Siamo con Jungle Julia, al secolo GIulia Covitto, negli uffici della Island, a parlare dell’uscita del progetto “Vespro”, composto da due brani: “Carne” e “Demonio” usciti il 5 dicembre, e devo dire che ho un po’ di paura. Sì, perché questa donna, a parte avere una ragguardevole statura che, mi dirà poi, le ha portato soddisfazioni nello sport della pallavolo, nei suoi ultimi video mostra un’attitudine molto aggressiva che preoccupa me, buon padre di famiglia, tipo, oddio, questa ragazza passa dal limonare col diavolo a bruciare un tipo che non le ha fatto niente se non avvicinarsi a lei in un bar! Avrete capito che Jungle Julia, se non bastasse il nome ispirato a un personaggio tarantinesco della “double feature” Grindhouse, è una artista rock a pieno titolo, orgogliosa di esserlo, e curiosa di capire cosa vorrà dire esserlo nel 2026. Cresciuta nell’ambiente bucolico della laguna di Orbetello in una comunità del Cammino Neocatecumenale, argomento che non toccheremo in questa conversazione, inizia qui il suo percorso discografico. Messa da parte la mia paura, parliamo della musica.
Questi due brani sono l’inizio di un polittico che se non capisco male andrà avanti con altre quattro uscite… e iniziando col vespro (che nella liturgia cattolica non è la prima preghiera della giornata), dopo ci aspettiamo la compieta o la lode (le preghiere che seguono)?
Se non muoio oggi, sì, andrà avanti. È un racconto che parte dalla sera, quindi c’è il vespro, e poi ci sarà il momento della lode, ci sarà il momento… della compieta no, non è una delle preghiere principali. Vespro, lode, ora nona, ecco. Così nella mia testa.
Questi brani è come se fossero nati tre volte: una volta nella tua cameretta, poi con Daniele Fiaschi tuo mentore, e poi in studio con la band. In queste fasi che cosa hai imparato, che cosa è stato aggiunto? Hai dovuto difendere i brani o invece hai accolto con piacere il contributo?
Sì, hai capito bene. Di base sono una persona che si tiene sempre una mano davanti e una dietro nella vita, quindi è un po’ complicato dire no. Però ero molto felice di affidarli ad altre persone. Il processo è stato cameretta, a sedere io contro me stessa, tiriamo fuori un po’ quello che c’è da dire.Poi da lì sono arrivati Daniele e Matteo (Cantagalli), con cui lavoro da tanti anni, e abbiamo iniziato un po’ a smembrarli, a capire cosa c’era da aggiungere e cosa c’era da togliere. Io sono una persona molto verbosa, quindi c’erano i brani che duravano sei minuti, a volte mi dicono ragà, OK, tutto bene, ma come possiamo dirlo questo concetto in maniera più spicciola? Più che “spicciola” in realtà è… come possiamo riassumerla. E da lì sono nati i primi arrangiamenti, quindi è stato complicato perché mi ricordo che su alcuni brani se anche solo mi toccavano un SI bemolle io facevo no, per me questo ci deve stare.
Invece piano piano mi sono fidata, ecco. Quindi un secondo passaggio è stato tramite loro, poi i brani sono rimasti fermi stanziati per un po’ di mesi, in realtà forse un anno, e poi hanno avuto una terza vita ancora tramite Tommy (Tommaso Colliva, NdR), lo studio di registrazione e altre persone. Effettivamente è stata dura perché non conoscevo Tommy, o meglio, l’avevo conosciuto due anni prima al Reset Festival e ero rimasta colpita perché mi disegnava questi fumetti di fronte mentre mi chiedeva quali sono i dieci artisti che tu ami e non riuscivo, avevo solo cinque minuti, non riuscivo a tirare fuori questi nomi, lui intanto disegnava benissimo, ero rimasta colpita, ho detto sicuramente farà della bella musica. Insomma mi sono dovuta fidare anche di lui, ma ha fatto un ottimo lavoro e anche lì con il concetto del “less Is more” ha tirato fuori delle buone cose dalle canzoni.
E li riconosci comunque, i tuoi pezzi?
