Mila Trani, cantautrice e arrangiatrice, vive e lavora tra Barcellona e Milano, intrecciando mondi musicali e artistici con un approccio eclettico e contemporaneo. Laureata in canto jazz alla Scuola Civica di Milano e in pittura all’Accademia di belle arti di Brera, arricchisce la sua ricerca musicale con un master in vocologia artistica, coronato da una tesi sulla vocalità dei dialetti italiani nel canto popolare. Il suo primo album “Menta selvatica”, disponibile in cd e in digitale (www.microscopi.cat), è un concept album che esplora una femminilità in evoluzione e sempre più libera ed emancipata, attraverso miti, personaggi e rituali. Le composizioni mescolano sonorità mediterranee, jazz, ritmi caraibici, atmosfere flamenco e fado, con richiami al folklore italiano. Presenterà l’album dal vivo in Italia il 18, 19 e 21 settembre, prepariamoci conoscendola meglio.
Mila, quando e dove è nata la passione per la musica?
Devo dirti che è nata da piccola. Io ho una madre un po’ illuminata, una madre montessoriana, che si informava, leggeva: mi ha cresciuta con libertà espressiva come pilastro dell’esistenza. E mi ha insegnato a cantare. A tre anni io armonizzavo, cantavo in francese, in inglese, in spagnolo. Devo dire che è merito suo se sono una creativa. Mi faceva disegnare, poi mia zia è una pittrice, mia nonna è una scultrice. Quindi ho respirato arte e musica da quando ero bambina, insomma. E poi ascoltavamo tanti canti popolari in famiglia, musica napoletana, Gabriella Ferri, il Fado, Amalia Rodriguez, musica popolare in generale, stornelli, eccetera. Ho iniziato invece ad ascoltare altro quando ero ragazzina. Anche Rock con mia sorella che era più grande, e mi prestava i dischi. E poi ho avuto il mio primo gruppo punk a 16 anni, durante liceo artistico. Perché la forma di espressione in quel periodo era il Punk. E quindi io pensavo, ok, tutti suonano Punk e a me interessava suonare, quella era la forma del momento, comunque allora mi rispecchiava. Perché quando hai 16 anni sei arrabbiato e quindi hai voglia di urlare la tua rabbia. Poi sono passata al crossover. Perché c’erano i Rage Against the Machine ai tempi. Diciamo che ho seguito tutta la scena degli anni ‘90, ma nel frattempo ho iniziato ad avere anche altri tipi di ascolti, finché intorno ai 18-19 anni ho deciso di studiare Jazz, mi sembrava la maniera di poter approfondire migliore rispetto a quello che era il mio interesse. Insomma, la musica classica mi piaceva ma non mi sentivo una cantante lirica. Quindi ho pensato di studiare Jazz proprio come tipo di formazione.
E poi mi sono innamorata del Jazz durante gli studi, scoprendo una vocalità che mi rappresentava molto di più rispetto a tutto quello che avevo fatto fino a quel momento. E quindi da lì si è aperta una porta di possibilità infinite della musica e della voce, poi ho aperto gli orizzonti anche su musica di altri paesi. La musica brasiliana prima di tutto, dopo il Jazz. Poi la musica cubana. Ho studiato percussioni, mi sono appassionata anche di tutti i ritmi latino-americani. Invece negli ultimi anni ho approfondito la musica dove riconoscevo la microtonalità come fulcro, come caratteristica principale. Quindi la musica indiana, la musica turca, la musica greca. Ho passato un periodo in Grecia, ho collaborato anche con un cantautore molto famoso di lì. Infine mi sono sentita di scrivere il mio disco solista quando ho assimilato così tante informazioni da potermi esprimere musicalmente come desideravo e da poter condire i miei testi che erano lì ad attendere.
E sei arrivata a “Menta Selvatica” … Come componi? Viene prima la musica o il testo di un brano?
