Nati negli anni Duemila con il sogno di suonare Glam Metal puro in un’epoca e in un posto dove sembrava impossibile, dopo due decenni di gavetta finalmente gli Hot Rod hanno lanciato il loro debut album “Harder Faster Glitter” (la nostra recensione). Un disco che sembra uscito direttamente dal 1987, ma con l’anima e l’esperienza di oggi. I due chitarristi Mirko Di Bella e Christian Balsamo aprono il baule dei ricordi, spiegano perché non hanno mai mollato, come hanno gestito l’attesa infinita del disco e perché il loro sound suona così dannatamente autentico.
Formarsi nel 2006 in Sicilia, zona non proprio famosa per il Glam Metal stile Sunset Strip, dev’essere stata una sfida bella tosta. Cosa vi ha spinto a farlo proprio in quel periodo?
Mirko: Il puro e semplice desiderio di fare ciò che ci piace, per dirla in maniera telegrafica. Volendo spendere qualche parola in più, condivido con piacere un po’ di retroscena. Io e Christian, unici componenti presenti sin dalla prima formazione, ci conosciamo da una vita e abbiamo sempre avuto una predilezione per l’Heavy Metal prettamente ottantiano: i nostri primi vagiti musicali seguivano difatti tale orientamento. Strada facendo, ha iniziato a germogliare in noi il desiderio di virare verso orizzonti più glam, irretiti dal brio e dalla sfrontatezza tipici del genere. Dalla concretizzazione di tale desiderio nascono gli Hot Rod. Il substrato heavy credo si intuisca qua e là nell’album, in mezzo a tanto Glam, Sleaze e Hard Rock provenienti dalle fonti più disparate. Perché proprio in quel periodo? Non so rispondere con certezza. Azzardo che ci fosse nell’aria una sorta di zeitgeist che ha portato diverse persone in varie parti del mondo a resuscitare, grossomodo contemporaneamente, una certa attitudine frattanto eclissatasi a favore di altre declinazioni del Rock che avevano preso il sopravvento negli anni ’90 e primi 2000, probabilmente spinti anche da una certa “reazione allergica” alle stesse. Con riferimento all’ubicazione geografica, di certo eravamo e siamo un po’ dei pesci fuor d’acqua, ma siamo riusciti a sopravvivere senza troppe difficoltà. Finanche i metallari più truci hanno tendenzialmente sempre nutrito una certa simpatia nei nostri confronti: anche perché, in fin dei conti, la community è composta da quattro gatti che si conoscono pressoché tutti fra di loro.
Avete pubblicato il debut album dopo vent’anni: in questi due decenni la scena glam/sleaze è profondamente diversa e forse quasi sparita. Come mai avete deciso di aspettare così tanto per realizzare “Harder Faster Glitter”, e cosa è cambiato nel vostro sound e nella vostra attitudine in tutto questo tempo?
Mirko: “Harder Faster Glitter” rivaleggia con “Chinese Democracy” in quanto a travaglio interminabile. Dopo un avvio di attività musicale bello spedito ed entusiasta, tipico della giovinezza, stagione dell’esistenza piuttosto lontana da pensieri cupi e obblighi gravosi, qualcosa si è inceppato. La vita si è messa un po’ di traverso, ma ammetto pure che la gestione del processo di produzione del disco non è stata delle più efficienti. L’esperienza maturata, vedendo il bicchiere mezzo pieno, farà sì che i prossimi eventuali lavori saranno decisamente più rapidi. Personalmente, oltre a essere invecchiato, con tutto ciò che ne consegue sotto il versante delle energie e della voglia di vivere, in cuor mio sono fondamentalmente la stessa persona e quindi lo stesso musicista. Mi piace solo immaginare di avere frattanto affinato almeno un po’ le mie capacità.
Christian: È lo stesso anche per me. Forse, ma ritengo sia fisiologico, il mio approccio alla musica e alla performance è un attimo meno impulsivo e più ragionato, non mi piace usare il termine “maturo”.
Il vostro primo disco suona come se fosse uscito quarant’anni fa ed è un pregio enorme. Voi come la vivete questa “voglia di eighties puri”? È una scelta consapevole di non modernizzare troppo, o semplicemente il vostro modo naturale di scrivere e suonare?
Mirko: Entrambe le ragioni da te esposte hanno rivestito un ruolo. Il nostro voler restare coi piedi ben saldi negli anni ‘80 è dovuto, in primis, alle direttive sonore del progetto, stabilite chiaramente e seguite con scrupolo. In secondo luogo, il nostro approccio allo strumento e al songwriting è molto classico: l’eventuale tentativo di “aggiornare” il sound sarebbe risultato forzato e portatore di esiti infelici, in quanto non siamo grandi ascoltatori delle rivisitazioni moderne del genere.
