17/07/2026

Johnny Marr, Roma

17/07/2026

Subsonica, Pordenone

17/07/2026

The Zen Circus, Arezzo,

17/07/2026

Planet Funk, Grado (GO)

17/07/2026

Luppolo In Rock 2026, Cremona

17/07/2026

Deep Purple, Este (PD)

17/07/2026

Casino Royale, Bellaria Igea Marina (RN)

17/07/2026

Ludovico Einaudi, Dogliani (CN)

17/07/2026

Giorgio Poi, Recanati (MC)

17/07/2026

Nada, Ginevra Di Marco, Fiesole (FI)

18/07/2026

Litfiba, Servigliano (FM)

18/07/2026

i cani, Arezzo

Agenda

scopri tutti

I Ministri intervista

I Ministri si raccontano: la nascita del nuovo ep, la scelta dell’autenticità e lo stato di salute del Rock in Italia

I Ministri sono tra gli artisti ad aver incendiato il palco della prima edizione di “Dimmi chi escludi”, il concerto tenutosi a Genova il 30 maggio, organizzato dalla Comunità di San Benedetto al Porto e dedicato alla memoria di Don Andrea Gallo. Li abbiamo incontrati poco dopo il soundcheck e sono stati così gentili da raccontarci un po’ del loro ultimo lavoro discografico, “Canzoni Ombra” (la nostra recensione).

Sappiamo che le “Canzoni Ombra”, contenute sull’ep omonimo appena uscito, bollivano in pentola già da un bel po’ e hanno una storia alle spalle che merita di essere raccontata.
Divi: La storia che raccontiamo più spesso è che queste canzoni rappresentano un vero e proprio patto di fiducia con il nostro pubblico, a dimostrazione della sua forte fedeltà. I fan hanno custodito questo segreto per anni: i brani erano stati inviati originariamente tramite una newsletter, con la richiesta esplicita di non divulgarli. Oggi siamo stati noi a pubblicarli ufficialmente, ma sappiamo che questa operazione coinvolge persone che già conoscevano e proteggevano questa storia.
C’è però un aspetto che forse non abbiamo mai raccontato prima: questi pezzi sono strati di capitoli diversi della storia dei Ministri. Si tratta di brani rimasti esclusi dalle pubblicazioni ufficiali per una ragione o per l’altra. La cosa bella è proprio sentire come si sono avvicendate le nostre vicende discografiche. Vedere questi pezzi, un tempo scartati, messi oggi uno di fianco all’altro – sapendo che rappresentano un periodo storico ben definito – è un modo per guardarci allo specchio e ripercorrere certi momenti del nostro passato.

All’interno dell’ep ci sono anche due inediti. Qual è il filo conduttore che lega queste novità ai pezzi più vecchi già inviati all’epoca tramite newsletter?
Federico Dragogna: In realtà anche i due inediti sono vecchi! “Gente che si ostina a vivere” è stato escluso da “Aurora popolare”, quindi è il più recente, mentre “Elettricità” se la giocava per entrare in “Fidatevi”, e semplicemente non avevamo fatto in tempo a inserirlo nella newsletter. Riascoltandoli oggi, ci siamo resi conto che messi uno di fianco all’altro suonavano bene e avevano una loro coerenza. Così abbiamo deciso di trovare un cantuccio in cui farli stare tutti insieme.
Michele Esposito: Insomma, il fil rouge è la vecchiaia! (risate, ndr)
Federico Dragogna: Chiamala resistenza, vecchiaia… mettila come vuoi!

