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Khamilla intervista

Una delle giovani voci più promettenti della scena musicale italiana

È innamorata degli anni Settanta, esorcizza l’ansia ballando sui ritmi sbarazzini dello swing, canta serenate al telefono a perfetti sconosciuti ed è una delle giovani voci più promettenti della scena musicale italiana: lei è Khamilla, artista piemontese che sta facendo parlare di sé grazie alla sua personalissima miscela di cantautorato e Black Music, da lei stessa definita Indie Soul.

Khamilla, parlaci un po’ di te e del tuo percorso artistico.
Sono Camilla Tetti, ho quasi 24 anni e vengo da Torino. Il progetto Khamilla nasce ai tempi del liceo, quando ho scritto le prime canzoni, dopodiché ho avuto un momento di pausa che mi è servito per capire veramente dove volessi andare e a definire la struttura principale del progetto. A livello estetico prendo molta ispirazione dagli anni Settanta, è un periodo che amo sia per lo stile ma soprattutto per la musica: le mie influenze, sia per gli arrangiamenti che per i testi, arrivano dal cantautorato italiano e dalla black music di quel periodo, mi piace molto Bill Withers, però sono anche una fan di musicisti legati a un’epoca ancora più lontana nel tempo, come Ella Fitzgerald e Billie Holiday. Nasco come pianista, ho iniziato infatti a studiare pianoforte classico alle scuole medie, ma mi sono resa conto in poco tempo che Mozart o Bach, pur piacendomi tantissimo, non mi rappresentavano al 100%, quindi il pianoforte è diventato più che altro lo strumento con cui mi accompagno e con cui ho iniziato a scrivere i miei brani.

Tu fai parte di un’ondata di giovani artisti italiani che sta facendo riscoprire al pubblico il Soul, il Rhythm and Blues, il Jazz: cosa sta cambiando nel panorama discografico italiano secondo te? Come credi stia cambiando il pubblico? E tu, come vivi questo momento di transizione musicale?
Lo vivo benissimo! Se il genere che cerchiamo di fare noi giovani cantautori inizia a essere apprezzato significa che stiamo andando nella direzione giusta. Non credo di avere le competenze per parlare di massimi sistemi, di sociologia o globalizzazione, ma posso dirti che secondo me ciò che sta succedendo deriva dal fatto che finalmente guardiamo con più attenzione alla musica che arriva dall’estero, mentre fino a poco tempo fa come musicisti eravamo rimasti indietro per quanto riguarda la sperimentazione: per esempio, in Germania o nel Nord Europa va di moda da anni l’Electro Swing, che in Italia solo Simona Molinari, con “La felicità”, aveva tentato di portare a Sanremo. È un genere che qui da noi non ha finora mai spopolato, quindi questa riscoperta è sicuramente positiva. Aggiungo che l’italiano, proprio come fonetica intendo, è una lingua insidiosa quando si vogliono affrontare determinati stili, ma è anche in questo che risiede la sua sfida e secondo me ci sono tantissimi cantautori che la stanno affrontando e anche molto bene, quindi viva le nuove influenze!

Parlando di Electro Swing: è di recente uscito un remix del tuo brano “Cara ansia” a cura della producer di Città del Capo Betty Booom: come si è sviluppata questa collaborazione?
Allora, ti parlo prima della versione originale di “Cara ansia”: questo brano era già di per sé un esperimento, in quanto si discosta dallo stile un po’ più blues dei precedenti, per esempio “Barbera”; quindi, di comune accordo con i miei produttori Marco Vipiana e Francesco Priolo, abbiamo deciso di fare uscire questo pezzo così diverso dal resto del mio repertorio, un po’ più movimentato della media direi, e poco dopo ci ha contattati l’etichetta tedesca Electro Swing Thing, che ha collaborato tra gli altri con artisti come Parov Stelar e che si occupa proprio di prendere brani con questo stile e farne dei remix. Insomma, ovviamente dal mio punto di vista ero ben contenta di accettare questa loro proposta, uscire poi fuori dai confini nazionali è sempre un’opportunità da cogliere!

Betty Booom e io non abbiamo mai avuto direttamente a che fare a livello personale perché ha semplicemente prodotto questa rielaborazione del mio pezzo: è stato molto divertente, perché comunque non credo che abbia capito al 100% il significato delle parole del testo, con il risultato che alcuni punti in cui parte il drop risultano totalmente inaspettati! Per concludere, devo dire di essere rimasta molto soddisfatta e contenta del prodotto finito.