In modo misto, senza regole. Ci sono brani che nascono da un riff, da una frase ritmica, brani che nascono da un ritornello- Spesso sono in giro, dunque quando ho un’idea mi registro, registro un’idea ritmica, un’idea melodica e poi metto insieme i pezzi. Di solito uso il pianoforte per capire anche che cosa ho in mente, perché molto spesso ho delle idee e poi le comprendo meglio quando sono sullo strumento, che mi serve per comporre, ma sottolineo che non sono una pianista. Io sono metodica, la mattina la dedico alla scrittura. Ho praticato il libro di Giulia Cameron, “La via dell’artista”, per riuscire a sbloccare alcune cose che erano lì un po’ intimorite, diciamo, di uscire fuori allo scoperto. E quindi scrivo al mattino, canto, faccio tecnica vocale. Quindi spesso l’ispirazione arriva anche nel momento in cui mi trovo al lavoro. Invece in altri casi è un po’ più casuale e poi ho i miei momenti in cui rielaboro. Insomma ho una serie di audio registrati nel cellulare infinita!
Per tornare allo strumento con cui compongo, ribadisco che non sono una pianista, ma sì, ho studiato anche un po’ di pianoforte, perché alla Scuola civica di Jazz era nei corsi. E poi per capire l’armonia comunque per forza hai bisogno di uno strumento. La chitarra l’ho sempre usata per accompagnarmi con i classici tre accordi della musica popolare, ma non l’ho mai approfondita come strumento.
Ho anch’io il brutto difetto dei giornalisti musicali, bruttissimo. Quindi ti chiedo: tu come la chiameresti tua musica? Jazz? World?
Eh, guarda, è la domanda che sto ricevendo più spesso perché effettivamente la mia musica è difficile da collocare. Devo dire che qui in Spagna, dove mi trovo, c’è quest’idea della World Music che abbraccia anche il genere che faccio io, nel senso che laddove c’è una commissione di stili e di linguaggi di musica del mondo viene utilizzato questo termine. Infatti la mia etichetta è un’etichetta che promuove artisti di World. E io sono inserita nella World Chart … In Italia è un po’ difficile collocarmi, effettivamente. Qui ci sono tanti artisti che fanno cose, i linguaggi sono anche diversi, per esempio Momi Maiga che è un africano che suona la cora, ma che suona con un violoncellista e un percussionista, hanno mescolato la musica spagnola con la musica africana, il Jazz con la musica catalana. Per cui diciamo che qua c’è un’abitudine che è “world”. Ma poi tutti questi artisti suonano ai festival jazz! Quindi in realtà io penso in Italia di appartenere più a un Jazz che possiamo accostare da artisti come Maria Pia De Vito, per esempio, che è una jazzista che però dentro ha contaminazioni brasiliane, musica napoletana. Facciamo Etno-Jazz per l’Italia!
L’arte non ha caselle. Siamo noi che prendiamo l’arte una volta che è stata prodotta e cerchiamo di incasellarla, ma l’arte non nasce per essere incasellata. Ti senti anche contaminata dall’elettronica contemporanea?
Mi piacciono le artiste che in Italia stanno fondendo la tradizione, la musica popolare, la musica tradizionale con l’elettronica, come Daniela Pes e La Niña. Loro mi piacciono molto, sì. Sono grandiose e sono veramente felice che abbiano trovato uno spazio, perché devo dire che secondo me è proprio un linguaggio molto, molto interessante e sono entrambe preparatissime, sono delle grandi musiciste.
Io trovo che la tua musica sia anche molto intimista, per quanto sia “world”, quindi apertissima, però poi riporta dentro di sé, a toccare delle corde personali.
