Daniele Bergamini ha rilasciato il suo secondo album, “Il Rock ci salva una volta sola” il 1 luglio Nel 2023 era uscito l’ottimo album d’esordio “Pioniere di una nuova alba”. Con questo nuovo lavoro la proposta di Bergamini compie un passo avanti, soprattutto sul fronte della scrittura dei testi. Lo abbiamo intervistato per capire insieme il suo nuovo disco, un album interessante con ottime idee testuali.
Direi di partire in modo secco: ma a te il Rock piace? Perché l’idea che mi sono fatto io è che senza dubbio ti piaccia, ma allo stesso tempo tu sia critico verso il potere salvifico che, per certi versi, la musica Rock porta con sé (eredità del Blues).
Certo che mi piace! Se non mi piacesse non girerei con un giubbotto nero in pelle in piena estate per promuovere il mio disco! Mi viene caldo solo a guardare la foto della copertina… Il Blues è il padre del Rock, “sentirsi giù, sentirsi blues, I’m feeling blue”… è sostanzialmente un ennesimo lamentarsi ma con la chitarra con il suono distorto, ecco.
Il titolo del tuo nuovo lavoro, alla luce della risposta precedente, può dunque essere interpretato in due modi. Uno ironico, tratto che contraddistingue la tua poetica: in realtà il Rock non salva niente e nessuno. E poi un secondo modo, che forse è l’intento reale: la musica rock può salvarci, ma le sue possibilità non sono infinite…
Il Rock ci salva assolutamente, ma ora non mi ricordo più il perché. Proprio lavorando all’album ho dimenticato le mie urgenze che mi avevano spinto a concepire quel titolo. (Ma quanto figo è ‘sto titolo per un album? Manco chi è più avanti di me ha sfoderato un titolo del genere! Ahahah!). Diciamo che il Rock mi ha salvato nel modo in cui dovevo essere salvato. La musica salva, lo sapete benissimo. Non salva? Di sicuro sfoga. Traduce. Accoglie.
È per questo che affermi, in una tua canzone, ognuno ha la propria rockstar che si merita? È una frase che mi piace molto, dato che un grande filosofo francese diceva che abbiamo sempre la verità che ci meritiamo. Ci ho trovato una grande affinità.
Ognuno ha la propria rockstar che si merita… è vero. Può essere finta, vera, costruita, complessata o esagerata. Ci identifica, ci diverte, ci fa riflettere. Risponde alle tue domande. Traduce le tue emozioni. La rockstar ti viene tramandata in famiglia o ti appare per caso di notte in videoclip. Hai bisogno di un’esponente per il tuo stile di vita. Una figura paterna? A me, che so sempre come complicarmi la vita, è capitato John Lennon in piena adolescenza: passare anni ascoltando una rockstar morta, senza concerti all’attivo, traducendo i testi dall’inglese in italiano è stata un’ottima idea per rimanere tagliato fuori. Nella prossima vita mi butto subito su Vasco: è italiano, parla la tua stessa lingua, ci si capisce subito con gli altri, e si vive un’esperienza condivisa tra concerti ed emozioni allo stadio tutti insieme. La prossima volta Lennon lo facciamo nascere a Zocca!
In questo tuo secondo lavoro ho trovato un passo avanti nella maturità della scrittura dei testi. Come sono nati? In quanto tempo? Come ci hai lavorato?
Per questo album i testi dovevano essere molto più diretti rispetto al primo per il semplice fatto che avevo deciso che fosse così. Sono testi, pensieri, parole raccolte nel tempo o nate al momento funzionali al tema del disco. È stato anche il fatto che doveva essere un album rock a renderle più decise e spinte certe affermazioni, certe ‘sparate’. Di proposito ho inserito testi più articolati ed elaborati. Io stesso volevo una sorta di evoluzione, o comunque di versatilità, di maturità. Penso che tutti gli ascoltatori si aspettassero questo da me. Anche tu.
Il tuo primo lavoro, “Pioniere di una nuova alba” aveva una buona dose di ironia. Nel nuovo disco non manca, ma appari più serio e determinato nell’affermare concetti e nel criticare, neppure in modo troppo velato, un certo modo di fare musica. Che cosa non ti piace del mondo della musica di oggi?
Con il primo album ho voluto farmi accettare, instaurare un rapporto sincero e positivo con canzoni più pop e melodiche, diciamo con un atteggiamento più moderato… da bravo ragazzo. Però mi sono accorto di aver tralasciato molti aspetti, così ho voluto recuperare subito il lato più diretto (e a tratti anche volgare) con questo secondo lavoro. Con “Pioniere di una nuova alba” puntavo sulla luce, con questo secondo album ho dovuto fare emergere anche un’oscurità più esigente, nella forma e nel contenuto. Negli ultimi anni sono stato più a contatto con professionisti e musicisti rispetto al passato, quindi alcune critiche verso il mondo della musica mi sono venute naturali esporle nel lavoro stesso come autoreferenzialità, o come punto di vista sovversivo, sia per chi fa musica (per lavoro o no) e sia per chi è solo pubblico o peggio ancora misurato come consumatore.
“Lacrime di un rocker” è un testo potente, molto importante. C’è il condensato di tutto questo lavoro. Come è nato e, soprattutto, con chi ce l’hai?
Il testo di “Lacrime di un Rocker” andrebbe analizzato per mezz’ora. Ho voluto un testo quasi parlato, con tutte quelle domande, che cercano accettazione e consenso, sia verso l’ascoltatore, sia all’interno dell’ambiente musicale stesso. Ho inteso da subito questa canzone come una strategica introduzione come brano di apertura per quest’album che non è un concept album, ma che andrà finire per esserlo. Quell’energia che dici tu, si trova soltanto nel finale come riscatto sociale (ed esistenziale) proprio sulla parola rocker. “Lacrime di un Rocker” è una messa in scena del problema, della condizione di frustrazione e anonimato dove lo stesso rocker ne è una vittima. Non riesce ad inserirsi nello star system quindi non riesce ad accedere al largo pubblico precludendo così il raggiungimento della sua amata tra le potenziali fan: Where is my babe?. Si lamenta, cerca di far riflettere, si dispera: piange.