Christian: Le sonorità degli anni ‘80 sono quelle con cui siamo cresciuti, e molto difficilmente riusciremmo a grattarcele via di dosso. Per me quello era un sound magico, e certe atmosfere sono sicuramente non ricreabili al giorno d’oggi. Se da un lato è qualcosa che ci viene naturale quando buttiamo giù dei riff o delle idee, dall’altro credo risulteremmo poco credibili qualora volessimo darci una “svecchiata”.
Avete una sezione ritmica tutta al femminile, cosa che non si vede spesso nel Glam Metal. Quanto ha influito questa componente sul groove e sull’energia del disco?
Mirko: Mi duole deludere le aspettative che intuisco essere implicite nella domanda, ma, detto in maniera molto tranchant, non credo che esistano differenze fra uomini e donne sotto il versante dell’approccio alla musica e quindi dei risultati che ne scaturiscono. Cristina e Valeria militano da anni negli Hot Rod in quanto esseri umani capaci di fare il proprio dovere. Inoltre, caratterialmente, ci troviamo bene insieme. Poi, beh, ammetto senza alcun rossore che, dato il genere proposto, le due signore hanno un asso nella manica (o negli spandex) che è insito nella loro natura: le donne, in media, sono esteticamente più gradevoli degli uomini; per fare Glam è bene evitare di essere ributtanti; chiudo il sillogismo decretando quindi il Glam un genere particolarmente congeniale al cosiddetto gentil sesso. A chi, leggendo queste righe, si sente scandalizzato, consiglio di prendere la vita più a cuor leggero. Parallelamente, gli sconsiglio di leggere i nostri testi.
Christian: C’è da dire anche che siamo io e Mirko a creare la maggior parte di musica e testi per gli Hot Rod. Fermo restando che ciascun membro della band ha messo le mani sugli arrangiamenti, e ha piena voce in capitolo su come far suonare al meglio il proprio strumento. Per il resto, Cristina e Valeria avrebbero potuto tranquillamente avere la pelle viola e le antenne, cosa che tra l’altro avrebbe incrementato la componente glam dal punto di vista visivo.
Il vostro cantante ha una timbrica particolare e credibile e i testi, oltre a un inglese perfetto, hanno quell’attitudine sprezzante e sopra le righe tipica del genere. Chi li scrive? E come fate a tenere vivo quel fuoco dopo vent’anni di militanza underground?
Christian: Grazie mille dei complimenti! Dei testi mi occupo per la maggior parte io, e in “Harder Faster Glitter” c’è solo un testo – quello di “Rock the House” – che non porta la mia firma. Per quanto riguarda l’attizzare la fiamma, purtroppo nessuno di noi “vive” come i personaggi di cui raccontiamo nei nostri testi, e forse proprio per questo è sempre piacevole indossare la “maschera da Hot Rod”, gonfiare un po’ l’ego e lasciare spazio a un po’ di sana sbruffoneria.
Le canzoni che scrivete citano inevitabilmente grandi artisti del passato di questo genere musicale, ma la vostra personalità resta sempre in primo piano. In che cosa pensate di essere diversi o unici rispetto ai giganti degli anni ’80, pur omaggiandoli così apertamente?
Mirko: “Siamo nani sulle spalle di giganti”, disse qualcuno. Tale condizione – così proseguiva il ragionamento – permette all’uomo contemporaneo di vedere più in là dei suoi illustri predecessori. Non so se noi Hot Rod vediamo davvero più lontano degli antichi maestri, ma di certo quei giganti ci hanno lasciato un enciclopedico “codice” del Glam: un vero e proprio manuale del genere, estremamente esteso, vario e dettagliato. La nostra identità nasce da un lavoro di sintesi consapevole, in cui mescoliamo influenze diverse e le filtriamo attraverso la nostra personalità. Il risultato finale, a mio avviso, è eterogeneo ma dotato altresì di una forte coerenza interna. È qualcosa che può esistere solo oggi, poiché abbiamo la possibilità di rileggere il lascito dei capiscuola con distanza e autonomia, svincolati dall’appartenenza ad un’unica formula circoscritta (solo glam, solo sleaze o solo hard rock).
Christian: Siamo figli dei nostri ascolti, e credo che molte – se non tutte – delle nostre influenze musicali siano intuibili ascoltando il disco. Non mi spingo a dire che abbiamo trovato la formula del successo, ma penso che quello che scriviamo abbia una sua identità.
Articolo di Paolo Andrea Pugno
