Cosa succede quando la precisione quasi scientifica del Progressive si fonde con la ruvida aggressività dello Stoner Rock? Ce lo spiegano Le Pietre dei Giganti in questa intervista, tra ritmi africani, civiltà aliene e didattica musicale, freschi di pubblicazione del nuovo album “Pastorale” (la nostra recensione)
Ho letto che all’interno della band avete una formazione scientifica, se non sbaglio. Chi è lo scienziato del gruppo?
Francesco Utel: In realtà siamo in due su quattro ad avere quel tipo di percorso. Io ho fatto fisica fino al dottorato e Lorenzo ha un dottorato in chimica. Niccolò invece è architetto, ha fatto studi di ingegneria e tuttora lavora in uno studio di acustica, quindi direi che anche il suo approccio è decisamente scientifico.
Francesco Nucci: E poi ci sono io, che appartengo a tutto un altro mondo: sono un insegnante di scuola primaria! (ride)
Capisco! Vi faccio questa domanda perché in “Pastorale” ci sono brani come “Dentro l’atomo… ” o “…Fuori dalla stella” che rispecchiano chiaramente questa passione per l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. A livello di scrittura, come riuscite a incorporare temi così complessi in modo tanto efficace all’interno dei brani? E mi riferisco sia ai testi sia alla parte musicale, che comunica benissimo quelle stesse suggestioni.
Francesco Utel: Per questo disco l’obiettivo primario era dire qualcosa di vero, essere cristallini. Volevamo mettere a nudo quello che siamo, e inevitabilmente ciò che studi e che fai ogni giorno diventa la legge con cui interpreti il mondo circostante. È venuto naturale chiederci, qual è il nostro modo di percepire la realtà? Perché non dovremmo metterlo nei testi? Per quanto riguarda il lato musicale, mi fa piacere che tu lo trovi efficace. A differenza del solito, dove spesso si lavora prima sulla struttura musicale e poi si aggiunge il testo, in alcuni dei brani più “scientifici” di questo album la musica e le parole sono nate insieme. L’idea non era semplicemente creare un arrangiamento efficace, ma un’atmosfera che facesse da tappeto sonoro alle immagini evocate dalle liriche.
Mi ha affascinato molto l’idea dietro a “Santo Fulmine”: questa corsa su un pianeta alieno in onore di una divinità locale. È un concetto fantascientifico che però richiama anche la storia antica, come le gare dei carri nel Circo Massimo dedicate alla divinità solare. In più, questo legame con la fantascienza evoca molto il Prog Rock della prima ora, penso ad esempio ai Rush di “2112”. Da dove è nata questa idea?
Francesco Utel: Nel caso di “Santo Fulmine” la genesi è stata molto più elementare. Quando ci siamo conosciuti, Lorenzo mi ha fatto una compilation per approfondire i Motorpsycho, di cui è un grande cultore. Tra i brani c’era “Vortex Surfer”, un pezzo che è rimasto sempre attaccato al nostro progetto, considera che aveva già ispirato le sonorità del singolo “Greta” nel primo disco. Questa volta, però, è stato una specie di scintilla narrativa. Non avevo idea di cosa dicesse il testo originale, ma partendo dal titolo ho iniziato a immaginare una storia. Avevamo questo brano strumentale pronto da un po’ e ho pensato di tentare la strada della narrazione per immagini. Il background di tutti noi è fortemente legato alla letteratura fantasy e fantascientifica: personalmente sono cresciuto a pane e Tolkien, sono appassionato di Asimov e di tutto il cyberpunk, da William Gibson fino ai racconti di Bruce Sterling. In più ho un passato da videogiocatore legato soprattutto agli RPG giapponesi, che hanno forti componenti narrative, elementi fantastici e simbolismi esoterici. Sono cose che ti rimangono dentro e riemergono quando componi. Magari una persona con altri gusti letterari, ascoltando “Vortex Surfer”, avrebbe pensato a un trip psichedelico. A me ha fatto pensare a una civiltà aliena.
