I Gospel sono tornati con il nuovo singolo “Dead Kennedys”, brano che affronta il tema delle dipendenze e dell’autodistruzione attraverso il ritratto di un personaggio incapace di distinguere la libertà dall’autolesionismo. Il titolo non è solo una citazione della storica band punk americana, ma richiama un immaginario di ribellione e anticonformismo, mettendolo però a confronto con una ribellione svuotata di significato, che finisce per consumarsi nell’autodistruzione anziché trasformarsi in una reale presa di coscienza. Musicalmente, il singolo esprime tutta la nuova direzione dei Gospel: chitarre taglienti, ritmiche serrate e un impatto sonoro viscerale accompagnano un testo che evita ogni moralismo. I Gospel confermano dunque la volontà di utilizzare il Rock come strumento di riflessione e di denuncia, proseguendo un percorso artistico sempre più diretto, radicale e consapevole.
Nati sulle sponde del Lago Maggiore nel 2017, i Gospel sono formati da Lorenzo Balice, Riccardo Ligorio, Stefano Dal Lago, Mattia Tavani e Lorenzo Conforto Galli. L’esordio discografico “Gospel” nel 2017 mise in luce un’identità sospesa tra Garage Rock e Folk Blues; nel 2022 l’uscita di “Belve”, lavoro più diretto e potente che amplia le influenze della band verso il Rock più cupo e pesante. “Dead kennedys” presagisce un’evoluzione ancora più cruda e diretta, di cui ci parla Balice.
Vorrei che mi raccontassi il percorso che vi ha portato a qui ed ora, un viaggio a ritroso sul percorso della band, non storico ma culturale.
Siamo nati una quindicina d’anni fa, ma il nostro primo album è uscito nove anni fa, quindi formalmente consideriamo che siamo partiti da lì. Prima avevamo un altro nome, poi ci siamo dati il nome Gospel perché siamo sempre stati fanatici delle citazioni della Bibbia, anche se siamo assolutamente anticlericali e neanche troppo credenti. Però ci affascinava tantissimo questo mondo delle allegorie, di quanto vero ci potesse essere in certe cose, in certi scritti, quanto si potesse riflettere nelle relazioni umane di tutti i giorni. Sicuramente non volevamo fare i santoni di niente, però noi abbiamo iniziato a fare musica con un linguaggio che era quello del Rock Blues, quello un po’ grezzo, un po’ alla Black Keys, e con testi che riguardavano principalmente le relazioni tra le persone, di amore e di amicizia, gli amori finiti e la perdita di persone, perché le persone decidono di morire a un certo punto. Quindi, come dire, molto introspettivi da una parte, cioè come reagisce l’essere umano in questi contesti.
Siamo partiti così, poi ci siamo resi conto che il primo disco era molto lento – nonostante ci piaccia e ci abbia dato delle soddisfazioni – però avevamo bisogno di velocizzare un po’ tutto e incominciare a rendere i testi un po’ meno criptici. Inoltre abbiamo lavorato con un numero infinito di cambi di formazione per vari motivi. Nonostante la pandemia di mezzo, abbiamo lavorato al secondo album che incominciava ad essere più veloce, più immediato, meno riprodotto, quindi anche un po’ più spontaneo da un certo punto di vista. I testi avevano le stesse tematiche precedenti, quindi sempre rapporti umani, la giostrina dell’amore, la fine di una relazione storica, ma un pochino più estroversi e comprensibili. E quindi strizzando l’occhio un pochino meno al Blues, più allo Stoner, agli anni Novanta, agli Alice in Chains, proprio come attitudine.
Poi ci siamo rotti delle mezze misure, ci siamo rotti delle produzioni, ci siamo rotti di un sacco di cose perché in questi dieci anni da quando siamo partiti siamo cresciuti, siamo cambiati, soprattutto ci siamo incazzati per tante cose, per le ingiustizie sociali, per le cose che non funzionano, e quindi abbiamo deciso di parlare di queste cose e di gridarle anche. Quindi musicalmente abbiamo incominciato a rifarci al mondo del Punk, dell’Hardcore e del Post-Hardcore, che noi abbiamo sempre ascoltato da quando eravamo ragazzini. Abbiamo fatto un processo al contrario: di solito quando parti che sei ragazzino cominci a fare le cose più pesanti e poi piano piano smussi gli angoli e gli spigoli, mentre noi abbiamo deciso di fare il contrario, e ci è venuto spontaneo, anche chiedendoci: ma noi a 40 anni possiamo ancora gridare le cose, possiamo ancora fare qualcosa che strizzi l’occhio al Punk, soprattutto in un momento storico, musicale e culturale in cui queste cose non funzionano molto?
