I losangelini The Sophs hanno debuttato lo scorso 13 marzo con l’album “Goldstar”, pubblicato dalla storica label Rough Trade Records. Il 12 giugno la band ha esordito dal vivo in Italia al Firenze Rocks, dove il vocalist Ethan Ramon, il tastierista Sam Yuh, il chitarrista elettrico Austin Parker Jones, il chitarrista acustico Seth Smades, il batterista Devin Russ e il bassista Cole Bobbitt hanno proposto un’ampia gamma di sonorità raffinate. Si definiscono ancora in evoluzione e non hanno voglia di essere etichettati in un genere predefinito. Li abbiamo intervistati proprio dopo la loro performance.
Molte canzoni di “Goldstar” sembrano dare voce alle parti peggiori di sé stessi. È difficile tracciare un confine tra la confessione personale e la costruzione di un personaggio narrativo?
Credo che la confessione personale e la creazione di un personaggio non siano necessariamente concetti che si escludono a vicenda; possono coesistere. In un certo senso, è quasi più semplice dare sfogo a pensieri intrusivi e confessioni intime quando lo si fa indossando una maschera teatrale. Esibendo una versione enfatizzata e drammatica di sé stessi, il nucleo emotivo espresso rimane autentico, ma l’artista può beneficiare di uno strato protettivo aggiuntivo. Nell’album, entrambi questi aspetti convivono pienamente.
Il disco spazia tra generi molto diversi: dal Pop Punk al Blues, dal Funk all’Emo. Evitare le etichette è stata una scelta consapevole dettata dal vostro processo creativo?
Per “Goldstar” il nostro obiettivo primario era dare priorità al messaggio e alle sensazioni che volevamo trasmettere. Una volta stabilita una narrazione coerente e un punto di vista distinto — sia musicale che testuale — ci siamo sentiti liberi di esplorare qualsiasi soluzione sonora. Questo approccio ci ha permesso di divertirci senza porci limiti, seguendo semplicemente l’ispirazione del momento.
Avete dichiarato di amare “rubare” idee musicali per trasformarle in qualcosa di nuovo. Quali artisti o album hanno influenzato maggiormente la scrittura di “Goldstar”?
Ognuno di noi ha influenze diverse, ma durante la scrittura sono stato influenzato molto da album come “Real Gone” di Tom Waits e “Bottom of the Sea” di Billy Childish. Abbiamo ascoltato molto anche i Bright Eyes, Bob Dylan e i Neutral Milk Hotel. Un’influenza significativa è stata “Human Nature” di Michael Jackson, che abbiamo ascoltato ripetutamente. Curiosamente, anche le versioni di “Glee” di “Human Nature” e “Smooth Criminal” hanno influenzato il nostro approccio, specialmente per quanto riguarda l’uso degli archi negli arrangiamenti.
Il titolo dell’album, “Goldstar”, fa riferimento al bisogno di approvazione. Pensi che nell’era dei social media la ricerca di validazione sia diventata una forma di dipendenza collettiva, quasi come una droga?
Assolutamente sì. Oggi è molto facile diventare dipendenti dalla validazione perché i social media sono progettati specificamente per creare questo meccanismo. Questi strumenti ci mostrano costantemente persone che sembrano avere più successo di noi, alimentando un senso di desiderio insaziabile che cresce dentro di noi fino a diventare distruttivo.
In “Goldstar” vi chiedete se una persona possa essere considerata davvero “buona” quando compie azioni positive solo per ottenere l’approvazione altrui. Siete riusciti a trovare una risposta durante la stesura dell’album?
Credo che uno dei pregi dell’album sia proprio la sua mancanza di catarsi o di una risposta definitiva. Il disco si conclude con “I’m Your Fiend”, il nostro brano più breve e superficiale, che rappresenta il narratore ormai “risucchiato” dal sistema mediatico. Lungo tutto il percorso di “Goldstar” vengono posti molti interrogativi che restano irrisolti, proprio perché il narratore è una figura imperfetta e smarrita. Questa chiusura brusca è intenzionale: volevo mostrare che non c’è una soluzione facile, anche se esiste una forma di liberazione nel riconoscere che la catarsi stessa non esiste. È questa la conclusione a cui sono giunto come autore.
Come è cambiato il tuo rapporto con l’opera dopo aver completato il lavoro in studio?
Il processo è diventato molto più concreto quando abbiamo iniziato a occuparci della promozione e dell’universo visivo dell’album. In questa fase il contributo del nostro direttore creativo, Eric Daniel, è stato insostituibile. Dover gestire gli aspetti economici, i video, lo staff e l’organizzazione dei tour ha fatto sì che si creasse un intero mondo attorno al disco. Questo mi ha spinto a guardare l’album con occhio più critico, portandomi paradossalmente ad apprezzarlo ancora di più.
Foto di Francesca Cecconi
Trascrizione del file audio fatta con AI
