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Intervista agli Electric Cherry: l’urgenza del live, l’alchimia rock e la sfida della produzione moderna

L’intesa dopo anni nei club, la lezione dei Led Zeppelin e l’evoluzione da “Cherry Heart” verso le prossime sfide dal vivo

Electric Cherry intervista

Gli Electric Cherry sono Cristian Ferrara voce, chitarra, Alessandro Santucci chitarra, tastiere, cori, Stefano Sforza basso, tastiere, cori e Giorgio Spila alla batteria. Dopo esperienze individuali nella scena indipendente romana, nascono gli Electric Cherry che già nel 2021 pubblicano il disco omonimo “Electric Cherry”. Nel 2022 accedono alla fase finale delle audizioni Sony Music e si classificano tra le prime nove band, e partecipano alla finale di Sanremo Rock all’Ariston. A marzo 2025 firmano con la veronese Vrec Music Label per l’uscita del secondo disco, “Cherry Heart”, uscito nel mese di maggio (la nostra recensione). Dopo le ottime premesse in studio, non restava che valutarne il valore live, e quale miglior occasione dell’apertura a grandi artisti internazionali in uno dei più longevi festival italiani? Visti al Pistoia Blues Festival 2026, sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla loro performance, professionale, energica, precisa, con suoni incredibili per una band opener, una tenuta di palco da artisti navigati. E così un pomeriggio di agosto abbiamo passato molto tempo a condividere impressioni, visioni, pensieri sul Rock nel 2026, prima di calarci nella vera e propria intervista.

Sono rimasta impressionata dal vostro set al Pistoia Blues Festival 2026, in apertura a Eric Steckel e Fantastic Negrito (il nostro report). È difficile suonare su un palco storico e importante, invece avete regalato una performance coinvolgente e perfetta tecnicamente.
Sì, il rischio di esserne spaventati c’è stato, effettivamente, perché noi veniamo da Roma, dove i locali sono piccolini, la scena musicale è fatta principalmente da cover e tribute band, e ritrovarsi un palco da 30 metri effettivamente non è stato facile. Sebbene, insomma, non siamo ragazzini alle prime armi, e questo forse ci ha aiutato. Ma anche dobbiamo dire che ci siamo sentiti giusti là –  crediamo di averlo dimostrato – probabilmente anche per il genere che facciamo, il Rock; aver avuto lo spazio per muoversi invece si sentirsi castrati in spazi angusti ci ha aiutato nella performance. L’intesa è importante: non è scontato trovare dei bravi musicisti che sappiano suonare, ma è ancora meno scontato trovare delle persone con le quali ci si trova bene umanamente, degli amici, dei fratelli. Noi suoniamo da un po’ di anni insieme e questa alchimia evidentemente ci fa da collante. E quindi, anche ad occhi chiusi, la prima volta su un palco del genere non abbiamo avuto difficoltà; non sapevamo cosa avremmo potuto fare, siamo andati molto di pancia: ha funzionato perché c’è un rapporto umano che va oltre la band. Aggiungo anche una considerazione di background musicale; più o meno veniamo tutti dal mondo del Rock anni ‘70. I Led Zeppelin ci insegnano che sul palco l’assolo di Page finisce con uno sguardo, gli altri si giravano e riconoscevano il segno. Quella è una grossa scuola. Ormai noi sappiamo quando uno è in difficoltà o quando un altro ha una particolare necessità, e questo tipo di intesa deriva dal suonare tanto tempo insieme, fare tanta gavetta nei piccoli locali, ma anche da venire un pochino da quel mondo. Quando saliamo sul palco sappiamo che il risultato che fuoriesce è più della somma di quanto dà ognuno di noi, e questo non ce lo può levare nessuno. Noi, prima di salire sul palco, ci diciamo sempre che dobbiamo spaccare, perché allo spettatore gli deve arrivare quello, perché se non gli arriva si ascolta il disco.