Sempre a proposito di “Cara ansia”, dietro a un ritmo allegro si cela un testo che in realtà parla dell’inseguimento costante del proprio benessere psicologico: quanto credi sia importante per gli artisti di oggi affrontare temi legati alla salute mentale?
È molto importante, anche se, essendo io una cantautrice emergente, il mio potere di arrivare a un vasto pubblico è attualmente relativo, ma questo è un aspetto su cui si lavora con pazienza! Ovvio è che i messaggi che scriviamo nelle canzoni sono destinati, almeno idealmente, ad arrivare a più persone possibili, e il voler parlare di un problema serio come quello dell’ansia – che nella mia vita ha pesato molto – accompagnandolo però a delle sonorità “allegre”, vuole comunicare il messaggio che anche i problemi più grandi nella vita possono essere in qualche modo esorcizzati, magari ballandoci sopra! Beh, forse non sempre funziona, ma spesso sì.

Produrre “Cara ansia” e portarla in giro nei concerti mi ha fatto anche ricevere dei riscontri da parte di altre persone che soffrono di questo disturbo, facendomi capire quanti condividano in realtà il mio stato d’animo, quindi non posso che risponderti sì, parlare di questi argomenti è utile e catartico sia per l’artista che per il pubblico, anche se all’inizio mi dicevo Vabbè dai, forse è un po’ esagerato scrivere un intero brano sul tema dell’ansia! Però, e questo vale in particolar modo per gli artisti emergenti, l’ansia e la paura di non farcela sono il pane quotidiano, io a colazione mangio sempre ansia e biscotti, è inevitabile affrontare questo discorso.

Quindi mi stai dicendo che è uno scambio, ricevere un feedback dal pubblico aiuta te a comprendere e gestire meglio determinate sensazioni negative, giusto?
Certamente, è ovvio che le canzoni che scrivo, come fanno tantissimi artisti, servono principalmente a esorcizzare dei sentimenti che provo; quando questi sentimenti colpiscono anche le persone che ci stanno di fronte vuol dire che il messaggio funziona, credo che alla fine la musica sia solo un altro modo per comunicare e farsi comprendere, cosa fondamentale secondo me.

Ho visto che sei tra gli ospiti dell’evento “All You Need is Love”, dedicato alla memoria di John Lennon a Torino il 9 ottobre, il cui ricavato sarà devoluto per aiutare il popolo palestinese: quanto pensi sia importante che gli artisti facciano sentire la loro voce per difendere le cause più giuste? Può influenzare in qualche modo le cose secondo te?
Allora, io penso che, non tanto come cantautrice, ma ancora di più come essere umano, sia doveroso parlare di certi temi, nonostante ci siano alcuni miei colleghi che non condividono l’idea di affrontare determinate tematiche attraverso il proprio progetto musicale. Sono convinta che comunque il fatto di essere Khamilla che va sui palchi, Khamilla che scrive brani, Khamilla che fa musica, siano cose che ho la possibilità di fare perché sono nata dalla parte fortunata del mondo, quindi sento il bisogno di rendere chi mi segue partecipe dei miei pensieri rispetto a ciò che sta succedendo, aiutando per quel che posso. Confesso che a volte mi sento quasi ipocrita a condividere sui miei canali tutte le cose belle che mi succedono grazie a questo progetto, senza avere la possibilità di fare qualcosa di concreto per le situazioni terribili che conosciamo tutti, credo sia davvero un dovere fare del nostro meglio in merito, per quanto nel nostro piccolo. Non capisco chi riesce a far finta di nulla.

Sicuramente non può fermare le guerre, ma anche solo il gesto piccolissimo di condividere la storia su Instagram con un messaggio di pace può essere a suo modo importante, perché dall’altra parte dello schermo ci potrebbe essere qualcuno che penserà se lo fa Khamilla posso farlo anche io. Insomma, lo spirito dovrebbe essere un po’ quello di costruire una catena e di far sentire in questo modo la propria voce, almeno io lo faccio con questo intento.

