11/08/2026

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11/08/2026

Gogol Bordello, Trieste

11/08/2026

Road To Bay Fest 2026, Bellaria Igea Marina (RN)

11/08/2026

C’mon Tigre, Lamezia Terme (CZ)

11/08/2026

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11/08/2026

C’mon Tigre, Lamezia Terme (CZ)

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Intervista a AKA5HA: la ricerca dell’essenziale tra tecnologia e istinto

Il musicista esplora il confine che separa la tecnologia dai timbri acustici, riducendo l’architettura dei brani

Parlare con AKA5HA, ovvero Matteo Castaldini, è un’ottima opportunità per esplorare la convergenza tra cantautorato, musica elettronica sperimentale e sound design. Ha studiato pianoforte, lavora anche come ingegnere del suono/grafico e cura in autonomia quasi ogni aspetto della produzione – scrittura, arrangiamento, mix, mastering e produzione -. Il 26 giugno è uscito su Tanca / Trovarobato “non è uno, sono due”, ep che segue di pochi mesi l’uscita dell’album “Rifiorirai”. Ci incontriamo prima del concerto del 21 luglio a Poggibonsi (il nostro report), data del tour estivo con cui propone entrambi i lavori dal vivo.

Nasci come pianista. In che modo la struttura rigida dell’armonia ti aiuta o al contrario ti limita quando inizi a scolpire il tuo suono con la tecnologia? Quando capisci che un campionamento o un sintetizzatore ha la stessa dignità emotiva di una linea vocale o di uno strumento acustico?
In realtà non so assolutamente nulla di armonia, quindi la rigidità proprio non c’è in nessun modo. Tutto quello che faccio in realtà è totalmente dettato dall’orecchio, da ciò che mi muove emotivamente qualcosa nel momento in cui l’ascolto. E si lega molto a quello che dici, che un campionamento o un sintetizzatore ha la stessa dignità emotiva di uno strumento acustico, perché effettivamente è tutto legato a un’emotività che si muove in me nel momento in cui vado a ricercare qualcosa. Proprio il fatto che io non sappia in realtà nulla di armonia e tecnica classica mi obbliga a cercare, proprio come un minatore, in luoghi e nei momenti in cui vedo che c’è qualcosa che mi fa muovere ed emozionare, e cerco di preservarlo il più possibile. E vale veramente allo stesso modo che sia un campionamento piuttosto che una linea vocale o appunto uno strumento acustico. Per quanto riguarda lo scolpire il suono con la tecnologia… In realtà ho iniziato con il pianoforte che ero piccolo perché fu un consiglio di una psicologa quando andavo alla scuola elementare, dato che rimanevo indietro a scrivere, scrivevo tipo al contrario, male, forse avevo una manualità non sviluppata; consigliarono il pianoforte per migliorarla, probabilmente per stare al passo con le dettature, quindi non è venuto da un mio desiderio imparare a suonare. Ho approfittato della musica molto più dalla parte tecnologica con i campionamenti, le varie DAW come Logic, Ableton eccetera, e poi ho sempre il più possibile tentato di cercare di trovare un connubio tra ciò che è elettronico-tecnologico e ciò che è acustico, tra una dimensione insomma che avesse qualcosa in comune, come mettere insieme dei punti.

Questo fare il minatore ti porta ad avere un tuo caschetto per andare a esplorare, cioè qual è la tua protezione che ti fa avere il coraggio di buttarti?
Semplicemente ritagliarsi il tempo che serve. La protezione è semplicemente il fatto che nel punto in cui sai di avere il tempo di poter sbagliare, sai di poter effettivamente minare per un mese in un luogo che non ti porterà a nulla e tornare indietro. Se hai poco tempo e mini in un luogo che non ha nulla, è facile che magari ti accontenti di quel nulla, ma in realtà non ci sta.

Avere la responsabilità totale di scrittura, mix, mastering, elimina ogni intermediario e ogni intermediazione. Esiste un momento preciso nel processo in cui smetti di essere il compositore che si emoziona ed entri nella testa dell’ingegnere del suono che analizza le frequenze? C’è questa dualità?
Ci sono due Mattei in questo. C’è stata per il disco, per “Rifiorirai”, c’è stata molto meno per “non è uno, sono due”. Questo mi porta a pensare che non ci sarà più nel domani, nel senso che mi piacerebbe far sì che la produzione e la scrittura siano talmente totalizzanti nel processo creativo che non servano a quel punto il mix e il mastering. Giusto il mastering perché teniamo un volume alto. Però alla fine il mix si tratta semplicemente di dare, migliorare e rendere più pulita l’idea di chi ha prodotto. Ma se quello che ha prodotto sono io, a cosa serve il mix? Niente. Quindi in realtà ho capito che, forse, devo smettere di mixare.

