È uscito 29 maggio, “Effimeri, Erranti e Vagabondi”, il nuovo album del cantautore valdostano Davide Mancini. L’album è composto da otto brani di cui quattro in italiano e quattro ri-arrangiati in dialetto valdostano, in un dialogo continuo tra identità contemporanea e radici territoriali, un album concettuale che racconta il disagio emotivo e spirituale dell’uomo contemporaneo, sospeso in un mondo sempre più complesso, teso e conflittuale. Il progetto vede la partecipazione di importanti collaboratori: Massimo Spinosa, bassista storico vicino alla grande canzone d’autore italiana, collaboratore di artisti come Fabrizio De André, Francesco De Gregori e Antonello Venditti, al quale è profondamente legato; Irene Burratti, cantante jazz milanese, interprete dei brani in italiano; Sara Borghese, giovane cantante valdostana, voce delle versioni in dialetto; al bandoneon Ezio Borghese, musicista essenziale e riconoscibile presente in entrambe le versioni dei brani.
La tua è una storia abbastanza lunga, articolata, intensa e densa; ci estrapoli le tappe che ti hanno portato a essere quello che sei qui e ora?
Sì, e mi è piaciuta la chiusa finale della tua domanda, cioè il “qui e ora”, quindi la consapevolezza di essere effimeri, erranti e vagabondi. È proprio quello al quale volevo arrivare: cioè vivere pienamente, dal punto di vista artistico e creativo, il momento, senza nessun tipo di orpello esteriore; la spontaneità, l’autenticità di quest’ultimo lavoro, che chiude la trilogia nata con “Madame Gerbelle” nel 2007 e poi proseguita con “Poesia e Democrazia” nel 2015, era proprio quella di arrivare a un culmine di lavoro creativo, artistico e anche linguistico totalmente autentico. Un lavoro che si avvicinasse il più possibile al qui, all’ora, alla consapevolezza, e che dialogasse il più possibile anche con quel mondo un po’ magico, un po’ invisibile della musica. Questo era lo scopo primario, quindi, se vuoi, sicuramente un po’ utopistico. Poi il lavoro, che mi è costato tanto in termini di sacrificio, mi è piaciuto tanto: mi sono sentito soddisfatto, completato, e quindi ho immaginato che si potesse dare in pasto a un eventuale pubblico.
Ci tenevo a chiudere questa trilogia perché io sono uno di quelli che, una volta si sarebbe detto così, ha una grande gavetta alle spalle. Nel senso che ho sempre lavorato, ho sempre suonato un sacco con diverse band, dal Rock alla Fusion al Jazz, e poi ad un certo punto mi sono convertito al Cantautorato. Questo perché le band sono un po’ come le famiglie: ci si lascia, ci si riprende, ci sono persone che vanno a vivere in un altro posto, ci sono invidie, pettegolezzi, incomprensioni… Quindi ho perso nel mio percorso tantissime band e alla fine, esausto, ho deciso che avrei suonato da solo, avrei fatto il cantautore e avrei preso soltanto musicisti e turnisti, spinto da una passione autentica verso la forma-canzone.
Ho cominciato con “Madame Gerbelle”, che è stato un po’ un disco col botto per me. Neanche a farlo apposta, è stato prodotto da Ivan Ciccarelli, un grande musicista, e io venivo seguito da Paolo Salandini, che era il manager di Ligabue, era un mio caro amico che purtroppo non c’è più. Entrai nel cosiddetto “mondo che conta”: andammo da Mauro Pagani, il quale fece ben due giornate insieme a me ad ascoltare i miei brani. Insomma, venni catapultato in un mondo molto serio, feci poi un sacco di concerti e il disco ebbe un’ottima risonanza, e questa cosa mi spaventò anche molto. Poi venni travolto da tutte quelle cose inevitabili che accadono a chi vive una vita in questo mondo, e quindi lasciai molto tempo tra la produzione di questo album e il secondo, “Poesia e Democrazia”. Questo secondo album è un disco che io amo moltissimo, pieno secondo me di ingenuità, ed è quello di cui vado fiero perché mi invitarono a suonare al MEI e mi riempirono all’epoca di gratificazioni. Registrai l’album con Massimo Spinosa, un grande musicista che ha suonato con tutti: Andrea Tofanelli, De Gregori, Vecchioni, Venditti, Pagani… Un’icona alla quale sono molto affezionato non solo per le sue qualità musicali, ma anche per il suo spessore umano e intellettuale. “Poesia e Democrazia” era un po’ l’album della disillusione rispetto a tutto: alla politica, al sistema e anche a diverse relazioni umane. Però sentivo che mancava un pezzo, volevo chiudere una trilogia, e doveva per forza avere una piega un po’ più spirituale. Per questo mi piace come hai chiuso la domanda sul “qui ed ora” e sulla consapevolezza: “Effimeri, Erranti e Vagabondi” è stata idealmente la chiusura di un lavoro che ha avuto anche molte difficoltà, sofferenze, ostacoli e trappole, ma che voleva finire con un concetto benefico. Ovvero quello di considerare che siamo tutti effimeri, siamo tutti sempre alla ricerca come erranti, e l’erranza, così come il vagabondare, è una forma di ricerca, di autenticità, di intelligenza e di condizione indispensabile per poter creare qualcosa che possa rimanere agli altri. Questo è un po’ in sintesi quello che è stato il mio percorso cantautorale.
