Abbiamo visto Giorgio Canali & Rossofuoco a Biella, sul palco di SpazioHydro (il nostro reportage), e dopo il concerto il rocker romagnolo è stato così gentile da concedere a Rock Nation una breve ma significativa intervista.
Tu hai diverse “anime”: il chitarrista, l’autore, il produttore. Qual è la differenza a livello di approccio quando affronti queste tre diverse situazioni? Come vanno a intersecarsi?
Ma guarda, ti fermo subito perché quello del produttore è un gioco che mi fa cagare. Produco solo robe di amici miei, spesso perché sono ricattato moralmente, non mi diverte stare lì a registrare la mia roba, figurati quella degli altri. Però poi sono costretto a farlo perché voglio bene ai miei amici. Io ascolto solo la musica dei miei amici, non ascolto nient’altro praticamente: di conseguenza, se poi quella musica la faccio io, la ascolto più volentieri.
Giovanni Lindo Ferretti, in una recente intervista con “Rolling Stone”, ti ha descritto come l’ultimo rocker rimasto in Italia: ti ritrovi in questa sua definizione?
Di recente? La prima volta che l’ha fatto sarà stato il 2012-2013, perché riciclano le cose, riciclano i pezzi. Comunque, certo che mi ci ritrovo. Non nel senso che sono l’ultimo in assoluto, però… sì, sono caduto nel Punk da piccolo, tipo Obelix nella pozione magica. È normale, alla fine non ti redimi più. Quando conosci quel tipo di anarchia mentale – o anarchismo, chiamalo come ti pare – poi è difficile rientrare nei ranghi, capisci? Chi lo fa, poi diventa Giuliano Ferrara. Ma non sono l’ultimo, ce ne sono tanti, fidati. Il problema è che il Rock and Roll ormai interessa a pochissima gente. Ci sono altre cagate che interessano di più, come ci saranno altre cagate in futuro che faranno sì che quelle attuali diventino, dopo un po’, desuete. Bello il termine “desuete”. D’altronde, quando noi abbiamo cominciato a fare Punk, lo abbiamo fatto al grido di chi sa fare meno, chi sa suonare meno, chi sa cantare meno è il benvenuto. Quelli che arrivavano prima dicevano: Chi sono questi scappati di casa? C’è sempre una generazione che arriva, demolisce quello che è stato fatto prima, e la generazione precedente dice: Chi sono questi scappati di casa?
C’è del Rock anche in questo, comunque, in qualche modo. Forse non strettamente come genere, ma come attitudine.
Sì, però poi ci sono gli eterni: come Neil Young, che era così prima che arrivasse il Punk, era il più punk di tutti ed è così ancora adesso che ha l’età di Matusalemme. O Iggy Pop, per intenderci.
In “Pulizie etiche”, tratta dall’ultimo lavoro con i Rossofuoco “Pericolo giallo” del 2023, fai un lucido ritratto della società superficiale degli anni Venti, in cui l’apparire è più importante dell’essere e la cultura degli influencer è diventata il dogma.
È la fase del “finto woke”, che è una cosa terrificante. Si cerca di risolvere i problemi trovando il falso problema nel problema vero. Il problema vero rimane così com’è, però gli stronzi hanno la coscienza pulita. Solo gli stronzi hanno la coscienza pulita. Io non ho la coscienza pulita quando si parla di parità dei sessi o di opportunità per tutti. Non ce l’ho, perché mi rendo conto che comunque sono uno stronzo, che ogni tanto posso essere razzista anch’io, capisci? Invece, nel momento in cui sbandieri la tua identità woke… Insomma, è una questione di onestà intellettuale. E poi comunque l’approccio cosmetico alla risoluzione dei problemi fa un po’ ridere. Fa parte della società sintetica e finta. Per dire, le cannucce di plastica del McDonald’s che sono diventate di carta e si squagliano. Io al McDonald’s non ci vado, però che cazzo mi vuoi significare? O il tappo a vite della bottiglia che non si stacca più perché così i delfini non muoiono… I delfini muoiono lo stesso, perché di sacchetti di plastica ce ne sono a quintali comunque, ci sarà sempre il tipo del Terzo Mondo che li butta in mare, capito?
Ma secondo te è solo la fase di un ciclo o siamo davvero alla canna del gas e abbiamo rovinato tutto?
Siamo alla canna del gas in quanto non ci rendiamo conto che il problema reale di tutto quanto è il capitalismo, in tutte le sue manifestazioni. Cioè, ce ne rendiamo conto, però facciamo finta che il problema non sia quello, anche se porta tutte le pesti del mondo.
A breve ci sarà la reunion con i C.S.I. …
Sì, con i vecchi di merda! E non sono io il più vecchio, una volta tanto (ride, ndr). Fammi godere un po’, cazzo!
Come band siete sempre stati in qualche modo schierati, contro il mito della tecnologia a ogni costo e del consumismo.
No, non siamo mai stati “schierati”. Ognuno ha la sua idea. Io, in quanto anarchico – con le virgolette gigantesche – rispetto a posizioni molto ortodosse come quelle di Ferretti o di Zamboni (per qualsiasi manifestazione di pensiero siano ortodosse), mi sento un’altra cosa. Siamo talmente diversi, alla fine, che non puoi dire “siete stati schierati con o contro”. Spesso ciò che volevamo dire è stato travisato. Se pensi ai CCCP e a un pezzo come Madre di Dio e dei tuoi figli, eccetera eccetera (si riferisce a “Madre”, ndr), quella era una cazzo di preghiera, e la gente ci pogava sopra, capito? Poi sento dire: Ah, ma Ferretti ha avuto una conversione dieci anni dopo. Non è vero! Se tu sotto al palco dei CCCP ballavi su una preghiera, vuol dire che lui aveva un credo super cattolico anche prima, nonostante fosse magari “comunista” – con le virgolette molto grandi anche lì.
Pensi che il messaggio portato dagli artisti sia ancora oggi qualcosa che può far cambiare prospettiva alle nuove generazioni?
Forse sì, forse no, non lo so. Bene o male la musica ha influenzato, nel corso degli ultimi 60-70 anni, l’evoluzione del mondo. Oppure è l’evoluzione del mondo che ha influenzato la musica, non puoi saperlo. Io penso alla guerra del Vietnam: ero piccolo, un bambino, però in quel periodo si è formata una fortissima coscienza antimilitarista e pacifista, anche se il termine “pacifista” in realtà mi fa incazzare, perché non puoi essere pacifico! Devi essere per forza incazzato nero e spaccare tutto. Però serve, serve comunque. Ma alla fine, è la società che cambia la musica o è la musica che cambia la società? Non si sa. È il cinema che cambia la società o viceversa? È la letteratura che cambia la società o la società che cambia la letteratura? È un “boh”. Poi, quelli che riescono a dire qualcosa di veramente appuntito, che riesce a fare un buco da qualche parte, ben vengano. Però è vero che è molto più facile che l’arte sia influenzata da quello che sta succedendo, piuttosto che il contrario.
Alla fine della chiacchierata, Giorgio Canali si rende conto di essersi dimenticato un dettaglio importante…Ma come, un’intera intervista e non ho bestemmiato nemmeno una volta? Riaccendi un po’ il registratore: Porco…
Articolo di Alberto Pani, Foto di Silvia Sangregorio
