A pochi mesi dall’uscita dell’album di debutto “Price Of Caring” (qui la nostra recensione), abbiamo intervistato Sara Groppi, voce e chitarra della band dream-gaze piacentina Leaving Venice. Sara ci ha raccontato della genesi del gruppo, del loro rapporto con i concerti e dei progetti futuri.
Da dove viene il nome Leaving Venice?
È una domanda che ci fanno tutti, perché effettivamente siamo di Piacenza. In pratica io ho vissuto tre anni a Venezia, quando facevo l’università lì. Il nome in sé è nato da un gioco di parole che ha fatto Diego, ma molto contorto, quindi mi è difficile spiegarlo. Diciamo che è stato un periodo della mia vita che ricordo con molta malinconia ed è anche legato al fatto di aver lasciato la città. Leaving Venice ci sembrava che filasse, anche a livello poi di sonorità, che sono un po’ malinconiche e nostalgiche.
E invece voi come vi siete conosciuti e come avete iniziato a suonare insieme?
Allora, Nico, Tommy e Diego in realtà si conoscono da tantissimi anni, avevano un progetto precedente che poi non è andato avanti. Circa un annetto dopo che è finito quel progetto volevano metterne su un altro. Io ho conosciuto loro tramite amici in comune, anche frequentando un po’ i locali di musica di Piacenza. Cercavano questo tipo di sonorità, cercavano una chitarra e una voce e qualcuno che facesse entrambe le cose, quindi mi hanno chiesto di fare una prova, poi ci siamo trovati bene e abbiamo iniziato a scrivere.
E partivate tutti da generi diversi o c’è stata un po’ una commistione di generi?
Beh, allora, il genere che poi è uscito fuori è stato molto naturale, non ci siamo seduti lì e abbiamo detto: “vogliamo fare questo”. A livello di genere abbiamo tutti background abbastanza diversi, nel senso che i ragazzi prima facevano Crossover, quindi praticamente una specie di, non so come definirlo, una specie di metal insieme al rap, quindi proprio una roba molto diversa. Io facevo Post-Grunge con la mia vecchia band, però questo tipo di genere, quindi il Dream-Pop, lo Shoegaze mischiato all’Hardcore o al Post-Rock, lo ascoltavamo un po’ tutti di base. Io magari ascoltavo un po’ più il dream pop, però comunque poi ci siamo trovati bene.
Diego ha studiato Jazz, per dirti, ha portato comunque dei groove di batteria non scontati, anche per quel motivo.
È sempre bello quando i generi si mischiano e si cerca un’identità personale che prescinda da una definizione precisa.
Sì, anche perché poi se vuoi fare una cosa fatta in un determinato stile poi scadi nel seguire delle regole e diventare uguale a tutti gli altri. Non che noi ci sentiamo particolarmente originali, perché ormai nessuno è più originale, ma ci proviamo.
Invece parlando dei testi, in generale i vostri brani sono molto emotivi e sembrerebbero anche essere molto personali, quindi ti chiedo: chi è che scrive i pezzi? C’è un autore principale oppure ogni traccia è un risultato di un lavoro collettivo?
Allora, a livello strumentale sicuramente scriviamo insieme, poi ci sono dei pezzi che magari nascono da una persona e poi vengono adattati in sala.
I testi invece li scrivo tutti io.
E c’è un motivo per cui li scrivi in inglese e non in italiano?
Confesserò questa cosa, diciamo che scrivere e cantare in italiano, essendo la mia lingua madre, mi fa sentire troppo vulnerabile e scoperta, perché tutti quelli che lo ascoltano nella mia cerchia in Italia capiscono quello che voglio dire. Invece l’inglese crea un pochino di barriera. Tra l’altro credo che leggendo i testi si possa capire molto della mia personalità.
Nel disco si percepisce una forte fatica emotiva legata a questo “sentire troppo” di cui parlano i testi. C‘è per esempio un brano in particolare nel disco che consideri il manifesto di questo concetto, oppure che è stato più complicato da scrivere a livello personale?