Sì, li riconosco, cioè ascoltando le versioni chitarra e voce, le versioni con Danny e Matte e poi le produzioni, dico OK, secondo me la natura del brano è mantenuta e questa cosa non era sicura.
Quella è la cosa più bella perché quando c’è di mezzo la discografia tante volte quello è un problema.
C’è anche il discorso che le idee in realtà cambiano giorno per giorno, quindi la mia idea di questo album tre anni fa non è la stessa di oggi. È un piccolo percorso.
Come è entrato l’apprendimento musicale nella tua vita, prima il canto o prima lo strumento, e quali sono state le più grandi influenze?
In realtà parto dalla scrittura, sono una persona che parte tanto dal testo. Prima è nata la passione per la scrittura e poi quella per la musica, perché dopo che scrivevo pagine e pagine e pagine di diario… ero in fissa con i diari. A casa a poca musica, zero dischi, giusto qualche canto popolare, mia nonna che mi cantava “scende la luna dal monte”, però frequentavo questa comunità in cui suonavo la chitarra classica e cantavo le canzoni della chiesa, quindi questo è stato il percorso. 50 tonalità differenti, mamma mia, anche se sempre tutte in prima posizione, però belle robe. Poi le canzoni neocatecumenali suonano sempre un po’ arabeggianti, perché comunque il Cammino nasce in Spagna, e c’ha queste melodie molto particolari.Ho fatto due anni di chitarra quando avevo 13-14 anni, ma poi mi sono data molto più allo sport, e ho ricominciato a suonare la chitarra quando sono andata a Roma, durante l’Officina Pasolini, ho studiato lì, e ho fatto, ora ormai saranno quattro anni, con Daniele, che poi è diventato quello con cui ho fatto i brani, e il canto in realtà l’ho iniziato a studiare non da troppo, sarà quattro anni.
Quindi quando scrivi cominci con la musica, cominci con il testo o non c’è una regola?
Di base con il testo, però non c’è una regola, ogni tanto c’è un riff che ti piace e ci metti sopra qualche cosa, oppure è solo una parola che ti piace e da lì ci sviluppi un concetto, dipende, però le prime canzoni sicuramente dal testo ecco.
Lasciamo perdere X Factor, il folklore dell’esclusione, a meno che tu non ne voglia parlare, ma a posteriori diciamo che è stato un po’ un trailer per la tua attitudine “badass”, fino a cantare “Rid of Me” di PJ Harvey in faccia a chi ti ha escluso; hai tenuto un comportamento coerente a te stessa e a quello che presenti oggi. Chi è il tuo ascoltatore o la tua ascoltatrice ideale?
Allora, sicuramente la scena rock degli anni 90. Cioè io sono in fissa, ero in fissa anche con la scena italiana, Afterhours, Bluvertigo… e quindi di conseguenza mi viene da dire che attraverso questo tipo di pubblico ho una strada un po’ più preferenziale. Però effettivamente siamo nel 2025, quindi anche io devo scoprire se queste cose possono piacere anche alla ragazzina di 15 anni o no.
Scrivendo per Rock Nation, ho la domanda sul Rock. È sterile parlare di generi, ma se devi scegliere fra una delle etichette che hai, quella c’è?
Io mi sento Rock, ma proprio nell’attitudine alla vita, Rock, fine. Non so proprio come altro descrivermi. Per i due brani, uno decisamente più rock dell’altro, c’è stato anche un po’ questo ragionamento, è una roba comunque a livello sonoro passata, datata, come la rendiamo nel 2025 per non suonare anni Novanta? Quindi sì, c’è stata questa domanda e abbiamo provato a risponderci.
Secondo me l’esperimento è riuscito; c’è quel sound, forse sarà perché lo so, che c’è dietro lo stesso Tommaso Colliva, ma sento l’eco di quell’esperimento riuscito con i Calibro 35 di avere un suono vintage che diventa però attuale. Ora domanda da interrogazione scolastica: la laguna di Orbetello e il Delta del Mississippi. Similitudini e differenze. A parte gli scherzi, c’è una vibe che ti porta al Blues o è solo un caso e potevi essere nata a Gallarate?