Ho trovato un’evoluzione dal vostro primo al vostro secondo disco, ma anche sul come avete eseguito i brani dal vivo.
Il nostro primo disco l’abbiamo registrato durante la pandemia, con le mascherine, mentre “Cherry Heart” lo abbiamo registrato quando avevamo più o meno chiuso i pezzi. Questo vuol dire due cose. Il primo è che quel groove che tu senti live è più difficile farlo in fase di registrazione, dove utilizzi anche dei suoni un pochino più puliti. Poi abbiamo avuto come produttore Alessandro Forte, che ci ha un pochino aperto a sonorità più moderne, con synth o alcuni suoni elettronici che possono dare un colore senza snaturare quello che siamo. La tua osservazione di averci sentiti più “caldi” dal vivo deriva dal fatto che una volta chiusi i pezzi eravamo andati subito in sala di registrazione, quindi non li avevamo completamente assimilati a livello di prove. È l’errore che non vogliamo fare per il disco nuovo; perché i pezzi sono già chiusi e siamo in una fase di pre-produzione. Adesso li dobbiamo suonare, e questo vuol dire assimilare quel groove, soprattutto ritmico, che forse nel disco del 2025 manca un pochino, e che in realtà ti arriva live, con un impatto ed un’emotività completamente diversa. Poi in concerto ultimamente abbiamo preso la decisione di suonare con delle basi che sotto hanno quei piccoli suoni di synth che magari riempiono in determinati punti, e lasciamo a Cristian la performance vocale senza doversi portare un’ulteriore chitarra. È una scorciatoia? Non credo, è una scelta che secondo me ci si addice di più. Il terzo album, che uscirà, 2027, ha suoni sono un pochino più moderni, però sempre con un approccio che non ci snatura, con la base di scrittura derivanti sempre da un Rock classico. Abbiamo la fortuna di non avere chi dietro ci dice come farlo perché ci mette i soldi. Per noi la musica è una passione, deve piacere a noi in prima battuta. La nostra visione è la stessa di quando abbiamo messo su il gruppo: ci piace la musica rock? Sì, e allora facciamo musica rock. Non va, che ci frega, che poi è l’attitudine del Rock, per cui va bene così. Quando ci siamo conosciuti abbiamo detto “musica rock e basta”, senza stare a pensare a chi ascolta e cosa dirà.

Ormai la gavetta dal vivo in Italia non è facile farla, perché non ci sono molti locali dove proporre musica originale indipendente
Assolutamente, è già tanto trovarne una di giovedì sera in apertura a una tribute band, a meno che tu non sia all’interno di un giro che è meglio non commentare … Quindi la scena musicale indipendente è un po’ complicata, mettici in più il nostro genere, il Rock. È un genere che sta avendo un piccolo revival in Italia grazie ai Måneskin, ma non c’è una sua vera scena; il Metal ancora ce l’ha, forse perché è una scena chiusa, perché i fan la difendono, la coltivano, mentre il Rock ora nel nostro paese vuol dire tutto e non vuol dire niente. Se al gestore di un locale gli dici che facciamo musica rock, dicono oddio no, aspetta. Eppure noi non siamo in realtà centrati su un particolare filone tipo l’Hard Rock, siamo abbastanza trasversali, perché dentro la nostra musica c’è il Blues, c’è il Rock melodico, cerchiamo di trovare le giuste melodie, perché poi il Rock è un’attitudine.

Purtroppo in Italia per presentare il proprio progetto bisogna auto-etichettarsi, incasellarsi in un genere o meglio in un sottogenere
Se noi dovessimo darci una definizione, un’etichetta specifica non sapremmo darla, ma qualcosa tra l’Hard Rock e l’Alternative Rock. Rispetto all’album del 2025, adesso stiamo virando verso sonorità un pochino più attuali e moderne, stiamo scrivendo nuovi pezzi, che partono da quello che abbiamo suonato finora, lo evolvono e lo attualizzano. Come abbiamo fatto comunque col primo disco, tra il primo e il secondo c’è stata un’evoluzione di un certo tipo e ora ce n’è un’altra, non siamo quel tipo di gruppo che fa tre o quattro dischi tutti uguali. C’è l’esigenza pure di cambiare, di interrogarsi, di sperimentare, sempre nei limiti del genere.