Il senso che dai al titolo dell’album ha il sapore di un percorso interiore in cui tu inglobi anche aspetti materiali, come il nutrirti di altre forme di cultura, ma anche l’essere calato nella natura, e quindi il legame con la tua terra, la Valle D’Aosta.
Sì, il disco fa un riferimento implicitamente a una natura molto presente, molto potente, a volte consolante, a volte tormentante. E sicuramente il fatto di vivere in una regione in cui la natura è così predominante dà esattamente l’idea di quanto tutto sia effimero, e di quanto ci sia una forza all’interno della natura stessa che rimette in ordine tutto questo caos al quale andiamo incontro all’interno del nostro modus vivendi. Quindi, da questo punto di vista, l’osservazione della natura è salvifica, perché ridimensiona l’idea che noi siamo il centro di tutto. Inoltre è una fonte di grande creatività: posso assicurare che l’autunno, soprattutto l’autunno, ma anche l’inverno in certe vallate di montagna, è una fonte di suggestione musicale e letteraria enorme.
Poi io sono molto affascinato dai processi creativi. Non è detto che uno che vive sulla Quinta Avenue a New York non abbia suggestioni medesime o altrettanto forti: ognuno trova ovunque una maniera per poter creare. Il contesto nel quale vivo io è caratterizzato da una natura così bella e imponente che è stata influente rispetto a ciò che ho scritto, e mi ha dato molto l’idea di quanto siamo effimeri — quindi della caducità del tutto — e di quanto sia necessario essere erranti. Ovviamente “erranti” nel senso di mettersi in cammino non fisicamente, ma intellettualmente, andando sempre a cercare e a mettere in dubbio tutto ciò che pensavamo fosse certo e sicuro. E “vagabondi” perché comunque il localismo eccessivo ed estremo può essere una fonte di pericolo, secondo me, ed è necessario vagabondare non solo con la testa ma proprio anche con i piedi, uscendo dal proprio perimetro. Lo possiamo estendere anche al vagabondare dal punto di vista della visione del mondo: non fissarsi in un’unica visione. In questo momento, come sai, è tutto molto manipolato dalla comunicazione digitale e social che irrigidisce un po’, no? Serve vagabondare anche tra idee, suggestioni e input differenti.
Diciamo che sì, questa forma di vagabondaggio potrebbe essere l’unico antidoto o anticorpo nei confronti delle verità preconfezionate. Per me, nell’era della post-verità, è possibile cercare la verità. Nessuno – o almeno io – ha la presunzione di possedere la verità, però mettersi in cammino per cercare di capire la complessità del tutto, questo sì. La musica e l’arte, da questo punto di vista, possono aiutare perché offrono un punto di vista a volte completamente capovolto, divergente rispetto all’opinione dominante.
Come sei arrivato a far uscire finiti questi otto brani con tutte le relative scelte di arrangiamento, di composizione, di selezione dei musicisti? Quattro sono brani che hai arrangiato in dialetto, c’è un motivo specifico per cui lo hai scelto proprio per quelli?
È stato un po’ un colpo di testa, una follia. Dico una banalità: io sono cresciuto con le tre “teste coronate” del cantautorato italiano, mitizzate e viste come leggendarie. Una di queste è De André, che nell’84 pubblicò “Creza de mä”, un album rivoluzionario, considerato uno dei più importanti anche a livello internazionale, dove inserì il dialetto genovese con un suono di respiro globale. Lavorando con Massimo Spinosa, che suonò il basso in quell’album, a un certo punto durante le registrazioni ho immaginato di provare a inserire il patois all’interno di brani già confezionati nei quali credevo.
Il patois però è una lingua molto complessa, perché per ogni vallata ce n’è uno diverso: bisogna sceglierne uno e sarebbe meglio che lo si parlasse ancora. C’è quello di città, quello delle vallate più vicine alla Francia, quelle più periferiche… Io ho fatto un lungo lavoro linguistico, filologico e di pronuncia, perché ho fatto tradurre i brani a un insegnante d’inglese che vive profondamente il dialettismo valdostano, con un patois francoprovenzale di una vallata particolare. Avevo bisogno di un traduttore intelligente: qualcuno che capisse che non si poteva fare una semplice traduzione grammaticale e denotativa, ma che comprendesse il concetto del testo e lo traducesse in maniera assonante con quello che volevo dire. Questa persona, che si chiama Claudio Fuson e che ringrazio sempre per il lavoro fatto, ha accettato questa impresa.