Fai lo sconto di uno, ma il resto rimane.
Sicuramente il fatto di fare tutto quanto da solo mi dà la totale libertà di scendere a patti con me stesso. Mi dà sì la totale libertà, ma mi obbliga a fare i conti un po’ con la solitudine, che porta in realtà molto spesso a cose buone. Diciamo che è un percorso particolare. In realtà poi ho sempre pareri esterni, persone di cui mi fido e che ascolto molto, dalle quali mi faccio direzionare, mi faccio molto spesso svegliare da un limbo meditativo in cui entro senza volerlo. Ed effettivamente quando qualcuno mi dice qualcosa che mi fa incazzare dico: ah, forse ha ragione. E quindi in realtà ascolto fuori e vedo poi che farmene di quello che mi accade dentro nel momento in cui ascolto fuori.

Lavori in una stanza piena di cavi e attrezzature varie, o solo computer e tastiere?
In realtà è una via di mezzo, ho tante cose finché non so che cosa voglio e poi ne ho sempre poche nel momento in cui lo so, perché infine quando trovo la materia prima di cui voglio che la cosa sia fatta cerco di limitare il più possibile il resto, perché il tutto diventa meno dispersivo: già facendo tutto da solo è complesso, se poi mi circondo di mille cose diventa impossibile arrivare in fondo.

Essendo attivo anche nel campo della grafica, componi pensando a forme e volumi geometrici o sono i suoni che a posteriori suggeriscono la parte visiva del tuo progetto artistico? Fa parte della tua identità artistica?
Totalmente a posteriori. Non penso assolutamente a nulla nel momento in cui faccio la musica riguardo a ciò che sia video o grafico-visivo in qualunque modo. Tutto questo viene sempre dopo. Per me è molto molto bello, molto importante, mi piace veramente tantissimo pensare a tutta quella parte lì. Infatti mi circondo tantissimo di amici che fanno questo per fare ricerca di qualcosa assieme. Solitamente questa cosa si fa nel momento in cui hai una stima immensa di altre persone. Ma fa parte comunque della mia identità artistica, nel senso c’è una parte visiva che nella musica è molto importante. Anche adesso lo stiamo facendo con dei visual che accompagnano i miei concerti, penso che le immagini si sposino bene con il tipo di musica che faccio. E poi perché in un qualche modo mi sembra che dia un po’ una completezza all’esperienza live e anche distolga un po’ l’attenzione da me; non mi piace troppo essere lì al centro, essere l’unica cosa guardata. Mi mette un po’ in realtà a disagio. Qualcosa che completi con me l’attenzione dello spettacolo mi fa sentire più tranquillo.

L’ep “non è uno, sono due” è uscito da poco, a relativamente breve distanza da “Rifiorirai”. Il titolo cosa suggerisce: una scissione o un doppio? Questa dualità ha un significato? Se sì, su livelli personali o artistici o l’uno e l’altro?
Entrambe le cose, forse su livelli personali più che musicali. In realtà il titolo non è specifico perché l’ho trovato per caso a casa di un mio amico, che ha in una stanza tanti libri di quelli stampati male, non ritagliati, con pagine tutte chiuse. Ho preso uno di questi libri, ho tagliato una pagina e all’interno di questa pagina ho trovato questa frase: “non è uno, sono due”. Ed era proprio nel momento in cui ero alla ricerca di un titolo, mi ha proprio mosso qualcosa, sposava pienamente quello che cercavo e che non riuscivo a trovare in un qualche modo. E quindi in realtà non lo so neanch’io che cosa significa. So che significa entrambe le cose perché più volte nel vederlo attorno ai pezzi, nel vederlo scritto, nell’immaginarlo, nel portare a termine il lavoro con il titolo sottobraccio, mi è capitato di leggere il titolo in entrambe le maniere e quindi effettivamente fa veramente entrambe le cose.