Dal punto di vista dei testi abbiamo tolto ogni tipo di freno e non ci facciamo più nessun problema, sebbene anche prima non è che ce ne facessimo, però avevamo sempre un occhio di riguardo per chi potenzialmente poteva ascoltarci. Questa volta no, parliamo di amicizie, nel caso del singolo “Dead Kennedys” dei problemi di dipendenza; non proviamo un senso di compatimento nei confronti di queste persone, ma una forte rabbia, come dire: stai buttando via la tua vita. Parliamo di cause sociali, di cause politiche neanche troppo nascoste, di quanto ci fanno schifo certe situazioni e queste tematiche poi si ritroveranno all’interno dell’album che uscirà successivamente. Onestamente ci stiamo trovando benissimo, ci sentiamo liberi da ogni tipo di vincolo che potessimo avere prima. Abbiamo scelto a livello artistico di autoprodurci tutto l’album: io ho seguito la produzione artistica, Dava, il nostro amico chitarrista, ha seguito tutta la parte di mix e mastering e non abbiamo fatto compromessi, non abbiamo fatto ascoltare a nessuno i provini delle canzoni, le abbiamo fatte come volevamo.
Coraggio ma anche consapevolezza di dove voler mettere il focus, culturale e musicale, non solo musicale.
Sì, devo dire che siamo stati coraggiosi e, detto proprio fuori dai denti, volevamo fare il cazzo che volevamo e lo stiamo facendo, e con grande stupore stiamo vedendo che questa cosa non viene percepita come un aver esagerato o aver fatto qualcosa di assurdo, stiamo avendo dei buoni feedback. Siamo soddisfatti, pur rimanendo orgogliosi di quello che c’è stato prima; senza quello non saremmo qui oggi, sicuramente. Non avremmo maturato questo processo artistico e anche personale, però non ci siamo posti neanche per un secondo la domanda “questa cosa può piacere?” o “questa cosa può arrivare?”. Abbiamo cercato di essere coraggiosi, di assumerci le responsabilità di quello che stiamo facendo, perché comunque la musica è importante per noi, è la vita.
L’assestamento di questa nuova formazione ha aiutato nel percorso?
Sì, ha aiutato sicuramente sia da un punto di vista artistico che anche tecnico; fondamentalmente i Gospel sono sempre stati tre persone: io, Riccardo e Stefano, che già suonavamo insieme prima di formalizzarci come Gospel e siamo sempre stati un po’ il cardine della band. Quando abbiamo registrato il secondo disco, “Belve”, durante il COVID, ognuno di noi personalmente aveva vissuto tanti cambiamenti nella propria vita privata e questo ci ha portato a fare il secondo album in tre, avvalendoci tra l’altro di due batteristi diversi. Quindi artisticamente ci siamo trovati in mezzo a una tromba d’aria: le canzoni stanno in piedi, le registriamo, ma poi quando le suoniamo come facciamo? Le facciamo in acustico, le facciamo con delle sequenze? Piano piano abbiamo coinvolto dei nostri amici che avevano preso parte collateralmente alle registrazioni e alla band stessa negli anni precedenti, e da tre ora siamo in cinque. L’ultimo cambio di formazione è stato quando il nostro batterista si è trasferito a Berlino, allora abbiamo preso Lollo, che ha giusto 13-14 anni meno di noi, ha un gas incredibile ed effettivamente ci ha dato molta più spinta. E quindi dal punto di vista artistico sì, siamo sempre stati abbastanza stoici come attitudine, però i nuovi elementi, quindi Lollo e Dava da tre anni, ci hanno permesso anche di sperimentare molto di più e di rendere i Gospel un pochino più orchestrali rispetto al classico batteria, basso e chitarra.