Io poi ho preso in mano questi testi e ho provato: prima a casa, poi in studio. Ho visto che non solo la musicalità rimaneva piacevole, ma anche con un arrangiamento più minimale e acustico i brani acquistavano una luce particolare. Sono rimasto indeciso fino all’ultimo se pubblicarli o meno, così li ho fatti ascoltare ad un po’ di persone e ho lasciato depositare del tempo prima di riascoltarli da solo. Alla fine, vedendo che risultavano luminosi e brillanti, ho pensato di pubblicarli. È stato un lavoro molto lungo e complesso, anche perché è stato modificato l’arrangiamento in chiave più acustica, ma mi ha affascinato e immerso in una lingua completamente diversa. E mi ha fatto capire una cosa banale, ma vera: che la musica ha codici di comunicazione universali. Indipendentemente dall’idioma, se credi in quello che fai, il messaggio arriva. Infatti devo dire che nella mia regione soprattutto un brano, “Biandrou”, che parla della tradizione del tipo problematico, ha avuto un riscontro grandissimo.
Non posso non chiederti se hai intenzione di portarli in giro dal vivo e se eseguirai anche brani dei due precedenti album. Quindi un live da trilogia più che di solo lancio dell’ultimo album?
Esatto. Ho uno spettacolo consolidato con una band di giovani musicisti che funziona benissimo, all’interno del quale presento i brani di “Madame Gerbelle”, di “Poesia e Democrazia” e gli ultimi di “Effimeri, Erranti e Vagabondi”, per un totale di 12 brani, non di più. Ho capito nella mia lunga carriera che il segreto per stare sul palco è non annoiare la gente – che è la vera grande complessità oggi -, quindi so che con la band funziono.
Ho sempre suonato: a proposito della sana vecchia gavetta, avrò fatto un migliaio di concerti in vita mia. Il problema è che il mondo è cambiato radicalmente oggi: nessuno invita più nessuno. O appartieni al mainstream, a tutto ciò che l’arco sistemico protegge e pubblicizza, oppure sei invisibile, non esisti. Lo dico con amarezza, perché ho vissuto un’Italia in cui si potevano fare 30-35 concerti all’anno. Funzionava così: potevi andare in un locale, in qualsiasi locale c’era qualcuno che suonava; se non avevi intenzione di ascoltare ti sedevi indietro, ma ogni locale aveva qualcuno che presentava la propria musica. Oggi invece gli unici che suonano dal vivo sono quelli che fanno i tributi, cosa che trovo sinceramente umiliante, imbarazzante e disarmante. Poi, poverini, non ce l’ho con loro, ma è la cifra e lo specchio di una decadenza culturale ormai inarrestabile di questo paese, perché non si investe assolutamente sulla musica dal vivo. Per tornare alla tua domanda: chi è che invita un cantautore, per quanto possa essere di nicchia o seguito dal mondo indipendente? Praticamente nessuno. Da questo punto di vista il mondo è ancora più elitario e classista di una volta: o entri nell’arco sistemico che ti pubblicizza, oppure sei un invisibile.
Questi aggettivi che hai utilizzato li voglio sottolineare nel testo scritto, perché c’è veramente una deriva culturale nel campo musicale. E la deriva culturale comporta anche che i locali chiudono perché non hanno sostegno, lo hanno solamente le grandi venue dove ci sono le multinazionali a gestire. I piccoli locali li fanno chiudere perché magari il lavandino è troppo piccolo, la porta è troppo stretta o cose del genere. Ti parlo da una città dove praticamente non sono rimasti locali.
Ma è così ovunque! Questo è un disegno culturale e politico, è un discorso molto complesso. C’è dolo, è una scelta voluta che riguarda anche la gentrificazione e la strutturazione delle città stesse. Il problema è che non ci sono anticorpi culturali per potersi opporre: né politici, né mediatici, né comportamentali, e quindi tutto passa con grande facilità. Però è un dramma, perché quando non c’è nessun locale che propone musica dal vivo se non le cover band si segna la cifra di una povertà culturale grave. Questa è la mia opinione, ovviamente. Quando è uscito “Poesia e Democrazia” nel 2015 ho fatto una ventina di date in tutti i circoli Arci d’Italia, per finire poi due serate al MEI. Era un circuito ancora florido, fecondo, vivo. Adesso non c’è più.
Articolo di Francesca Cecconi
