Tornano i MotelNoire con “Killer”, singolo che anticipa l’album “MalaMilano”. Nati nelle periferie milanesi, i MotelNoire hanno da sempre visto nella musica una via di riscatto. Composta da Domenico “Nik” Castaldi (voce e chitarra), Danilo Di Lorenzo (tastiere e cori), Tony Corizia (basso) e Cristian Fusi (batteria e percussioni), la band canta la vita reale e le contraddizioni della società, dando voce a chi vive ai margini. Nik ci anticipa gli sviluppi di questo nuovo lavoro, che sarà pubblicato anche in vinile, e presentato in uno speciale showcase, il 16 maggio.
Il 27 marzo è uscito finalmente un nuovo singolo per i MotelNoire, “Killer”: sono previsti altri singoli prima del nuovo album, “MalaMilano”?
Sì, ci saranno probabilmente uno, forse due singoli prima dell’uscita dell’album, che sarà il 16 di maggio. Ti dico tutto, vai: quella sera faremo una grandissima presentazione live, un vero e proprio showcase di tuti e 10 i brani, ai Magazzini Generali di Milano, e abbiamo scelto di farla gratuita, per fare in modo che possiamo contribuire alla fruizione della musica indipendente, in questo momento difficile per quest’arte.
Da “Non ci avrete mai” del 2023 a “MalaMilano”, è cambiato qualcosa nella vostra musica?
Sono cambiate un po’ di cose, ma l’istinto resta è sempre lo stesso. “Non ci avrete mai” era un album dove, in qualche modo, dicevamo la nostra, per tenerci un po’ fuori dal sistema, cercare di combattere un sistema che fa parecchi danni. Insomma, nel 2023 avevamo già abbastanza i canini fuori, per riuscire a star fuori da certe dinamiche e cercare di combattere a modo nostro un sistema sbagliato. Con “MalaMilano”, invece, abbiamo capito un po’ come gira il fumo. Siamo sempre fedeli alla nostra visione, però abbiamo voluto in qualche modo raccontare com’è vivere in una metropoli: le contraddizioni ma anche l’affetto, l’amore per una città come Milano che ci ha regalato tanti, tanti momenti meravigliosi. E quindi raccontiamo la Milano che abbiamo vissuto noi, quella che abbiamo sempre amato, quella che si vede in chiaro e un po’ anche quella che non si vede, che è un po’ più invisibile e più scura. E infatti l’album si chiamerà proprio “MalaMilano”.
È un titolo molto particolare perché è il titolo di una canzone che poi dà il nome a tutto l’album, perché nasce da un racconto di Tino Stefanini. Tino Stefanini è una persona molto particolare. Lui apparteneva alla Banda della Comasina, in qualche modo correlato a Vallanzasca. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, mi ha invitato a casa sua per raccontarmi la sua vita, la sua storia; ha fatto 54 anni di detenzione e ha cercato di dirmi un po’ come sono andate le cose, chiedendomi di scriverci una canzone, una canzone diversa da quello che può essere il sound del momento, che risultasse senza tempo. E visto che la Comasina è una zona di Milano molto calda, allora abbiamo allargato un po’ questa tematica, dal suo racconto abbiamo cercato di creare poi una sorta di concept, perché “MalaMilano” è appunto un concept album, dove attraverso la descrizione di Milano, raccontiamo un po’ tutta la vita di una metropoli, con le sue contraddizioni. “Killer” è il primo brano che abbiamo estrapolato da questo album, perché proprio ti fa capire come si vive in una grande città come Milano; tu cerchi di vivere in qualche buon modo, però alla fine per stare a galla, per vivere e non sopravvivere, devi proprio ragionare da killer, per riuscire a stare a questi ritmi, sopportare i problemi di sicurezza. Però poi diventi il killer di te stesso, capisci cosa intendo? Sicuramente “Killer” è un brano molto crudo, che racconta proprio l’alienazione di un individuo schiacciato dalla quotidianità, dalla frenesia, dall’ansia, ed è anche una critica sociale sul disagio mentale che tutto questo crea.