Questa domanda è più orientata alla sezione ritmica. Nell’album ci sono groove e tessiture ritmiche davvero particolari. Penso alla strofa di “Sulla Sequoia”, che ha un incedere di percussioni quasi rituale. Come avete lavorato a questo aspetto?
Francesco Nucci: L’idea nasce direttamente dal percorso iniziato con il disco precedente, “Vecchi Culti”, dove la commistione tra percussioni e ritmica rock era già un elemento caratteristico del nostro modo di comporre. Questa volta volevamo spostare la ricerca verso ritmi caraibici, cubani e africani: elementi apparentemente lontani dal Rock, ma che in realtà hanno influenzato molto il Progressive. L’esperimento è stato prendere quelle porzioni ritmiche, rallentarle e incastrarci sopra i chitarroni stoner. Alcune cose nascono da campionamenti e loop che usiamo come ispirazione per costruire il pezzo; altre volte, come in “Santo Fulmine”, le percussioni vengono aggiunte alla fine per dare colore.
Lorenzo Marsili: Per darti un’idea, il titolo di lavorazione della demo di “Santo Fulmine” era “Mozambique”, che è proprio il nome di un ritmo tradizionale africano. Il pezzo è stato costruito su quella cellula ritmica e poi ci abbiamo messo sopra le chitarre. Per “Sulla Sequoia” il concetto è simile: io per entrare in modo corretto devo contare mentalmente un tempo differente rispetto alla chitarra. Si tratta di una vera e propria poliritmia, e a questo proposito ti confesso che molti pezzi sono stati difficilissimi da imparare a cantare, non tanto per l’intonazione, quanto per la divisione metrica. Spesso la voce è utilizzata come un vero e proprio elemento ritmico all’interno della composizione.
Approccio davvero interessante! Rimanendo sulle chitarre, trovo che abbiano un suono spettacolare: grosso, moderno, ma non ultra-compresso in stile metal. Sembra il suono di un amplificatore valvolare tirato per il collo, vecchio stile. Come avete costruito questo timbro?
Lorenzo Marsili: Rispetto ai dischi precedenti, una grande differenza è che questa volta gli amplificatori che senti sono esattamente i nostri. Loro tre erano in sala a registrare in presa diretta, mentre io ero in cabina di regia, solo successivamente ho inciso le mie parti. Quando suoniamo dal vivo usiamo la stessa identica strumentazione, quindi il suono è quello. Il nostro fonico, Leonardo (Magnolfi, ndr), è stato bravissimo: non ha fatto miracoli strani o usato microfoni da tremila euro, si è semplicemente messo lì, ha curato la microfonazione come piaceva a lui e ha catturato la pura realtà di quegli amplificatori.
Francesco Utel: Ha rispettato la nostra identità sonora. Con Lorenzo abbiamo parlato spesso del fatto che oggi nel Rock si usa troppo gain (la quantità di saturazione del suono, ndr). Se fai Metal estremo è un altro discorso, hai bisogno di un attacco bello teso per fare questi passaggi velocissimi; nel nostro genere, invece, preferiamo tenere il guadagno più basso e spingere molto sulle frequenze medie – che di solito nel Metal vengono tagliate – per bucare il mix attraverso le frequenze. Per quanto mi riguarda, i Queens of the Stone Age sono stati i maestri assoluti in questo approccio. Non usiamo testate high-gain, lavoriamo molto con i pedali. Poi, ovvio, quando serve il fuzz usiamo il fuzz, ma l’ossatura del suono è questa.
Lorenzo Marsili: Però c’è un’eccezione che riguarda il mio amplificatore nelle poche parti in cui compare in primo piano: il mio distorto è proprio il gain della mia testata Orange tirato al massimo. Non tengo il volume altissimo, ma saturo completamente le valvole. Ho trovato quell’amplificatore usato a 400 euro anni fa e da allora il mio suono è quello.
Francesco Nucci: Vorrei aggiungere una cosa sulla batteria. È stato fatto un lavoro bellissimo in studio insieme a Leonardo. Cercavamo un suono che stesse a metà strada: doveva “pestare” senza essere troppo Metal, mantenendo però il calore adatto ai ritmi latini e tribali di cui parlavamo prima. Abbiamo usato una Ludwig degli anni Sessanta. Leonardo ha trovato un’accordatura pazzesca per la cassa e il timpano, esaltando delle armoniche bellissime. Ha davvero trovato il bilanciamento perfetto.