Prima lavoravi per accumulo e ora per sottrazione, l’ha scritto qualcuno e l’abbiamo ripetuto tutti. Parlando con te capisco che dover essere questo o quello invece non ti corrisponde affatto. Però in effetti ora hai tagliato la sezione ritmica e l’harmonizer non viene usato come un effetto vocale ma come uno strumento, che dialoga con strumenti acustici piuttosto tradizionali. Eppure uno ascolta l’ep e dice: è “AKA5HA”. Come riesci a mantenere integra la tua identità artistica, personale? Intuisco che per te non è stato difficile scegliere se togliere elementi o una traccia rispetto ad aggiungerne. C’è stato questo elemento di “metto/levo”?
C’è stato tantissimo in “Rifiorirai”, che è stato proprio un avere 70 tracce e lasciarne 5. È stato come fare un po’ un’impalcatura e poi toglierla e vedere cosa rimaneva e se stava in piedi. Quali di queste cose stavano in piedi, e togliere le cose superflue. Ed è stato il modo di imparare a capire quali cose effettivamente stessero già più in piedi di per sé, che ha portato a fare l’ep. Sono brani che ho fatto a ridosso veramente dell’uscita dell’album in cui sentivo, un po’ per questioni personali, di dover chiudere un po’ un ciclo. Infatti “non è uno, sono due” ha degli strascichi sia emotivi che sonori. Nonostante abbia una sua identità, banalmente non ci sono chitarre acustiche di legno di nessun tipo ma c’è solo il pianoforte.

C’è il violoncello però come legno.
Esatto, un piccolo mondo a sé stante. E questo ep invece è venuto fuori semplicemente così com’è, non è stato assoggettato. Tutta questa storia della sottrazione e dell’accumulo è una sottrazione assodata. È a priori, è prima, è nella mia testa. Prima è stato accumulato e poi sottratto, invece nell’ep è stato semplicemente lasciato così, con poco.

Appunto nell’ep ci sono la parte naturale e quella sintetica, la parte più arcana e quella contemporanea. Hai ricercato volutamente questo contrasto? Poi è più facile mettere una chitarra che un violoncello…
Allora, il fatto è che il violoncello io non lo so toccare, quindi ho chiamato una persona molto brava a farlo e quindi in generale quando c’è una persona molto brava a farlo, troppo male non ti va. Quindi in realtà non è stato per niente difficile mettere queste timbriche insieme. Non ho mai provato difficoltà nel mettere cose estremamente organiche con cose estremamente digitali. Nel momento in cui ci sono delle cose organiche, come possono essere il violoncello e il pianoforte, e cose sintetiche, avrò sicuramente provato certe cose che non ci stavano, mentre altre cose come l’harmonizer ci stavano molto bene. Ma l’harmonizer è sì una cosa sintetica, ma ciò che dà la dinamica dello strumento è la voce, che forse è la cosa più organica che esiste, quindi in realtà non sono così lontane le cose. L’ep è molto acustico in realtà, l’album ha molti più elementi effettivamente sintetici che vanno a incontrarsi con tutto ciò che è di legno.

Nell’epoca dell’AI, parlare di sintetico è quasi anacronistico, se vuoi.
Sì, anche perché a parte veramente pochissimi casi, il 70% dei VST, i plug-in che vanno a fare cose sintetiche, sono emulazioni di cose analogiche, quindi alla fine… Secondo me l’importante è che ci sia dietro l’uomo, l’uomo da solo, la persona che lo pensa e che dice al sintetico cosa fare e come vuole che sia fatto. Alla fine sarà sempre un’opera umana e quindi organica in qualche modo.

L’ep ha cinque brani però sembra un unicum sonoro: hai pensato al lavoro come una suite da ascoltare tutta in un fiato in vinile o pensi che comunque ogni brano sia una forma canzone? Li estrapoleresti questi brani o hanno bisogno di stare insieme?
Secondo me alcuni possono essere estrapolati, altri meno. Sicuramente venti minuti tutti in un fiato è meglio, anche perché ci sono vari momenti dinamici e di emotività diverse, ma è comunque tutto un movimento emotivo e una storia unica emotiva. Quindi sicuramente nel suo scorrere liscio è più giusto così, senza dubbio. Infatti nel vinile l’ep è stampato tutto da un lato solo, apposta, per far sì che vai in fondo e finisce.

Articolo di Francesca Cecconi

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