Da quello che dici, mi farebbe paura pensare di vivere a Milano, però invece tu hai usato anche la parola ‘affetto’ per la città, quindi ci sono due anime, quella chiara oltre a quella scura …
Sì, ci sono veramente due aspetti, due anime. Milano è una città che ha sempre dato molto a chi è venuto a viverci o a transitarci per lavoro, perché è una città importante non solo in Italia, ma nel mondo, quindi è sempre stata una fabbrica di sogni per tutti, anche se in realtà molte persone prendono ciò che vogliono e poi se ne vanno, magari parlandone male. Quindi noi gli facciamo anche una dedica d’amore, gli parliamo come se fosse una mamma che tiene per mano dei bambini, noi gli portiamo un fiore per gratitudine.
E poi c’è la Milano della delinquenza, quella che sta facendo parlare di sé, la poca sicurezza, e la illustriamo con il racconto di Tino, la testimonianza di uno che è stato davvero un gangster, ma a differenza della delinquenza odierna, all’epoca essere un po’ delinquenti come era lui, lo si faceva un po’ alla Robin Hood, rubava ai ricchi per poi dare ai poveri del quartiere, c’era un po’ di etica. Insomma cerchiamo di raccontare queste contraddizioni, il tanto bello e il tanto brutto, e facciamo un po’ di cronaca con quel racconto. È una città molto viva, contaminata da tutto ciò che è immigrazione e da tutti i grandi eventi della cultura e della comunicazione, ci sentiamo cittadini del mondo, e dove puoi trovarti a toccare il cielo con un dito e ritrovarti all’inferno dopo un secondo.
Tutto questo riguardo ai testi dell’album, ma dimmi anche dell’aspetto musicale, e come si è svolto il processo di composizione dei brani.
La composizione dei brani è una cosa che ho curato io; sono nate prima le idee, ho cercato da subito una tematica, e in questo caso Tino Stefanini mi ha dato veramente l’ispirazione, quella di fare un viaggio nel passato e andare in un preciso periodo storico. Questo significa andare alla ricerca di un certo taglio sugli argomenti piuttosto che descrivere semplicemente ciò che viene raccontato, e questo l’abbiamo fatto anche da un punto di vista sonoro, nel senso che siamo stati abbastanza lontani da tutto quello che è suono odierno, abbiamo cercato di lavorare proprio sulla ricerca sonora, un certo taglio di ritmica, un certo suono di rullante, un certo suono di amplificatore di chitarra, di sintetizzatori, per restare veramente fuori da quello che è il suono dell’ultimo momento. Questo non vuol dire che sia un album che suona ‘vecchio’, ma che abbiamo cercato di ragionare per sensazione, quella di fare un viaggio nel tempo, con pennellate di colore anni ’70, mentre altri suoni sono quasi futuristici.
Abbiamo lavorato tantissimo per scaldare il suono, facendo una grande ricerca sull’aspetto musicale, e cercando di fare in modo che la musica fosse una buona base, solida ed emotiva, per appoggiarci sopra i testi e aiutare l’ascoltatore a vivere una determinata sensazione. L’album è stato realizzato in maniera molto tradizionale, quindi con degli strumenti veri, con pochissime cose virtuali, se non qualche plug-in per rendere il suono migliore da un punto di vista della resa sonora, sul grande consiglio di Enrico Rovelli, che ci accompagna in questo viaggio, che è stato il grande produttore dei più grandi. Invece per l’aspetto creativo e di direzione artistica, ci ha dato una grande mano Stargaze Produzioni, che ci ha permesso di realizzare questo grande lavoro, aiutandoci a trovare proprio le cose che volevamo.
Qunidi ora state preparando la dimensione live per l’album?
Sì, ma è semplice, perché per realizzare la nostra musica già in fase embrionale la pensiamo per suonarla dal vivo. Quindi cerchiamo di essere molto essenziali per fare in modo che poi l’ascoltatore non trovi un suono diverso rispetto al disco. Quindi l’album è nato già con una visione live, veramente live. Sì, perché quando metto a terra l’idea, la condivido con il resto della band e poi iniziamo non dallo studio ma dalla sala prove, dove cerchiamo di trovare la giusta ispirazione sonora. C’è un grande confronto artistico, poi quando abbiamo trovato la giusta dimensione entriamo in studio e partiamo con le registrazioni. Questo approccio l’abbiamo assorbito dai grandi musicisti, perché abbiamo avuto la fortuna come band di lavorare con tantissimi artisti italiani e internazionali. Questo modo di lavorare fa sì che le canzoni siano veramente coerenti con quello che stiamo facendo. Sicuramente abbiamo cercato di dare il meglio di noi. Abbiamo cercato di essere leali, sinceri, zero ego in tutto quello che facciamo, per arrivare direttamente al cuore.
