sono tantissime ed è fondamentale continuare a occupare gli spazi, orgogliose di quanto valiamo artisticamente, ma senza dover per forza dimostrare qualcosa a qualcuno.

Stai lavorando al nuovo album e hai accennato sui social di avere già diversi pezzi pronti. Cosa c’è nel futuro di Giorgieness?
Sicuramente il nuovo lavoro risentirà di tutto ciò che è successo a livello geopolitico negli ultimi anni, viviamo in questo mondo e non possiamo ignorarlo, per quanto voglio sottolineare che, nelle mie canzoni, continuerò a parlare sempre e comunque dei cazzi miei! Sarà una somma di ciò che ho vissuto nell’ultimo anno, diciamo. A livello musicale stiamo ancora strutturando le idee, che sono tante, insieme a Domiziano e Nicola, i ragazzi con cui suono e con cui ho deciso di produrre questo disco. Posso dirti già adesso che sono arrabbiata, quindi ci sarà del Rock!

Articolo di Alberto Pani

© Riproduzione vietata

Iscriviti alla newsletter

Condividi il post!