Lorenzo Marsili: E la cosa divertente è che quella batteria vintage ce l’ha prestata un batterista che ha suonato per un anno nei Baustelle! Nessuno si sarebbe mai aspettato un’influenza del genere nel nostro contesto! (ride)
Niccolò Pizzamano: Un altro fattore fondamentale per il calore del suono è stato il metodo di registrazione. Questa volta in studio, come diceva prima Lorenzo, abbiamo registrato le parti di basso, batteria e chitarra ritmica tutti insieme nella stessa stanza. Questo ha dato un piglio completamente diverso non solo al suono, ma proprio all’atmosfera. C’era un bellissimo feeling, che ha giovato all’economia generale del disco dando un’impronta quasi live.
Mi avete praticamente anticipato la domanda. Visto il grande lavoro sui suoni in studio, mi chiedevo proprio come faceste a riportare l’arrangiamento dal vivo. Ma mi sembra di capire che la matrice sia già fortemente live.
Lorenzo Marsili: Sì, esatto. Il vantaggio di registrare in tre insieme è che quando poi devi salire sul palco non ti trovi nella situazione di dire: Ok, questa cosa in concerto non riusciremo mai a farla. Diventa tutto molto naturale.
Francesco Nucci: C’è però un lavoro importante da menzionare sui loop e sulle percussioni. Fin dal disco precedente ci siamo imposti di non utilizzare le stems (le basi preregistrate, ndr) sotto il live. Oggi il 90% dei gruppi usa basi con synth e arrangiamenti sotto, creando un po’ un “effetto karaoke”. Noi volevamo evitarlo. Per questo motivo ho campionato tutte le percussioni e le parti elettroniche ritmiche all’interno della mia batteria elettronica e le lancio manualmente dal vivo. Tutto ciò che nel disco è elettronica o percussione viene eseguito in tempo reale sul palco. Questo mantiene vivo l’interplay all’interno della band, integrando l’elemento campionato nella performance.
Vorrei farvi una domanda un po’ più “filosofica” sulla formazione musicale. So che alcuni di voi (Niccolò e Francesco, ndr) hanno frequentato l’Accademia Lizard. Secondo voi, frequentare scuole di musica così istituzionalizzate e “quadrate” aiuta lo sviluppo della creatività o rischia di diventare un ostacolo, ingabbiando il musicista in troppe nozioni teoriche?
Francesco Utel: Personalmente ho frequentato la Lizard per circa tre anni perché in quel momento specifico avevo bisogno di disciplina. Fino ad allora il mio studio era stato molto istintivo e creativo, ma disordinato: avevo alcune tecniche su cui ero preparatissimo e altre in cui andavo totalmente a caso. La Lizard mi è servita per darmi dei binari, per bilanciare la tecnica e per curare la scelta dei suoni e il tocco. Molto dipende anche dall’insegnante: il mio amava, tra le altre cose, l’Alternative rock e il Grunge, quindi mi ha assecondato molto. Se parliamo di pura creatività, però, forse la svolta non è stata la Lizard in sé, ma le lezioni di composizione che ho preso da Lorenzo (Pellegrini, il cantante e chitarrista degli /handlogic, ndr). Lì l’approccio era puramente creativo.
Lorenzo Marsili: Si vede molto l’influenza di quelle lezioni nel tuo percorso. Quando ascolto brani come “Pastorale” o il lavoro fatto su “Veti e Culti”, sento che hai elaborato e maturato nel tempo quegli input.
Francesco Utel: Sì, su “Veti e Culti” si sente nelle scelte armoniche e nei rivolti. In “Pastorale” ormai quelle nozioni erano interiorizzate e sono venute fuori spontaneamente, anche se lì l’ispirazione guardava più alla “vecchia scuola”. Diciamo che ci ho messo l’esperienza di adesso; a diciotto anni non sarei stato in grado di scrivere un pezzo così. Tornando al discorso sulle scuole di musica, non so come sia stata l’esperienza di Niccolò.