Da un punto di vista tecnico ci siamo ritrovati io e Dava: noi siamo tecnici del suono, lavoriamo con altre band, con altri musicisti e ci siamo detti: ma perché questo album non lo facciamo solo ed esclusivamente noi? Le capacità tecniche le abbiamo per mettere in pratica tutto quello che abbiamo imparato negli ultimi dieci anni. Il rischio è che fondere una cosa che stai facendo tu, che stai scrivendo tu, con il tuo lato tecnico non sia sempre vincente come soluzione, e talvolta può essere anche controproducente perché perdi lucidità, perdi l’obiettività su quello che stai facendo. Devo dire che fino ad adesso non ci siamo ancora pentiti di questa scelta.
Il rischio è che se uno è tecnicamente esperto voglia banalmente un po’ strafare perché deve dimostrare non solo il suo valore di musicista, ma anche di tecnico.
Sì, infatti nei crediti è una cosa che stiamo lasciando più in fondo possibile perché in realtà non ci interessa neanche che ci venga detto “guarda avete fatto un ottimo lavoro, siete dei bravi tecnici”. Ci siamo avvalsi di altri nostri amici solo per la registrazione, proprio per non dover fare tutto noi, perché a un certo punto perdi anche la testa a dover stare dietro a tutte le cose. Ma siamo talmente disinteressati al feedback tecnico della nostra musica e siamo talmente disinteressati a dimostrare che siamo capaci di fare delle cose — a partire dal presupposto che ci sono sempre tecnici e professionisti nettamente più bravi di noi — che il narcisismo non l’abbiamo neanche preso in considerazione. Era più un: “vabbè facciamocelo da soli, ricorriamo al fai da te, facciamocelo da soli e vediamo come va”.
Non ce ne stiamo pentendo. Ovviamente sai, dopo un po’ che ascolti sempre le stesse canzoni prima ancora che siano uscite, abbiamo quasi la nausea, però allo stesso tempo siamo molto contenti. Insomma, l’unica cosa che ci interessa è che arrivi il messaggio che vogliamo trasmettere, che vorremmo risvegliare un po’ quella natura forte che fa parte di tutti noi, ovvero di alzare un po’ la testa. Se siamo in 100 o anche 200 che si fanno incoraggiare da qualcosa, che sia ogni tipo di arte, ogni tipo di canzone, magari ci facciamo schiacciare di meno, siamo 100 in più. Non è che vogliamo fare la lotta armata o la rivoluzione, questo è chiaro, però è anche una questione di cuore secondo me, cioè di sentirsi un po’ più liberi nel viversi la propria vita.
Se vuoi è una lotta armata perché la musica è un’arma culturale potente. Per fortuna non uccide. Non può cambiare le menti, però può cambiare le prospettive, almeno a chi ha sensibilità.
Sono totalmente d’accordo. Noi crediamo tantissimo in questa cosa, sappiamo di avere un potere nel momento in cui suoniamo le nostre canzoni, anche perché noi viviamo di live, dipendiamo dal live: per noi è la nostra massima espressione. Se abbiamo la fortuna di poterlo fare davanti a delle persone e di coinvolgerle, è come piantare un piccolo seme. Se poi una persona torna a casa, si fa una bella serata e gli è arrivato qualcosa, noi abbiamo già vinto.
È un mio pensiero, ma chi va ad ascoltare la musica dal vivo di un certo tipo, cioè la musica indipendente, la musica senza fuochi d’artificio, è predisposto all’ascolto vero. E se tu sei predisposto all’ascolto sei predisposto anche a mettere in discussione alcune tue certezze, perché ascolti quello che viene da fuori ma poi ascolti anche te stesso, come lo senti dentro quel messaggio. Quindi chi va a un certo tipo di concerto è pronto a farsi sciaguattare dentro, altrimenti vai a vedere Ultimo per farti il selfie e ciao.
Guarda, non apriamo quel capitolo che mi viene male! Semplicemente difendo la mia salute mentale pensando che siano due mondi musicali separati: lo chiamo uno il mondo della musica, uno il mondo dell’intrattenimento, e sono due mondi diversi. Però attenzione, io non ne faccio una questione di genere musicale, perché purtroppo questa merda c’è anche banalmente nel Rock. Non è che sono solo i rapper. È un’altra delle ragioni per cui abbiamo deciso di fare le cose da noi, anche non perfette, piene di sbavature, però secondo me ci sono degli errori belli e degli errori non belli. Abbiamo cercato di evitare quelli non belli e lasciare quelli che sono forse anche un po’ più significativi.