Come avviene il processo di composizione in un gruppo così coeso, come siete voi quattro?
Per quanto riguarda il processo creativo, da noi non è il cantante che arriva e dice c’ho sto testo, c’ho sta linea vocale, fateci voi una base. Ognuno può portare un’idea, un riff, dei giri di chitarra o basso, una linea melodica. Per il secondo album abbiamo sentito la necessità di avere un confronto in qualche modo, e abbiamo scelto un produttore. Abbiamo capito come Alessandro Forte lavorava, quello che aveva fatto con altri artisti della scena romana, e quindi abbiamo detto: facciamoci in qualche modo influenzare. Ci ha dato qualche dritta, ha inserito qualche suono che ci ha svecchiato e ci ha mostrato quello che si poteva fare con suoni totalmente avulsi da noi, che poi è quello che sta succedendo nel resto del panorama della musica rock. Forse è iniziato vent’anni fa con i Muse e poi con i Nothing But Thieves. Per i nuovi brani vedremo se e come muoverci in produzione, intanto dobbiamo assimilarei brani, perché poi a seconda del produttore hai anche mix e master, che diventa una scelta stilistica.  

Quali sono le tematiche che ispirano la scrittura dei vostri testi?
La pandemia ci ha cambiato per sempre, e i nostri testi riflettono ciò che siamo ora e qual è la nostra visione del mondo. Ti faccio un track by track dei testi di “Cherry Heart” su questo, perché davvero mi fa molto piacere approfondire questo aspetto della nostra musica. “Seclusion”, brano d’apertura, butta in faccia direttamente in maniera un po’ violenta la rabbia repressa di appunto una clausuraforzata. Il protagonista è arrabbiato, fa di tutto per scappare ed è estremamente scettico sulla fine di essa, rimpiangendo tutte le esperienze e i pezzi di vita che sta perdendosi, costretto dentro quattro mura. Collegato a questo aspetto delle esperienze c’è il secondo brano dedicato a quel periodo, appunto “Quarantine”, dove con la fantasia immagino un contatto umano necessario con una ragazza, un desiderio crescente che viene smorzato dalla Quarantena. Oltre a “Quarantine”che è il terzo singolo dell’album, anche in versione Feat. Andrea Ra, qualche parola sia per “Slower” che per “Anyway You Want”: entrambe autobiografiche, la prima parla di un amore che diventa amicizia, dove il sentimento di bene va oltre a passati burrascosi, litigi, ed esperienze vissute insieme. Un pezzo che anche nel testo cerca di prendere dallo slow blues rock del passato, con un epilogo diverso; tutto culmina in un abbraccio lento, sentito, che lascia fuori il mondo e tutti i problemi, diventando un luogo sicuro in cui “essere”. Anche “Anyway You Want” ha una storia simile, ma con un sapore diverso; l’abbandono vuole col giusto tempo cercare di trasformarsi in amicizia, ma in questo caso a senso unico. “Wipe It Out”èun inno alla perseveranza. Noi musicisti difficilmente riusciamo a vedere i risultati in prospettiva; si suona tanto e spesso sembra di buttar tempo, mentre la vita scorre con i suoi problemi, distrazioni, frustrazioni. Ecco, il brano è quella voce nella testa che dice fregartene, spazzare via ogni tipo di distrazione, tirare dritto per la propria strada perché i risultati arrivano prima o poi.

Dopo il Pistoia Blues Festival, vi aspettiamo su altro grande palco toscano, quello del Beat Festival di Empoli, il 27 agosto in apertura ai Folkstone: quale scaletta avete in mente?
Non sarà la solita scaletta di Pistoia, però sicuramente ci scateneremo almeno tanto quanto se non di più! Non vogliamo anticipare nulla, però suoneremo sicuramente i tre singoli dell’album; dopodiché ci piacerebbe portare anche uno o due brani nuovi, altri estratti sempre da “Cherry Heart”, forse uno dal primo lavoro. Non resta che venire ad ascoltarci e vederci!

Articolo di Francesca Cecconi

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