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OvO Intervista

Power duo dal percorso creativo fatto di contrasti elettronici e un’etica DIY incrollabile

Gli OvO festeggiano il quarto di secolo di carriera con il loro ultimo lavoro “Gemma” (la nostra recensione), un album che trasforma il fango del presente in preziosa materia sonora. Stefania Pedretti e Bruno Dorella ci guidano attraverso un percorso creativo fatto di contrasti elettronici e un’etica DIY incrollabile.

Torniamo per un attimo indietro nel tempo: il vostro sodalizio artistico risale alla fine degli anni Novanta nel contesto dei centri sociali milanesi, un ambiente particolarmente favorevole all’espressione artistica. Cosa ci potete dire di quei giorni?
È una cosa a cui pensiamo molto in questo periodo. C’era un fermento politico e artistico pazzesco, una coesione tra posti, band e pubblico che purtroppo oggi si è persa. Certamente perché si è persa molta coscienza politica nell’ambito musicale, perché i posti sono sempre meno, perché internet invece di darci maggiori informazioni per uscire ci tiene in casa… ma soprattutto perché i concerti costano troppo. Piattaforme di ticketing, la ricerca ossessiva del sold out in prevendita, i promoter che guardano i numeri su Spotify prima di farti suonare… fa tutto male. Un concerto degli OvO nelle grandi città costa ormai 15-20 euro. Ma i nostri cachet sono gli stessi di quando ne costava 5. Non esiste. Non dovrebbe essere così. Sono aumentate tutte le spese corollarie, che strangolano i locali, i gruppi e il pubblico. Quando suoniamo negli squat a 5-10 euro, o in locali con un prezzo d’ingresso più economico, ci sembra di respirare, c’è più gente, più atmosfera, ritroviamo un po’ quel clima. Ma purtroppo gli squat sono rimasti pochi in tutta Europa.

Come funziona il vostro processo creativo? Componete insieme jammando oppure lavorate sulle rispettive idee separatamente per poi trovare un campo di gioco comune?
Bruno: All’inizio lavoro molto da solo, pre-producendo basi e idee, che poi proviamo insieme a Stefania per vedere cosa funziona e cosa no. Quando arriviamo in studio le mie parti sono più o meno chiare, e Stefania crea o sviluppa le sue. Poi alcuni pezzi nascono direttamente in studio. Sono quelli più immediati, tipo “Stagno” o “Iridio”. Sono uscite di getto e ci sono subito piaciute.
Stefania: Per quel che riguarda la mia parte di chitarra e voce, ci sono proprio due tempi diversi, con la chitarra comincio a comporre insieme a Bruno quando ci troviamo ad abbozzare i pezzi, con la voce solitamente creo invece direttamente in studio. Anche le parti vocali create nelle prove, spesso vengono riviste e stravolte in studio. Diciamo che solo qui riesco a immergermi in quell’atmosfera che mi serve per riuscire a creare le voci, quando le parti strumentali sono già registrate e “definite”: forse riesco a dare il meglio di me perchè alla fine in studio si deve un po’ “performare”, proprio come in un concerto.

La tracklist di “Gemma” si legge come una tavola periodica, con i titoli dei brani che seguono il filo conduttore degli elementi chimici, dei metalli e dei minerali. Mi piacerebbe approfondiste questa caratteristica in relazione alla musica presente sull’album.
Stefania: Con questo album ci tenevamo particolarmente a dare un senso di rinascita, di “semina”. Esprimere un senso di gioia e speranza verso il futuro in un momento molto complesso e cupo, sia a livello personale che collettivo. Far capire che tutto è connesso e tuttə siamo connessə con gli elementi che compongono la natura circostante, il terreno, l’etere, l’acqua, ma anche il corpo umano. Quindi ho pensato ai vari elementi oltre che alle pietre, sia preziose che no. Un buon esempio di questo è proprio il titolo “Gemma”, che è sia la gemma del fiore sia una pietra preziosa; o “Stagno” che è sia un elemento chimico metallico, sia una pozza d’acqua.

“Iridio” sembra puntare il dito contro un contesto sociale incapace di evolversi, di accettare tutto ciò che viene visto come “diverso” in qualche modo, è corretto? Vorreste approfondire?
Stefania: È proprio così, visti i tempi, ho sentito la necessità di fare un pezzo con un testo semplice e d’impatto, che sproni le persone a unirsi e lottare insieme contro il sistema e contro il patriarcato.

È molto interessante nel vostro nuovo lavoro, a mio avviso, la commistione tra le parti di batteria acustica, minimaliste, asciutte, con i beat sintetici, che portano il groove in territori inaspettati. Bruno, come ci hai lavorato? E come vengono integrate nei live queste sonorità?
Bruno: È un processo iniziato nel 2013 con “Abisso”, quando ho iniziato a integrare l’elettronica nel mio set di batteria. Sin dall’inizio ho pensato che nel tempo questo elemento avrebbe dovuto prendere più spazio, e gradualmente è successo. “Gemma” segna sicuramente un passo importante in questa direzione, ma non credo sia finita qui… dal vivo ricreo tutto con una Roland SPD-SX, che trovo uno strumento davvero ottimo, direi anzi indispensabile. Mi fa piacere che tu abbia trovato inaspettate le direzioni suggerite dell’elettronica: lo scopo è quello.

Siete un power duo: quali sono i pregi e i difetti di avere una formazione così ridotta? E come mai negli OvO funziona così bene?
Bruno: L’unico difetto di essere un duo è che nei festival ci mettono spesso sul palco piccolo perché occupiamo poco spazio. Per il resto solo pregi, non ultimo l’ottimizzazione di costi ed esigenze, che ha reso sostenibili i tour degli OvO negli anni. E funziona così bene proprio per questo. Spese sostenibili, tante date (ben oltre le mille), tanta esperienza, poche pippe. Mettiamoci anche che in due non ci può essere l’anello debole che c’è in ogni gruppo, quello che si tira indietro, che non fa nulla ma si lamenta… in due c’è spazio solo per chi ci crede.
Stefania: Funziona così bene anche per l’empatia che c’è fra noi e quella capacità di ascoltarsi, conoscersi e fidarsi dell’altro che permette sia la nascita dei nostri album, che la semplicità nell’organizzazione dei tour, oltre che la vita durante il tour in sé. Rende anche speciale la creatività della nostra musica, perché entrambi portiamo nella composizione le influenze dei nostri personali interessi, fascinazioni e ascolti del momento (io e Bruno siamo molto diversi in questo). Da questi contrasti, diversi ma perfetti, nasce il nostro cocktail musicale.

Il 19 febbraio partirete per una serie di date in Messico, una terra che vi ha accolto con calore fin dagli inizi del vostro percorso musicale: cosa rende così affine il pubblico messicano con la musica degli OvO?
Bruno: Siamo stati lì per la prima e unica volta 20 anni fa, ci siamo trovati veramente a casa. Il pubblico rispondeva bene, c’era voglia di musica dal vivo. In più io avevo comprato la maschera di un luchador molto popolare, El Rayo De Jalisco, e non mi aspettavo che la gente andasse in delirio per questa cosa, non sapevo neanche chi fosse, mi piaceva solo la maschera, e alla fine dei concerti tutti gridavano Ra-yo, Ra-yo… Ora però è passato tanto tempo, noi siamo un gruppo diverso e il mondo è cambiato, siamo curiosi di vedere come verremo accolti.

Articolo di Alberto Pani

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