Sicuramente. Io sono stata il più autentica possibile in questo percorso, c’è dentro un cammino che ho percorso anche legato a varie cose che mi hanno aiutato a stare bene, come la terapia, perché la santa terapia ci porta comunque a prendere dei sentieri diversi che ci fanno stare meglio rispetto al groviglio che a volte ci risucchia. “Menta selvatica” è un’indagine delle varie donne che sono stata e della donna che sono adesso, quindi c’è la donna che si dispera per amore, che però passa attraverso il dolore e si rinnova e delle proprie dinamiche riesce a farne una forza, perché le riconosce e quindi nel momento in cui le riconosce sa come comportarsi successivamente; poi si continua a fare sbagli, però perlomeno sia consapevoli. Queste sono le canzoni che hanno un sapore più antico, che hanno una strofa e un ritornello, invece quelle più moderne sono quelle in cui a un certo punto c’è stata un po’ una rivoluzione interiore, pian pianino ci si legittima a vivere spogliandosi dalle sovrastrutture, verso la libertà, e questo per me significa prendere distanza dalla famiglia, nonostante l’amore che si prova, per trovare la propria identità lontano dai condizionamenti sociali che passano anche attraverso situazioni familiari. Quindi sì, c’è proprio un’indagine emotiva chiaramente molto personale, ma dentro secondo me ci sono anche tante altre donne che hanno fatto parte della mia vita e con cui mi sono confrontata, o che ho letto. C’è un’idea di femminile che è in evoluzione, che è in costante movimento e che quindi si pone delle domande per poter crescere.
Ci ho messo tanto a fare un disco solista perché comunque ho sempre desiderato collaborare con gli altri, mi è sempre piaciuto vedere come un’idea poteva prendere forma anche grazie alla collaborazione e alle idee di altre persone. Mi piace stare in gruppi enormi, ho creato questo coro a Milano di 20 donne, e ne ho creato uno qui a Barcellona sempre di 20 donne. Il confronto è una cosa che per me è fondamentale per la crescita, è qualcosa che è importante nella relazione, l’essere umano senza la relazione non esiste e dunque dobbiamo iniziare a fare i conti con questa cosa. Chiaramente adesso com’è strutturata la società ma anche le finestre che abbiamo verso il mondo sono i nostri social network che comunque ci isolano, è inutile girarci intorno, è così.
Hai detto che ci hai messo tanto a arrivare a questo tuo primo album: com’è nato e come ti sei scelta i musicisti che ti hanno accompagnato alla registrazione? Lo presenterai dal vivo anche qui in Italia, prima al Bravo Caffè a Bologna il 18 settembre, al Mossetto di Torino e il 21 e a Milano al Blue Note, il tempio del jazz in Europa: quanti musicisti porterai con te?
Diciamo che ci ho messo del tempo più che altro a prendere in mano la decisione di farlo, nel senso che negli anni passati mi sono dedicata davvero a tanti progetti, tra la didattica e la progettualità con altri gruppi. Dalla pandemia ho iniziato a prendere coscienza del fatto che non volevo più stare a Milano e che la mia vita doveva essere da un’altra parte, e quindi ho iniziato a prendere alcune cose che avevo già scritto, che erano lì ferme da un po’, e le ho messe insieme, le ho definite, le ho concluse. Nel 2020 ho conosciuto questo chitarrista online, Bartolomeo Barenghi, proprio perché aveva messo anche lui uno di quei video che in quel periodo si mettevano per darci delle speranze, dove suonava, e ho pensato, caspita, questo è proprio il mio chitarrista.
Quindi gli ho scritto, e ho scoperto che era italiano ma abitava a Barcellona; abbiamo iniziato una collaborazione, io sono stata a Barcellona a suonare, lui è venuto a Milano, e dopodiché, quando poi mi sono decisa a trasferirmi, abbiamo finito gli arrangiamenti insieme, e ho chiesto a lui con chi aveva piacere di suonare, perché io a Barcellona non conoscevo molte persone. Mi ha proposto alcuni nomi, abbiamo fatto un paio di prove con musicisti diversi, finché abbiamo trovato il quartetto ideale. C’è questa violoncellista fantastica che si chiama Sandrine Robilliard, francese, che è diventata un’alleata, un’amica da subito, e il percussionista catalano Martì Hosta, che è colorista, cioè una persona in grado di suonare qualunque cosa, di creare molti timbri diversi. Abbiamo fatto un concerto anche per capire come giravano i brani, dopodiché per il disco abbiamo coinvolto anche un contrabbassista e una violinista, sempre persone che conoscevano loro, con cui loro si trovavano già bene. Io quindi ho avuto un gruppo incredibile, si è creata una sintonia immediata.