Certo, è dato dal territorio! Orbetello è palude, palude piena. Mi sento un po’ paludosa, sì. Purtroppo penso che la palude ti condizioni. Orbetello comunque è stata bonificata non troppi anni fa. La vedi proprio questa sensazione di stagnante, non so come dirlo. La laguna è chiusa, è semplicemente un lago di acqua salata, mi viene da dire.
Quindi forse l’urlo di libertà viene anche da lì, no?
Mamma mia, abita in un paesino di 4.000 abitanti, poi vediamo se non hai voglia di urlare.Di cui la metà sono le famiglie comunque. Appena ho compiuto 18 anni, macchina, vai, Roma. E l’ho odiata. Vattene da una casa dove vivi con otto persone (Giulia è la terza di sei figli) e ritrovati da sola, e a mia prima convivenza è stata con una donna polacca di 56 anni che non voleva assolutamente accendere i riscaldamenti. Né le luci. Io vivevo con una cazzo di stufetta nella camera, è stato impressionante. È stata una roba assurda.È stata una delle esperienze più allucinanti nel frattempo perché io in realtà sono laureata in scienze motorie. Giocavo a pallavolo. Era brava, era brava. Insomma, è stata una brutta esperienza.Roma non ti accoglie inizialmente, poi se ti fai abbastanza rocker, corri, inizi a girarla. Ora la amo. Per me è il parco giochi a cielo aperto.
Ultima domanda: la tua chitarra… è una Hagstrom vero? Tu dove l’hai conosciuta?
È del ‘67, sì. Allora, a caso, ho aperto “Mercatino dell’usato” su Facebook, ok? E boh, l’ho vista.Io stavo cercando in realtà una Gibson 335, ma vabbè, tutti con ‘sta Gibson 335. Costava un fottio di soldi. Stavo lì che andavo a fare le ore di babysitteraggio per comprarmi una chitarra.È spuntata lei. Mando a caso lo screen del telefono a Daniele. Gli dico, Dani, ma conosci la Hagstrom? E mi dice ne ho comprata oggi una. Te lo giuro. Mi manda la foto della sua Hagstrom, che in realtà era del ‘68. Se non sbaglio gli anni, insomma.Gli dico, non ci credo. Vado a vederla con il mio chitarrista, andiamo ai Colli Romani.C’era sto tipo che ha proprio la chitarra certificata svedese. E niente, pattuiamo il prezzo, la provo ed era perfetta.Perché ha questo manico così, finissimo. Io comunque non ho le mani molto grandi, quindi è perfetta. E poi ha un suono pazzesco, ha questi tre pickup che spaccano. Cioè sono proprio bellissimi. E quindi l’ho presa. È diventata proprio la mia chitarra, mi piace suonare solo quella.
Ne ho altre anche ora, una Cole Clark, ma sono abituata a quella al momento. E il suono dell’album l’ho fatto con quella. È la chitarra di Elvis Presley, proprio di quell’anno. Non ce ne sono in vendita altre, quindi sono proprio gasata. Non mi ricordo il video nel quale Elvis ha proprio quella chitarra sempre in braccio…
Ce l’ha nello special del ‘68, quando è ritornato dopo aver girato film per una decina d’anni, quando si è reso conto che doveva tornare a fare i live, si è fatto vestire di pelle e è uscito sul palco con quella chitarra. Diciamo che quello sarà un totem, un’arma che ti porti dietro per quello che succederà in futuro…
Del futuro nessuno è certo ma Marco Sorrentino, veterano dell’industria musicale e manager di Jungle Julia ma anche di Lorenzo Jovanotti, per dire, che è presente e non ama definirsi manager, non vuole essere citato, ma io lo cito lo stesso perché non capita ogni giorno di avere un contributo di pari esperienza, sottolinea la singolarità di questa artista anche nel processo di scrittura ed è soddisfatto e orgoglioso del fatto che la casa discografica ha investito su di lei senza snaturare le sue scelte e non semplicemente scegliendo di distribuire o licenziare un prodotto musicale ma coprendo tutti i costi di registrazione, produzione e promozione contribuendo così al lavoro di una figura come Giulia che tiene alta la bandiera della musica scritta, suonata e vissuta con stile Rock, in un mondo che sta diventando sempre più digitale ed elettronico.
Articolo di Nicola Rovetta