Torniamo alla musica: ci descriveresti il tuo processo compositivo?
Certamente! Ho l’abitudine di prendere quotidianamente appunti riguardo varie immagini, vari pensieri che posso avere durante la giornata, che aspettano pazienti su carta o nella memoria del telefono finché non succede un qualche evento scatenante per cui sento il bisogno di scrivere una canzone.  Devo dire poi che ciò che viene dopo dipende dai brani: alcuni sono facili da mettere insieme, altri un po’ più ostici invece possono avere bisogno anche di venti, trenta, quaranta revisioni! Per alcuni tutto parte da un giro di accordi al piano sul quale poi scrivo il testo, lo porto ai produttori e si butta giù l’arrangiamento, oppure altre volte può succedere che il primo passo sia un’idea di Marco e Francesco, che oltre a stare in sala di regia sono rispettivamente un batterista e un chitarrista bravissimi, quindi alcuni pezzi nascono direttamente in studio, con loro due che mi propongono un arrangiamento, su cui si scrive in seguito il testo, cosa più difficile questa perché bisogna riuscire in qualche modo a incastrarlo ritmicamente sulla melodia già pronta! Questi comunque sono i metodi di composizione principali e più proficui per ciò che mi riguarda.

Tu fai parte del progetto “Canzoni al telefono”: di cosa si tratta?
“Canzoni al telefono” è un progetto veramente bello che ho sposato nel settembre 2024, sviluppato a partire da un’idea di Didie Caria. Funziona così: vai sul sito, scegli un cantante, scegli la canzone da far cantare per telefono alla voce che hai scelto e la regali a chi vuoi tu. Quindi a noi artisti arriva il nome e il numero di telefono della persona che vuole dedicare la canzone, il numero di chi la riceverà, la canzone scelta e infine una dedica scritta da leggere.

È una cosa bellissima, secondo me, super innovativa, per quanto semplice fa esattamente quello che deve fare, cioè emozionare. E si emoziona non solo la persona che riceve la dedica, ma anche chi la canta: posso assicurare che mi sono state assegnate delle dediche bellissime per cui sono scoppiata a piangere mentre cantavo, con uno sconosciuto dall’altro capo della cornetta! Sono situazioni che all’inizio mi mettevano in imbarazzo, immagina di chiamare uno sconosciuto e iniziare a cantare: fa più paura paradossalmente di salire su un palco davanti a mille persone. Però è davvero bello, a me piace tantissimo far parte di questo progetto.

Poi ci sono anche situazioni imbarazzanti, come le dediche da parte degli ex: è capitato più volte che a fine canzone venisse fuori che chi aveva fatto la dedica fosse dalla parte del torto, quindi io mi ritrovavo a scusarmi mortificata mentre l’altra persona mi rassicurava, Non è colpa tua, anzi hai una bella voce, complimenti!  Però, tolti casi come questi è qualcosa di bello, bellissimo. Poi è un progetto in crescita: all’inizio erano 60 artisti sulla piattaforma, ora dovremmo essere circa 500!

Siamo in un periodo storico per cui forse l’album strutturato, inteso come opera unitaria che segue un percorso e non come una raccolta di singoli, non è più il formato privilegiato per le uscite musicali, complici i vari player. Tu hai prodotto dal 2020 diversi singoli ma non ancora un album: è nei tuoi progetti?
È una cosa su cui stiamo lavorando, stiamo scrivendo nuovi brani e a me piacerebbe tanto uscire con un ep nel 2026: non so ancora se sarà un insieme di singoli o se sarà un qualcosa di più, ma di sicuro mi piacerebbe che i pezzi presenti fossero legati da un fil rouge che sia evidente a chi ascolta. Diciamo quindi che mi collocherei a metà tra chi pubblica un EP per mettere insieme gli ultimi brani usciti e chi invece lo fa perché ha un’idea di fondo in base alla quale scrive il lavoro. Sono un’artista emergente in fondo, quindi ho la fortuna di essere ancora nella bellissima fase per cui il mio progetto è sì definito, ma non così tanto da essere già incasellato in schemi rigidi, quindi posso ancora essere libera di sperimentare e provare cose nuove. Non vorrei subito costringermi a un’idea ben precisa che potrebbe bloccarmi a livello di scrittura, anche perché i blocchi dello scrittore sono qualcosa che mi fa molta paura e quindi cerco di evitarli come la peste!

Articolo di Alberto Pani

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