Io e Bartolomeo Barenghi abbiamo già sperimentato e studiato dei linguaggi molto simili nel tempo, quindi ci siamo intesi immediatamente, per cui mi sono fidata. Per cui dal 2020 al 2022 ho chiuso i brani, li abbiamo un po’ suonati finché siamo andati a registrarli, e poi mi porto i musicisti a Barcellona per suonare in Italia. Quindi vengo con Bartolomeo, Sandrine e Martì. Siamo in quartetto, per cui presenteremo il disco così com’è, a parte qualche apertura in più per le improvvisazioni varie. E poi invece a Milano si aggiungeranno una violinista e un contrabassista di Milano, Claudia Mallamace e Giacomo Arzi. Per cui si viene a ricreare il sestetto su alcuni brani, quelli fondamentali, cioè dove è fondamentale che ci siano anche altri archi perché ci sono degli arrangiamenti scritti. In tutti i concerti suoneremo tutte le canzoni del disco e poi qualche cover che scegliamo dal nostro repertorio, mio e di Bartolomeo, di questi ultimi due anni.
Anche tu suonerai qualcosa?
No, io sono percussionista, però questo disco è troppo difficile da suonare per me. Diciamo che devo mettermi a studiare per poterlo suonare. Penso che nel prossimo album mi ritaglierò degli spazi dove suonare perché comunque è una cosa che sentomia. Quando faccio i provini li registro tutti io anche con le percussioni, con tutti gli strumenti. Quindi l’idea percussiva ce l’ho sempre molto ben presente, perché è uno strumento che padroneggio. Quindi no, canterò e produrrò suoni con la voce.
Senti, ma tu cosa canti sotto la doccia?
Allora, sotto la doccia produco suoni. Gorgheggio, perché la doccia è il momento della sperimentazione. Io penso che sia un momento di libertà per tutti. Quindi in quel momento io mi sento libera di poter sperimentare delle cose che ho ascoltato, che magari non ho il coraggio di riproporre durante il momento dello studio. Poi l’esperimento a volte riesce e mi registro. Sono quei momenti in cui so di poter creare un suono e dopo lo riprendo e ci lavoro. A un certo punto la musica diventa un lavoro, nel senso di passione, di ricerca, di ossessione, ma positiva. Oppure in quel momento magari sto ascoltando, che ne so, i dischi di Natalia Lafourcade, oppure Chavela Vargas e quindi mi metto a cantarli!
E allora, quali sono i tre dischi della vita, quelli che ti portereste sull’isola deserta? Potrebbero essere anche dischi che non ascolti più, ma che fanno parte della tua storia.
Beh, guarda, potrei dirti tranquillamente che uno è “Bleach” dei Nirvana. Poi ci sono dei dischi che secondo me hanno un po’ scolpito la musicista che sono adesso: “Canzoni a Manovella” di Vinicio Capossela, per esempio. Io ho sentito quest’artista e ho detto, wow, sta proponendo un linguaggio che prima non c’era in Italia. C’è dentro la Grecia, c’è dentro il Bolero, c’è dentro tutto. Lo adoro. E il disco omonimo di Gretchen Parlato, lei è un’altra artista che mi ha dato una maniera di vivere la voce completamente nuova, perché ha questo timbro davvero particolare. Mi sono sempre vergognata quasi del mio timbro così nasale, così leggero. Quando ero più piccola non si sentivano certe cose, quindi quando ho sentito Gretchen Parlato ho detto, ok, anch’io posso cantare così, sfruttare le mie risonanze che sono particolari e va bene così.
Cosa completamente diverso l’uno dall’altro e questo fa parte proprio della tua world attitude! Ma la punk in te è sempre lì?
La punk in me è sempre lì, sì, l’attitudine c’è sempre, perché comunque i punk sono quelli che vorrebbero cambiare il mondo, lo stato delle cose, quello che non va. Una volta che uno diventa punk lo è per sempre, no? Io sono tuttora sono molto attiva su quello che accade nel mondo, partecipo alle manifestazioni.
Articolo di Francesca Cecconi