Poco fa Federico ha citato “Gente che si ostina a vivere”. Mi ha colpito molto la frase: C’era Cristo che votava a destra, e un altro carro armato ad una festa. Mi sembra un bellissimo riassunto, in chiave poetica, del mondo e del momento storico che stiamo vivendo. Vi va di approfondire questo concetto?
Federico Dragogna: È interessante parlarne proprio ora, dato che ci troviamo in una piazza che ricorda Don Gallo: un prete militante, un prete di strada vicino a De André, che stava sempre dalla parte degli ultimi. Cioè esattamente dalla parte delle persone che Gesù Cristo stesso aveva identificato come il target principale del suo messaggio. Curiosamente, invece, in Italia assistiamo a un altro tipo di cristianità, decisamente “annacquata”. Una cristianità di destra che ha perso totalmente il senso del suo messaggio originario. Sul carro armato ad una festa forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di aggiungere altro, ma c’è un aneddoto incredibile. Il pezzo è stato scritto prima delle Olimpiadi Invernali di Milano. Eppure, in quel periodo, se passavi dalla Stazione centrale c’era un carro armato vero e proprio parcheggiato davanti. Non ho idea di cosa c’entrasse un mezzo militare con le Olimpiadi, ma era letteralmente un carro armato a una festa. Era proprio lì!

Qualche giorno più tardi, abbiamo avuto l’occasione di continuare il discorso telefonicamente con Divi – Davide Autelitano Rigamonti.

Ripartiamo dal concertone di Genova, al quale hanno partecipato moltissimi artisti, rigorosamente a scopo benefico. Mi è sembrata un’esperienza decisamente ben riuscita, cosa ne pensi?
Divi: Guarda, in generale credo che ogni tanto gli artisti debbano cimentarsi in qualcosa che li porti fuori dalla propria comfort zone, e per comfort zone intendo i propri tour, i propri giri e le proprie dinamiche. Questo vale a maggior ragione quando ci sono di mezzo cause come questa, che tra l’altro coinvolgono tantissimi colleghi con cui si condividono gli stessi valori.
Oltre a essere un’occasione per celebrare e sensibilizzare il pubblico su una determinata tematica, eventi del genere sono fondamentali per ricompattare una scena musicale che oggi, purtroppo, è un po’ frammentata per tutta una serie di ragioni. Quando capitano queste occasioni, ci si ritrova per fortuna uniti sotto la bandiera di un buon sistema di valori. In questo senso, Genova – una città da sempre foriera di valori profondi e radicati nella comunità – era lo spazio ideale per un concerto del genere. Si tratta anche di una città complicata, dove è difficile andare a suonare perché mancano spazi utili per certe tipologie di progetti come il nostro, che stanno a metà strada tra il grande nome e la band emergente. Quindi è stata anche un’ottima opportunità per proporci al pubblico genovese, che purtroppo ha rare occasioni di vederci dal vivo.

Il giorno successivo avete fatto un set acustico per l’Apolide Festival, nella suggestiva cornice di Pian dell’Azaria. Come lavorate sugli arrangiamenti dei brani quando passate dalla dimensione full band a quella unplugged?
Divi: La questione dell’unplugged in realtà ce la portiamo dietro fin dal “momento zero” dei Ministri. All’inizio eravamo una band che girava per Milano con più voglia di farsi conoscere che di imporre a tutti i costi il proprio sound o le proprie specifiche sonorità. Suonavamo ovunque e sapevamo che non sempre ci sarebbe stato concesso di farlo come volevamo, quindi ci siamo abituati fin da subito a rimodularci in questa chiave, facilitati dal fatto che, di base, la nostra scrittura parte sempre dal songwriting; non dico che sia cantautorale in senso stretto, ma il peso della canzone e del testo si fa sentire. Inoltre, c’è tutto un discorso legato a come esprimere questo o quel pezzo a livello di sound, ma ci teniamo sempre la canzone stretta, l’acustico è da sempre, per noi, un buon modo per riproporci.