Allora, approccio compositivo in sala prove, approccio di ricerca in studio, sonorità che richiamano anni ‘70-’80: non posso non chiederti quali sono i tuoi riferimenti musicali!
Ce ne sono tantissimi. I MotelNoire sono nati nel 1999, quindi è tanti anni che siamo in giro, ma già allora ognuno di noi aveva già lavorato in qualche disco come turnista, aveva già fatto qualche tour con qualche nome importante. Quindi arriviamo tutti da un percorso di studio personale, di grande e profonda ricerca, ma anche proprio di ascolto. Per esempio io ho lavorato tantissimo a Londra con Gary Wallis che è stato il percussionista dei Pink Floyd, e negli Stati Uniti con Chris Gehringer. Arriviamo tutti da un’estrazione musicale molto internazionale. Io come chitarrista amo tantissimo Jeff Beck, David Gilmour, però mi piace molto anche il Cantautorato, su tutti Bob Dylan, il Country, l’R&B, e tutto il cantautorato italiano degli anni 60-70, che ci h ispirato tantissimo nei testi. E cerchiamo anche di tenerci aggiornati. Il fatto di ascoltare così tanta musica e di collaborare con tanti musicisti ci permette anche di non avere dei pregiudizi verso nessuno dei generi musicali. Infatti in “MalaMilano” c’è molto mash-up tra la musica tradizionale, il Rock, il Cantautorato e anche il Rap, però rivisitato da dei rockettari come noi, è veramente un miscuglio di sensazioni, di generi e ha anche un taglio un po’ cinematografico, perché, ascoltando alcune canzoni e chiudendo gli occhi, sembra proprio di vivere delle immagini.
Dopo lo showcase a Milano, avete in programma un tour?
Sì, noi siamo sempre stati una band che ha sempre preferito fare live che stare in studio. Siamo una band nata sui palchi, e quindi il senso di suonare è proprio quello. Perché quando si fanno dei concerti si conosce un sacco di gente, si parla con le persone, si fanno dei viaggi, quindi per noi il tour è un contenitore di esperienze. La dimensione dei nostri live non è mai un’esibizione, è più uno scambio di energia con le persone presenti. Quindi stiamo pianificando, non solo un tour ma piuttosto un festival, che partirà dall’Italia e dovrebbe spostarsi poi anche all’estero, dove i concerti sono ancora un momento di aggregazione. Purtroppo questa cosa sta un po’ andando a scemare in Italia. Tra l’altro noi parliamo anche dell’impatto che l’intelligenza artificiale ha sulla musica, in generale che la tecnologia che ha sulla musica, e il distacco che si sta creando con gli ascoltatori. Con il fatto che tutto sta diventando sempre più virtuale, si sta perdendo proprio la divisione del live, nel senso che tutti vogliono fare tutto subito, tutti vogliono pubblicare, fare di numeri, sbancare sulle piattaforme di streaming, e poi vogliono andare subito tutti a fare il concerto. Non nel club, ma allo stadio! E purtroppo i numeri tra ascolti e ascoltatori non combaciano. La verità è questa, quindi si sta perdendo invece il contatto diretto con le persone, che è la cosa più bella dei medio-piccoli club, è da lì che nasce la musica. A noi ci interessa proprio tanto questo aspetto, il club è una dimensione meravigliosa.
Ovviamente ai vostri live si potrà trovare il vinile di “MalaMilano” al merch, giusto?
Esattamente, noi partiremo il 16 maggio con questo live meraviglioso, ce la metteremo tutta per fare una cosa fatta bene, dove accoglieremo tutti gratuitamente, e lì metteremo in vendita il vinile, che è qualcosa di tangibile, che puoi portare a casa per scoprire il grande lavoro che c’è dietro un album, la cura nel costruirlo, nello stamparlo, nelle grafiche, insomma noi stiamo cercando di riportare questo bellissimo messaggio, perché un disco è come un quadro, un disco è come una scultura, è come una fotografia, è un qualche cosa che si ha per sempre. Guarda, io la musica fisica la vedo come una buona bottiglia di vino rosso, che ti vai a scegliere, che lo cerchi nella tua cantina, che lo acquisti, poi lo bevi in una buona occasione, lo apri, lo lasci respirare, e poi, se ti è piaciuto, conservi anche la bottiglia.
Articolo di Francesca Cecconi
