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Mauro Di Maggio intervista

Con un nuovo singolo l’artista apre un nuovo capitolo di una carriera ormai trentennale

Incontriamo il cantautore Mauro Di Maggio, in occasione del suo concerto all’Off/Off Theatre di Roma (il nostro live report). Trent’anni di carriera alle spalle e una lunga scia di collaborazioni capace di fare venire tanta voglia di scavare e di capire cosa pensa davvero della musica.

Iniziamo questa intervista partendo dall’uscita del tuo nuovo singolo: “Fuori Tonalità”. In un mondo così sempre più omologato e poco inclusivo, quanto è importante essere appunto fuori tonalità?
Essere fuori tonalità è importante prima di tutto per noi stessi, e poi anche per il mondo. Le persone fuori tonalità – quelle che hanno il coraggio di affermare sé stesse, le proprie idee e i propri valori – fanno bene al mondo. Ma il primo beneficio è personale: avere valori sinceri, propri e autentici è un bene innanzitutto per sé e, di conseguenza, anche per gli altri, perché si dà un buon esempio e, probabilmente, si finisce per fare meglio un po’ tutto.

Hai avuto molte collaborazioni nella tua carriera. Ce n’è una che ti ha particolarmente segnato a livello artistico? Immagino sarà difficile scegliere!
Sì, perché in realtà ho assorbito tanto da tutti, come una spugna, fin dagli esordi. Anche dal punto di vista del lavoro in studio e della produzione ho imparato molto dai miei primi collaboratori: il mio primo produttore Gian Carlo Lucariello, Marco Linalduzzi, Roberto Lanzo, tutti musicisti con cui ho avuto la fortuna di suonare. In generale posso dire di aver preso qualcosa da ogni persona che ha incrociato il mio percorso: ogni nome che leggi accanto al mio mi ha lasciato qualcosa di buono, più o meno tutti.

Lo stesso vale per le collaborazioni. Ron, Michele Placido, Ambra: con lei, che è anche una mia amica, ho lavorato tantissimo. Quando l’ho conosciuta, più di venticinque anni fa, era giovanissima ma aveva già un bagaglio di esperienza enorme. Vederla lavorare, sul palco o in radio, osservare il suo modo di interagire e affrontare il lavoro, è stato un continuo imparare. Anche Ron mi ha dato moltissimo: fare un tour con lui è stata una grande scuola, soprattutto sul piano del live. È una persona solidissima sul palco, capace di suonare, cantare e stare in scena con grande naturalezza. Vedere questa disinvoltura quando hai venticinque o ventisei anni ti insegna davvero tanto. Infine, c’è l’esperienza con Renato Zero che ho avuto modo di vedere più volte. Stargli accanto, anche solo durante la realizzazione di alcuni video, mi ha dato molto. Dopo il primo video, pensa, mi è venuto naturale scrivergli una canzone: l’ho scritta, anche se non gliel’ho ancora fatta sentire.

Hai un approccio multiforme con la musica. Ho visto che hai fatto progetti cinematografici e teatrali, secondo te quanto è importante per un musicista riuscire a contaminare la musica con altre forme d’arte, come hai fatto tu?
La contaminazione, la condivisione, l’incontro con le altre persone fanno sempre bene, in ogni aspetto della vita quotidiana. Riuscire a costruire una buona dinamica nei rapporti con gli altri è fondamentale, figuriamoci nella musica. È così che si cresce, che ci si apre o che si migliora il tiro. Non significa doversi aprire a tutto: ci sono stili, modi di fare musica o di fare spettacolo ai quali non mi aprirò mai. Ma la contaminazione giusta, quella buona, è quella che apre strade, fa crescere e rende più forti e più capaci. Anche superare piccole difficoltà passa dall’osservare gli altri. Vedere come lavorano è un grande aiuto per migliorarsi, e io imparo moltissimo proprio guardando gli altri. Oggi possiamo farlo anche a distanza, grazie ai mezzi di sempre: video e audio. Guardare un concerto, un video di Jimi Hendrix, dei Beatles o di chiunque altro significa capire come facevano le cose, ed è un patrimonio enorme. Siamo molto fortunati: la tecnologia ci mette a disposizione un archivio gigantesco di talento e di esempi di eccellenza, da cui imparare e da cui partire per andare oltre.

Da tuo esordio a Sanremo Giovani sono passati 30 anni. Secondo te quanto è cambiata la musica e la scena italiana nel corso degli anni?
L’unica cosa che mi convince meno – potrei anche sbagliarmi – è che a volte vedo poca dedizione allo studio e poco rispetto per il valore dello studio stesso: dello strumento, della musica, del lavoro in generale. In una parte della proposta musicale, penso ad esempio a certa trap, percepisco un approccio troppo scanzonato e poco attento all’aspetto musicale. Il punto, però, non è cosa si fa: ognuno può fare quello che vuole. Il problema nasce quando quello che fai viene messo sullo stesso piano di ciò che faccio io o altri musicisti che studiano e si dedicano allo strumento. È come giocare a calcio: siamo davvero nello stesso campo e con le stesse regole? Chi studia musica segue un percorso preciso; chi invece usa solo certe dinamiche, spesso legate alla tecnologia o a processi più artificiali, segue un’altra strada. Ed è lì che qualcosa mi stona.

Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale: va benissimo, ma non puoi mettere a confronto un brano costruito con tempo, fatica e dedizione con uno fatto in trenta secondi. Sono due percorsi diversi e dovrebbero restare tali. Il problema è che piattaforme come Spotify non distinguono queste differenze, e l’ascoltatore spesso non se ne accorge e prende tutto per buono. Questo è l’unico aspetto che davvero mi lascia perplesso. Per il resto, ben vengano tecnologia, novità e innovazione: non sono mai stato contro il progresso. La registrazione musicale stessa è stata un’innovazione che ha cambiato tutto. Le tecnologie hanno sempre una ragione d’essere, bisogna solo saperle ponderare. In sintesi, alcuni approcci tecnologici rischiano di limitare il confronto, ed è questo il punto.

Articolo di Daniele Bianchini

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