Siete reduci dal tour di “Aurora Popolare”, che vi ha visti suonare sia in venue da migliaia di persone, sia in piccoli club da un centinaio di posti. Quali sono i pregi e i difetti di queste due dimensioni, e quale preferisci?
Divi: In realtà non c’è una vera preferenza. Penso che quando fai una cosa per troppo tempo in un modo, poi cominci a desiderare l’altra, e viceversa; il bello sta proprio nell’alternanza. Sono due dimensioni artistiche che hanno comunque molti punti di contatto, non si escludono a vicenda. Il pregio del full band – che per noi significa avere sul palco anche Marco Ulcigrai a completare la formazione – è che ci permette di spaziare in lungo e in largo nella nostra discografia, arricchendo gli arrangiamenti e puntando a un impatto sonoro “importante”.
L’altra formula, quella in trio o più intima, la troviamo invece più urgente, pura e vera. Ci riporta alle nostre radici e ci permette di rivisitare lo spirito più primordiale del Rock, soprattutto in contesti dove la gente ce l’hai letteralmente a un palmo dal naso. Lì si crea un circuito elettrico che rigenera la voglia di fare casino. Sono due dimensioni estremamente stimolanti: una più battagliera e viva, l’altra più profonda e arricchente.

Vi ho visti suonare in trio e devo dire che non c’è mai un buco nello spettro sonoro, nemmeno a pagarlo!
Divi: Ti ringrazio, ne siamo consapevoli, ma c’è da dire che per noi il trio è una scelta forte, adottata soprattutto per una questione di sostenibilità, perché sappiamo perfettamente che questo Paese ha le sue problematiche geografiche ed economiche. Negli anni ci siamo resi conto che riuscire a suonare oltre certi confini territoriali in spazi adeguati era diventato difficilissimo. A un certo punto ci siamo interrogati sul da farsi e ci siamo detti, bando alle ciance, se la voglia di suonare è più forte di ogni altra cosa, rimoduliamoci e troviamo il modo di farlo: non nasce quindi da un’esigenza puramente artistica, ma dal bisogno di esistere all’interno di una mappa live italiana che è stata letteralmente trascurata dai “massimi sistemi”, i quali hanno iniziato a spostare la musica altrove.
Tornare a radicarsi nel territorio e portare avanti un racconto “alla vecchia maniera” è stata una scelta di campo. Speriamo che questo possa fare proselitismo, perché si sentono spesso gli artisti lamentarsi della spaccatura tra Nord e Sud o della scarsità di date, ma la verità è che molto dipende dalle scelte degli artisti stessi e dalle valutazioni che decidono di fare, che non sono sempre e solo artistiche.

Rimanendo sul tema degli spazi live: la dimensione del club è fondamentale per far crescere le band emergenti. Oggi mi sembra di intravedere il ritorno di una scena più a misura d’uomo nell’underground, complici anche i prezzi dei biglietti del mainstream che sono diventati inaccessibili per i più giovani. Cosa ne pensi?
Divi: Condivido il discorso, ma credo che non siamo ancora arrivati a una vera e propria nuova genesi. Con i Ministri abbiamo fatto il tour nei club proprio per ritrovare il sapore dei nostri inizi, perché il nostro progetto nasce geneticamente nei piccoli spazi. La verità è che oggi in quei contesti c’è un forte stato di abbandono.
Il fatto che la scena emergente stia trovando spazio in situazioni più piccole avviene per pura necessità, non è il sintomo di un sistema che si sta riaffermando in contrapposizione al mainstream. Purtroppo l’impressione è che le nuove leve vedano la musica più come un’impresa imprenditoriale che come un percorso di sacrificio. Questa mentalità non aiuta a costruire le strutture per il futuro, perché la corsa è sempre e solo verso i grandi spazi e quegli stramaledetti, giganteschi sold out.
Bisogna lavorare ancora duro, fare delle scelte precise e avere meno ipocrisia e più lealtà verso i propri valori. Basterebbe pochissimo per dare una mano a tutti, ma spesso per un piccolo tornaconto personale si voltano le spalle con facilità. Bisognerebbe aiutare di più l’underground facendo anche qualche rinuncia, invece di guardare sempre e solo in alto. Oggi l’hype è diventato qualcosa di estenuante e ansiogeno; credo che chi lo raggiunge per davvero finisca per perdere la propria serenità, ed ecco spiegato perché si parla così tanto di artisti che rasentano la depressione.