Niccolò Pizzamano: Guarda, dal punto di vista creativo sono molto allineato con Francesco. Ho frequentato la Lizard per quattro anni, completando i tre anni di “Bass Coaching” (il percorso breve), proprio perché sentivo la necessità di una metodologia. Come Fra, anche io prima studiavo un po’ a caso, seguendo l’ispirazione del momento. Il percorso in accademia mi è stato utilissimo, i loro libri di testo sono strutturati davvero bene e sono molto mirati. Inoltre si è creato subito un ottimo dialogo con il mio insegnante, ha capito al volo quali fossero i miei obiettivi e dove volessi arrivare. Abbiamo fatto un grandissimo lavoro sulla tecnica e soprattutto sul tocco, sviscerando lo slap, il pizzicato e l’uso del plettro. È stato un bel percorso che spero di riprendere in futuro per frequentare gli ultimi due anni del corso professionalizzante. C’è una cosa poi in particolare che mi è servita tantissimo, e che penso possa confermare anche Francesco (in questo caso si riferisce al batterista, ndr): la lettura del solfeggio ritmico. È una competenza che mi sono portato dietro e che si è rivelata fondamentale nell’approccio e nello studio delle poliritmie dei nostri brani. Nei nostri “allenamenti malati” io e Francesco ci mettiamo lì, solo basso e batteria, e facciamo il solfeggio ritmico delle parti per poi andare a click e suonarle insieme. Questa è un’eredità della scuola che mi è rimasta dentro e che mi serve tantissimo ancora oggi.
Progetti futuri? Adesso sarete impegnati a portare in giro il nuovo album, “Pastorale”, ma state già componendo qualcosa di nuovo o avete altri piani in programma?
Lorenzo Marsili: Ti posso dire che l’altro giorno eravamo a bere una birra e Francesco mi ha fatto già sentire un paio di idee nuove…
Francesco Utel: Sì, anche se in realtà non abbiamo ancora intavolato un vero discorso sul dopo. Da un lato siamo estremamente soddisfatti dell’esperienza con “Pastorale”. Il lavoro in studio è stato fantastico e con la registrazione di questo disco abbiamo tutti trovato esattamente quello che cercavamo. Adesso siamo in quel raro momento in cui vogliamo solo goderci il disco: è fresco di stampa e vogliamo vivercelo senza troppi pensieri.
Francesco Nucci: Esatto, e soprattutto lo stiamo portando dal vivo, il che per noi è un terreno di continua sperimentazione. Siamo in quella fase in cui, suonando sul palco, testiamo cosa funziona del nuovo materiale, capiamo in che ordine mettere i brani e come integrarli con il vecchio repertorio. Secondo me la strutturazione della scaletta live è una fase compositiva a tutti gli effetti, perché un conto è registrare i pezzi in studio, un conto è vederli funzionare insieme davanti a un pubblico. Riprendere i vecchi brani e affiancarli ai nuovi per costruire uno show che sia intrattenimento puro è una parte divertente quasi quanto la creazione stessa del disco.
Lorenzo Marsili: C’è da aggiungere che l’esperienza in studio per questo album è stata profondamente “humbling”, per usare un termine inglese, ovvero un’esperienza che ti ridimensiona e ti rende modesto. Al di là dell’incredibile soddisfazione per il risultato finale, abbiamo faticato tantissimo. Il nostro produttore, Leonardo, è stato bravissimo: ci ha sfidato, ci ha messo a nostro agio, ma ci ha anche fatto capire che potevamo dare molto di più. Ci ha spinti oltre i nostri limiti sottoponendoci a sessioni estenuanti – io un giorno ho fatto ben undici ore filate di registrazione voci! Però, parlando per me, questo mi ha permesso di capire che potevo fare molto di più. Mi ha fatto venire voglia di rimettermi a studiare e di andare oltre con la voce e con lo strumento. Da questo punto di vista, questo disco è stata una figata pazzesca anche solo per la spinta interiore che ha dato a ognuno di noi.
Articolo di Alberto Pani
