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Mayhem Mavericks intervista

I due fondatori della band raccontano cosa ha reso unico l’album d’esordio, melodico e appassionato

Una volta chiuso il capitolo Alchemy, il cantante Marcello Spera e il chitarrista e tastierista Andrew Trabelsi non si sono persi d’animo e hanno dato vita ai Mayhem Mavericks e al loro album omonimo (la nostra recensione), assieme al batterista Andrea Oliverio. Il loro esordio rappresenta una rinascita energica e libera, erede naturale di “Dyadic” ma con un approccio più snello, moderno e personale. In questa intervista esclusiva i due fondatori raccontano la forza che li ha spinti a ripartire, le differenze creative rispetto al passato, la scelta dei singoli e gli ospiti speciali che hanno reso unico questo album melodico e appassionato.

Dopo lo scioglimento degli Alchemy per divergenze artistiche, non vi siete arresi e avete subito rimesso insieme un progetto con Andrea Oliverio alla batteria. Cosa vi ha dato la forza di ripartire e cosa è cambiato nel vostro approccio creativo rispetto al passato?
Marcello: Dopo dieci anni di attività con gli Alchemy, sciogliersi e creare un nuovo progetto è stata indubbiamente una scelta difficile. Ma per me e Andrew un taglio netto rimaneva l’unica soluzione sensata. A posteriori, è stata un’ottima decisione che ci ha permesso maggiore libertà nella composizione e nel suono. Inoltre il sound «Alchemy» è nato ed è sempre stato caratterizzato dal modo di suonare di Cristiano Stefana alla chitarra, il che avrebbe causato ulteriori vincoli e paragoni inutili.
Andrew: La priorità è sempre stata quella di provarci con gli Alchemy. Io e Marcello avevamo messo a disposizione questi brani già nel 2020, cavalcando l’onda dell’entusiasmo provocato da “Dyadic”, ma arrivati alla fine del 2023 senza risultati concreti, la scelta è diventata inevitabile. La molla di questo nuovo progetto è stata non voler abbandonare quei pezzi e rispolverare il sound generale con un approccio rinnovato su chitarre e sezione ritmica.

L’album d’esordio dei Mayhem Mavericks è autointitolato e musicalmente sembra una naturale prosecuzione di “Dyadic” degli Alchemy. Quanto di quel percorso artistico è rimasto intatto e quanto invece avete voluto reinventare o evolvere nel sound di questo debutto?
Marcello: Esattamente come dicevo prima, sebbene gran parte del songwriting fosse stato scritto nel periodo «Alchemy», fare tabula rasa ci ha permesso di esplorare un suono più moderno e soluzioni musicali diverse. Lo stile del batterista Andrea Oliverio, per esempio, è completamente differente da quello di Matteo Severini negli Alchemy e, sebbene entrambi siano eccellenti musicisti, ha dato una ventata di aria fresca ai pezzi.
Andrew: La differenza principale sta alla base. Gli Alchemy erano una band e dovevano scrivere tenendo conto di cinque sensibilità diverse, con l’obiettivo di portare le canzoni sul palco e tutti i limiti che questo comporta. I Mayhem Mavericks sono invece un progetto più snello, con meno persone coinvolte: questo ha reso la gestazione dell’album più naturale e focalizzata.

I tre singoli scelti per presentare il disco mostrano le varie anime della band: hard rock veloce e catchy, riff potenti e una ballata emotiva. Come avete scelto questi brani per il lancio del progetto e chi ha avuto l’ultima parola sulla selezione?
Marcello: Siamo sempre stati abbastanza in sintonia sui pezzi da lanciare come singoli. “I Can Feel The Heartache” non poteva mancare, con quel ritornello che resta in testa e molto cantabile! Con “Killing Eyes” abbiamo voluto mostrare il lato più aggressivo, mentre una ballata come terzo singolo serve a garantire varietà. All’inizio avrei preferito proporre l’altro lento del disco, “With Me”, ma col senno di poi l’intuizione di Andrew su “More To Ask” è stata azzeccatissima. Abbiamo poi presentato tutte le scelte ai nostri label manager Stefano Gottardi e Pierpaolo Monti per un riscontro e siamo stati subito d’accordo!
Andrew: Non ci siamo basati su un criterio di qualità: a mio avviso tutti e undici i brani hanno qualcosa di valido e nessuno è filler. Ci siamo concentrati su altri aspetti, come la durata complessiva – che ha fatto preferire “More To Ask” a “With Me” – e il desiderio di riassumere in tre canzoni più elementi possibili: riff classici, orchestrazioni, pianoforte, cavalcate di doppia cassa, linee vocali che spaziano dal quasi parlato a note molto alte, tre mood e bpm differenti.