Cosa puoi dirci su “Dinosauri”, la tua collaborazione con i NoDRIP?
Divi: Faccio molto volentieri un po’ di promo agli amici NoDRIP! Sono molto legato umanamente a Gianluca Veronal, il loro frontman, che è anche un ottimo fonico di registrazione e mix. Ho lavorato con lui in passato ma non tutti sanno che Gianluca faceva parte dello staff tecnico dei nostri primissimi dischi, ai tempi del Noise Factory, uno studio di Milano che purtroppo oggi non esiste più. Con Gianluca è rimasto un legame profondo negli anni; la sua parte artistica si è mossa, è cambiata e si è rigenerata fino a trovare questa formula attuale con i NoDRIP. Il progetto non ha la pretesa di sbarcare il lunario, ma nasce dall’onestissima voglia di usare la musica come strumento per divertirsi, andare in giro a suonare e ritrovare amici. Quando mi ha chiamato ho risposto subito, perché personalmente scelgo i featuring per amicizia e mai per ragioni discografiche. Forse sembrerà un approccio nostalgico, ma credo sia l’unico modo sano di affrontare certe liaison artistiche.

Come Ministri siete un gruppo decisamente muscolare, ma riuscite sempre a inserire elementi pop nel vostro linguaggio. Penso proprio a “Aurora Popolare”, che ha un coro centrale molto potente, quasi da stadio. Cosa vi sta ispirando musicalmente in questo momento?
Divi: In realtà il Rock in Italia dipende da sempre da quello che succede all’estero, è un po’ come se in Inghilterra dovessero fare dei corsi di aggiornamento su come si fa la pizza. Però ti dico, ultimamente il mercato oltreconfine mi sembra un po’ saturo, anche se ci sono stati dischi capitali in questi anni, per esempio l’ultimo dei Geese, o quello splendido dei Fontaines D.C., “Romance”, insieme a tanti altri piccoli episodi che adesso non mi vengono in mente ma mi sono capitati sottomano.
Al momento non abbiamo una vera e propria direzione geografica o stilistica: abbiamo capito che, dopo tutti questi anni, la chiave di volta è l’autenticità. Siamo nati con così tante influenze diverse che oggi ci ritornano sotto forma di evocazioni spontanee quando ci troviamo a mettere insieme due accordi. Viviamo di reference inconsce, ma il nostro obiettivo resta generare qualcosa che in Italia abbia una sua totale verità. Questa dipendenza costante da modelli esterni, alla lunga, è proprio ciò che rende il Rock italiano quella famosa “pizza” di cui parlavo prima: rischia di essere troppo derivativo.

Passerete l’estate in giro per i festival, ma quali sono i piani dei Ministri da settembre in poi?
Divi: Negli ultimi anni, seguendo le nostre vite, i nostri interessi e le nostre necessità artistiche, abbiamo imparato a navigare a vista. Dover avere sempre un ritmo organizzato e serrato, per quanto rassicurante, ti lega inevitabilmente a dinamiche discografiche estremamente delicate. In questo momento vogliamo regalarci una serenità in più: quella di poter decidere anche all’ultimo minuto cosa fare del nostro domani. Per ora ci godiamo il presente, poi vedremo cosa ci andrà di fare. Se ci sarà da lavorare ancora sui Ministri, ben venga; se servirà prendere un po’ le distanze e prenderci del tempo prima di tornare, o dedicarci ad altro, lo scopriremo solo vivendo. Dopo tutto questo tempo ce lo possiamo decisamente permettere.

Articolo di Alberto Pani

© Riproduzione vietata

Iscriviti alla newsletter

Condividi il post!