Anche se l’album è decisamente più rock, direi comunque pop-rock rispetto al precedente, non hai fatto venir meno la tua vocazione di cantautore, sia nei testi sia nella forma canzone. Come fai a far convivere queste due anime?
Quando le canzoni sono sincere, non c’è nulla da temere. Dove non arrivano le parole arriva il suono. Dove non arriva la personalità entra in gioco il cliché del genere musicale. Quando si ha qualcosa da dire e la musica diventa funzionale a tutto ciò non c’è protagonismo o depersonalizzazione. Tirati via la camicetta in lino (“Pioniere di una nuova alba”) e mettiti un giubbotto in pelle (“Il Rock ci salva una volta sola”). Appoggia la tua chitarra acustica sull’erba del prato e prendi questa sei corde elettrica dal porta chitarra lì, in sala di ripresa, accanto al divanetto nero. Mi interessa l’autenticità e l’efficacia. E’ il contesto a decretare il repertorio con i suoi mezzi e il suo preciso target.
Un altro testo pungente è “Suona ragazzo”. Io vi ho sentito una critica precisa, e neppure troppo velata, a un mondo che consuma la musica e i musicisti. Sbaglio?
No, non sbagli. E’ proprio così. “Suona ragazzo” è un’imprecazione, è una bestemmia. E’ certamente qualcosa che annienta e sabota tutta la propria sensibilità, la propria vocazione, la propria preparazione che spinge a fare musica. Preciso subito che non è una traccia nascosta dell’album, quelle ghost-tracks a fine cd. E’ stata messa alla fine soltanto per un discorso di narrazione. Era giusto, dopo tutto l’impegno mostrato, vanificare il lavoro stesso con quella canzone-affermazione. Sì: una canzone-affermazione. Un paradosso. “Daniele dai, canta una canzone sulla pace, che salviamo il mondo dalle guerre”.
Nei live come farai convivere i tuoi due lavori? Due set distinti oppure mescolerai le esperienze?
Sarà una questione di logistica e di disponibilità dei vari musicisti interessati. La prima cosa su cui lavorare è scegliere le canzoni che reggono anche “da sole” senza troppi arrangiamenti nei live acustici, e quelle che invece dovranno attendere e vivere di formazione completa: chitarra, basso e batteria. L’importante credo sia arrivare al pubblico, esprimersi nella performance. Un mio sogno è partire con formazione ridotta in acustico per i primi pezzi per poi esplodere, a metà spettacolo, con tutta la band in un’energia rock potentissima. Mi piace anche al chiuso, tipo in teatro perché le persone vengono apposta per sentirti. C’è un attenzione più intima.
Ultima questione: il Rock si può fare in provincia, così come la musica d’autore. Anzi, forse la musica è l’unica arte che necessita della provincia, e non per forza delle metropoli, per vivere. Da questo punto di vista, il tuo ecosistema, il tuo mondo, quanto incidono sulla tua musica e sui tuoi testi?
Il mio ecosistema (termine che mi piace tantissimo) è molto piccolo, ma in scala ridotta riproduce esattamente dinamiche comportamentali incredibili tra me e il pubblico. Sono talmente underground che non mi conoscono neanche gli art director dei circoli Arci. Ci sono persone (e non per forza amici) che hanno deciso di ascoltarmi senza che apparissi in tv durante la fatidica settimana sanremese che tutti gli italiani conoscono. Voglio che ci sia un contatto con la canzone, con la musica e le parole, un contatto che nasca dal desiderio di attenzione reciproco. Direi che più che di “posizione”, si dovrebbe parlare di “distribuzione”. Forse la distribuzione per un’artista è la vera variabile per percepirsi e farsi percepire, che sarebbe poi una questione di numeri. Per esperienza quando ci sono le persone giuste (organizzatori, manager, gestori di locale e non per ultimi i musicisti stessi) non c’è differenza tra provincia o centro. Se qualcuno ti vuole, sei nel posto giusto al momento giusto. E anche nella realtà più piccola o provinciale, con la performance della canzone giusta, la magia si avvera. Ma una cosa è certa: i miei testi parlano di cose che possono essere di tutti, non farei mai canzoni limitate al mio territorio. Ci vivo già, non ho bisogno di ulteriori descrizioni auto ricalcanti per “ritrovarmi” nei testi. Una ridondanza che non tollererei.
Ma se non ci salva il Rock, chi ci può salvare?
Se il Rock non ci salva, di certo ci salva l’artista che ha deciso di salvare per primo se stesso con la sua stessa musica gridandolo a tutto il mondo. C’è una richiesta di aiuto messa sotto forma di canzone ormai di sessant’anni fa dal titolo “Help!”, ed indovina un pò chi l’ha scritta. Una frase di questa canzone dice: “La mia indipendenza si è trasformata in confusione”. Trovo questa frase di una potenza e di un’attualità incredibile. Non ho nulla contro i medici e le infermiere, ma ho un certo ascendente sul potere salvifico delle rockstar che ti salvano l’anima! Non ti piace il Rock? Non c’è alcun problema, c’è “Last night a Dj saves my life (from a broken heart)”, grande successo disco dei primi anni’ 80. Un Dj invece di una Rockstar. Ognuno sa dove rifugiarsi, nel bene e nel male. Ognuno, ha la propria “Rockstar” che si merita.
Articolo di Luca Cremonesi