Nell’album ci sono diversi ospiti al basso, fra cui spiccano Angelo Sasso degli StreetLore, Stefania Sarre dei Soul Seller e il vostro ex compagno negli Alchemy Matteo Castelli. Inoltre, un altro ex membro della vostra vecchia band che appare nei crediti del disco è il chitarrista Cristiano Stefana. Come è nata la collaborazione con loro e in che modo hanno influenzato il risultato finale dei brani?
Marcello: Abbiamo avuto l’idea di chiamare vari bassisti ospiti perché faticavamo a trovarne uno fisso per il progetto. Così abbiamo chiesto a diversi amici chi fosse disponibile a registrare qualche pezzo: la risposta è stata entusiasta, e il risultato altrettanto positivo. Avere stili diversi su brani differenti amplifica l’impatto e rende l’ascolto più vario e scorrevole. Quanto a Cristiano, con gli Alchemy avevamo registrato alcune demo dei pezzi di Mayhem Mavericks e i suoi assoli ci erano piaciuti talmente tanto che non ci sembrava giusto né intelligente lasciarli fuori dall’album.
Andrew: La presenza dei vecchi compagni dimostra che la chiusura degli Alchemy è avvenuta in totale armonia, permettendoci di conservare il buono che era già stato fatto. Ci piace pensare che queste collaborazioni siano un ponte tra le due realtà, non un muro. Abbiamo cercato un bassista stabile, ma per vari motivi avremmo allungato i tempi di anni, e ricordiamo già di aver aspettato pazientemente dal 2020. Era diventato troppo: dovevamo agire, e la soluzione degli ospiti si è rivelata la più efficace. Io stesso ho finito per registrare tre tracce di basso per necessità, ma lo rifarei molto volentieri.

Il chitarrismo di Andrew è uno degli elementi più riconoscibili sia in “Dyadic” che qui, con assoli superbi e riff incisivi. Come avete lavorato sulle chitarre in questo album per mantenere quella matrice anni ‘80 melodica ma allo stesso tempo al passo coi tempi? Inoltre, le voci di Marcello sembrano ancora più mature: cosa avete voluto trasmettere di diverso rispetto al passato?
Marcello: Per quanto riguarda le mie voci, hai centrato il punto. A parte l’evoluzione naturale della voce nel tempo, ho sperimentato consapevolmente per ottenere un timbro più maturo e, soprattutto, capace di trasmettere maggiore emozione. Questa volta ho registrato tutto nel mio home studio, potendo riascoltare a distanza di giorni e correggere con calma ciò che non mi convinceva. Un lusso impossibile in sessioni di studio tradizionali, e credo che abbia fatto la differenza.
Andrew: Anche le chitarre sono state registrate in casa, con take distribuite nell’arco di anni. Può capitare che una strofa sia presa con una Fender e la successiva con una Les Paul. Ho rifatto da capo interi brani, ma mi piaceva l’idea di dare continuità a tutto quel lavoro conservando parti incise a grande distanza di tempo e con strumenti diversi. Per fare un passo nel presente ho usato anche una sette corde come rinforzo, anche se a dirla tutta questa abitudine la introdusse un certo Steve Vai già nei primi anni Novanta… quindi forse definirlo “presente” non è del tutto corretto.

Quale messaggio vorreste arrivasse ai fan vecchi e nuovi ascoltando il disco dall’inizio alla fine? C’è un brano di cui siete particolarmente orgogliosi o che rappresenta al meglio lo spirito dei Mayhem Mavericks?
Marcello: Personalmente sono innamorato della ballad “With Me”. Andrew ha scritto una melodia davvero interessante e accattivante, e il testo che ho composto la completa alla perfezione. In generale apprezzo che i nostri testi non siano troppo specifici: lasciano spazio all’ascoltatore per interpretarli attraverso le proprie esperienze personali, e questo pezzo si presta in modo ideale a quel concetto.
Andrew: Durante l’ascolto spero che possa passare il messaggio che nella traccia successiva qualcosa di nuovo potrebbe arrivare. Non è bello quando si ha la sensazione di aver sentito tutto l’album già nei primi minuti. Forse “Midnight Crawler” potrebbe essere una canzone rappresentativa anche se non è stata un singolo. Fortemente melodica, un ritornello classico, inciso strumentale ispirato ai Toto, parti vocali che verso il finale toccano il cielo, tastiere e chitarre che dialogano sullo stesso piano e una batteria che spazia dal funzionale alla mitragliata… in altre parole, molto Mayhem Mavericks!

Articolo di Paolo Andrea Pugno

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