Con “Deja Vu Letters” (la nostra recensione), i Romeo hanno confermato di essere una delle realtà più interessanti della nuova scena action rock tricolore: un quartetto che guarda alla tradizione scandinava, all’hard rock americano e a un’etica “da strada” che oggi è sempre più raro trovare. Il loro debutto è un concentrato di energia, melodie affilate e songwriting d’impatto, capace di unire UFO, Thin Lizzy, Cheap Trick, David Bowie e Tom Petty in un mix personale e immediato. Per approfondire la nascita del disco, le influenze che hanno plasmato il sound e la filosofia che guida la band, abbiamo parlato con tre dei quattro membri: Andrea, Rudy e Max. Ne è uscita una chiacchierata sincera, appassionata e ricca di spunti, che racconta non solo l’album, ma anche la visione dei Romeo e i loro piani per portare “Deja Vu Letters” sui palchi italiani ed europei.
Il disco d’esordio si intitola “Deja Vu Letters”. Cosa significa questo titolo e da dove arriva l’ispirazione?
Andrea: Il titolo nasce direttamente dal processo di composizione dell’album. Mentre scrivevamo, ci siamo resi conto di quanto le idee scorressero con facilità: ogni brano sembrava arrivare come un déjà vu, qualcosa di familiare che tornava a galla spontaneamente. “Letters” invece rappresenta il fatto che ogni canzone è un piccolo mondo a sé, quasi un singolo potenziale, qualcosa che può esistere da solo, come fosse racchiuso dentro una lettera. Da qui l’unione dei due concetti: Deja Vu + Letters. Per noi descrive perfettamente l’essenza del disco!
Il vostro sound mescola l’Hard Rock di Thin Lizzy, Cheap Trick e UFO con influenze Tom Petty, The Cars e David Bowie: come avete trovato l’equilibrio tra energia e melodia?
Andrea: Quelli elencati sono coloro che più ci hanno influenzato in termini di scrittura e sound. L’equilibrio è poi venuto per conto suo, senza che dovessimo mai forzare qualcosa. A posteriori però mi è più chiaro quali elementi abbiamo preso dai vari artisti: l’attenzione alla canzone nella sua globalità deriva da Tom Petty, sound e melodie dai Thin Lizzy, l’energia vibrante e quel pizzico di ironia che non guasta mai dai Cheap Trick.
Avete scelto di includere una cover di “I Need To Know” di Tom Petty & The Heartbreakers: cosa rappresenta per voi e come si inserisce nel percorso della band?
Andrea: Fra gli artisti che amiamo maggiormente c’è senza dubbio un posto di riguardo per Tom Petty & The Heartbreakers: i Romeo sono nati ascoltando i loro LP e certi nostri pezzi – mi viene in mente “No More Chances” – lo mostrano in modo chiaro. Tornando ad “I Need To Know”, in realtà la scelta è stata casuale e spontanea: ci siamo trovati a suonarla in studio in presa diretta, senza avere inizialmente la precisa idea di metterla nel disco. Poi la resa ci è piaciuta talmente tanto da volerla includere nella tracklist finale di “Deja Vu Letters”, anche come omaggio a Tom Petty.
Oggi è sempre più raro sentire dischi rock così diretti, senza produzioni moderne e con un’attitudine “da strada”. Pensate che il pubblico rock abbia ancora fame di questo tipo di suono o state andando controcorrente?
Andrea: Credo che le strade siano entrambe corrette e che alla gente possano piacere sia le produzioni “vecchia scuola” che quelle moderne, il punto realmente cruciale sono le canzoni, la qualità del songwriting. Questo è ciò di cui hanno davvero fame le persone, questo è il nodo imprescindibile da cui partire e attorno a cui lavorare e che determina poi la reazione del pubblico!
Rudy: In Italia non ci sono molti gruppi che suonano questo genere, come magari accade oltreoceano, per cui siamo un po’ degli outsider. Inoltre, ci teniamo a stare fuori da quella corsa alla perfezione e al sound ultra processato: non è ciò che ci rappresenta. A noi piace la chitarra leggermente scordata, le urla un po’ sgraziate che rendono il concerto più vivo e organico. Abbiamo tutti quanti bisogno di essere più vicini, umanamente, e credo che la gente cerchi ancora questo quando va a vedere una band suonare dal vivo.
Max, sei chitarrista e cantante dei Romeo, ma sei anche membro attivo dei The Loyal Cheaters. Come gestisci le due band dal punto di vista creativo? Ci sono momenti in cui devi “spegnere” un’identità per accendere l’altra?
Max: Sono due mondi quasi opposti: uno più “classico”, l’altro più “moderno”. Nei The Loyal Cheaters entro nel ruolo del sideman, mentre nei Romeo sono frontman, ma l’approccio non cambia: l’obiettivo è sempre dare il massimo, sia sul palco che nelle canzoni, mantenendo comunque la mia identità. Non devo “spegnere” una band per accendere l’altra: semplicemente mi adatto al mood, alla dinamica e all’energia del progetto in cui sto suonando. In tutte e due le band collaboro con due musicisti dalla creatività straordinaria – curiosamente, entrambi chitarristi e nati quasi lo stesso giorno di febbraio. Con loro condivido la scrittura dei brani e l’intero immaginario artistico del progetto, ed è una sinergia che rende il lavoro davvero naturale.
Quali sono i piani futuri per i Romeo dopo l’uscita del primo album?
Max: Dopo l’uscita del disco, il nostro obiettivo è portarlo live in tutto il Paese e, presto, anche all’estero. Abbiamo già suonato a Milano e Verona, e il 4 e il 20 settembre saremo a Ravenna e Cesenatico. A breve comunicheremo nuove date, tra cui un piccolo tour europeo per presentare album e show dei Romeo oltre confine.
Articolo di Paolo Andrea Pugno