A livello storico della musica questa è una cosa che c’è sempre stata, invece ultimamente anche tanto Rock è troppo perfetto, troppo patinato per i nostri gusti. Se è tutto perfetto, se è tutto triggerato, se è tutto campionato e messo in griglia, ma cioè cosa devo ascoltare? Cosa sto ascoltando? Non è più vero niente. Io perdo ogni certezza e purtroppo questa cosa condiziona tanto il nostro ascolto. E quindi abbiamo detto ok, facciamo l’esatto contrario di quello che una band magari come noi, al terzo disco, indipendente, underground, farebbe: protendere a suoni magari meno perfetti, a sbavature, a cose meno precise, però puntando molto più sull’urgenza di dover comunicare qualcosa sia con le parole che con gli strumenti, senza guardare troppo l’estetica della cosa, cercando di aderire al nostro gusto da una parte perché è molto importante, ma dall’altra non soffermarci troppo sulle questioni tecniche come dicevo prima, ma sul perché qualcosa ti sta comunicando un bel messaggio, un messaggio che magari ti fa traballare il cervello senza badare al resto fondamentalmente. Quindi è anche un po’ come se stessimo cercando di fare un po’ di controcultura del Rock.
Che bella parola “controcultura”! Tra l’altro anche il video di “Dead Kennedys” non è pulito, nitido, è tutto sbavato. Poi è girato single-take, in modo molto spontaneo.
L’abbiamo fatto in due ore e mezza quel video e non avevamo idea di cosa fare, tra l’altro! Effettivamente noi in quel video non facciamo niente, c’è questa figura con il passamontagna rosso che poi sarei io, ma la gente non mi riconosce ed io preferisco che siano tutte le persone che ascoltano: non è un bandito, non è un rapinatore, siamo tutti noi, siamo dei poveri diavoli con le corna spezzate, siamo tutti dei poveri cristi. Quindi volevamo trasmettere l’immediatezza del pezzo, non volevamo minimamente lo script, non volevamo niente che fosse sovraprodotto. Non era principalmente una questione legata all’immediatezza: il video è bello, ci sta, sicuramente è un medium che può far arrivare la canzone a più persone, e allo stesso tempo non ti deve distrarre dalla canzone, non deve farti immaginare altro rispetto a quello che la canzone ti sta trasmettendo.
Tutto questo appunto porta a un nuovo album. Quando sarà pronto? Pensate di farne anche una versione fisica?
L’album in realtà l’abbiamo registrato l’anno scorso e poi ci abbiamo lavorato in fase di mix e master per circa un annetto, sempre appunto io e Dava, e ovviamente ci è voluto del tempo, parecchio tempo. Lavoriamo tutti, quindi siamo usciti abbastanza deprivati di sonno dall’ultimo anno! L’album è quasi pronto, anche perché ogni tanto ci mettiamo in pausa giusto per riprendere lucidità sulle cose, per riposare le orecchie, per capire se siamo arrivati a un buon punto e va bene così oppure se fare ancora qualche piccolo ritocco. Abbiamo inizialmente registrato dodici pezzi, l’album però sarà fatto di dieci canzoni, magari in futuro pubblicheremo anche quelle due, perché in realtà ci piacciono molto, ma abbiamo deciso di tenere il minutaggio un pochino più contenuto perché avevamo paura che diventasse un po’ troppo pesante, e di questo effettivamente ci importa.
E poi un’altra cosa: abbiamo ridotto il minutaggio dell’album perché noi vorremmo stamparlo su vinile, e la questione del minutaggio totale del disco incide sulla qualità. Più musica metti su un vinile e meno è di qualità, e noi ci teniamo a questa cosa. Non abbiamo ancora la sicurezza di riuscire a stamparlo, però ce l’abbiamo lì in tasca e stiamo aspettando il momento giusto. Ci vorrà ancora qualche mese sicuramente. Abbiamo in programma delle altre uscite di singoli in autunno, successivamente poi uscirà l’album, e quindi se veramente riusciremo a stamparlo su un vinile sarà l’anno prossimo.
Articolo di Francesca Cecconi