Direi la title track, quindi l’ultimo brano, e Heaven’s Bright, quindi proprio l’inizio e la fine. Sono gli unici due pezzi che ho scritto interamente io, mentre gli altri li abbiamo scritti più o meno tutti insieme. La title track appunto è nata proprio in cameretta, è uno di quei pezzi che nascono nell’intimità più assoluta. Era un giorno in cui ero emotivamente completamente sulla luna e quindi è stato proprio uno sfogo. Non ho pensato a scrivere, cioè mi sono messa lì e gli accordi sono un po’ particolari perché è una formazione di accordo che si muove lungo il manico e non cambia mai. Io sono ignorantissima in teoria musicale, mi è proprio venuto così e il testo è nato proprio suonandola. E a livello di significato il titolo è “il prezzo della cura”, quindi direi che esprime già bene.
In tutto il disco c’è un po’ questa narrazione per cui ci sono due strade, quella di difendersi dal dolore alla sofferenza, questo sentire troppo, oppure sfogarsi, lasciarlo andare. Quindi mi chiedo, avete poi scoperto qual è la strada giusta fra le due oppure ci deve sempre essere un equilibrio? Qual è la soluzione a questo dubbio?
Ma allora, in realtà sono entrambe giuste e sbagliate, nel senso che dipende da che persone si hanno intorno e dalla situazione. Sicuramente per quello che mi riguarda – non so i ragazzi come risponderebbero – forse la seconda.
Il fatto di scoprirsi un po’ di più e di vivere le cose un pochino più a pieno, perché poi se ti chiudi e ti proteggi senti di meno sia le cose brutte che quelle belle.
Passiamo a tutt’altro argomento e parliamo di live. Vi trovate di più nella vostra dimensione in studio oppure a suonare davanti al pubblico? Com’è comunicare anche queste emotività alle persone?
Allora, di questa cosa ne abbiamo parlato anche tra di noi e i ragazzi sicuramente preferiscono al 100% i live, nonostante si veda sul palco un pochino di timidezza di fondo.
Non siamo quattro persone così estroverse o animali da palco. Però sicuramente loro si godono di più il live, mentre io sono sempre un po’ agitata. In più, essendo io quella che è al centro, tra virgolette, perché sono la voce principale, sento un pochino più di responsabilità. Poi la voce è anche un po’ più difficile da controllare, soprattutto il diaframma che non funziona tanto bene quando si è agitati. Però mi piace guardare la gente negli occhi. Non riesco tanto a comunicare a parole, mi piace di più comunicare un po’ a sguardi.
Quindi la dimensione di scrittura ti appartiene di più rispetto a quella di comunicazione con il pubblico live.
Sì, infatti a me stare in studio piace tantissimo. Se avessi soldi infiniti sarei sempre in studio.
Ora state suonando e suonerete ancora un po’ in giro e credo che sarete impegnati in questo, ma cosa vorresti che succedesse in futuro? Ci sono degli obiettivi che vi piacerebbe raggiungere?
Allora, sicuramente vogliamo scrivere e produrre anche altro, che sia un ep o un disco. Stiamo già iniziando a scrivere un po’ di cose nuove. Poi, e parlo a nome di tutti, ci sarebbe piaciuto portare il nostro disco un pochino più in giro. Purtroppo non avendo alle spalle un booking o nessun tipo di aiuto in quel senso, a parte la nostra etichetta che comunque ci ha dato una mano con alcune date, non è sempre facile suonare. Sicuramente speriamo di avere un po’ di date. Adesso ci stiamo lavorando con alcuni contatti che abbiamo, magari nel periodo autunnale, e vorremmo cercare di entrare in contatto anche con un booking che ci dia una mano in più per suonare il più possibile.
E poi sicuramente verrà fuori anche un lavoro nuovo, anche se passerà un po’ di tempo.
Intervista di Marta Mazzeo
