Francesco Pergola, eclettico cantautore e compositore, si avvicina alla musica da giovanissimo, iniziando la sua carriera come DJ. Nel 2019 attira l’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori nel mondo del clubbing, e da quel momento si afferma come DJ e producer, esibendosi nei principali club italiani ed europei, spesso al fianco di nomi di riferimento della musica elettronica. Nel 2023 sceglie di intraprendere un nuovo percorso creativo: abbandona il mondo del clubbing per dedicarsi a una scrittura più intima e alla ricerca di un sound contaminato, che rifletta la fusione dei tanti universi musicali che lo ispirano. Ora è disponibile in digitale “STREAM!” – Stream Records – il primo album dell’eclettico cantautore e compositore, registrato in diversi importanti studi di registrazione, tra cui i prestigiosi Real World Studios di Bath. È un originale equilibrio tra sperimentazione e classicismo, abbracciando sonorità provenienti dalla World Music, dall’Elettronica, dal Rock e dal Pop; nei testi un percorso introspettivo che riflette la condizione umana, intrecciando esperienze personali e riflessioni di carattere sociale. Francesco Pergola è giovanissimo, poco più di vent’anni, e non ho problemi a confessare che mai mi era capitato di intervistare un esordiente con le idee così chiare, con così tanta consapevolezza, con una visione ampia e lucida del proprio percorso artistico e del music business.
Ciao Francesco, buona estate! Buona estate a te Francesca! Per me con la promozione del disco, quindi è stata un’estate un po’ diversa.
Gli chiedo di presentarsi e di portarci dentro il suo percorso artistico. La prima cosa che mi viene in mente, proprio a bruciapelo, è che sia Francesco che Pergola coincidono nella stessa persona; mi spiego meglio: la mia vita artistica è sempre stata miscelata con quella personale, è proprio una ragione di vita, ecco, nel senso che la mia vita ruota intorno alla musica e alla produzione, quindi io mi sento artista da questo punto di vista. Poi ovviamente sta al pubblico valutare la qualità della mia arte, però io mi sento un artista nel vero senso della parola, cioè nel senso che dedico la mia vita a una determinata disciplina, in questo caso la musica. È un qualcosa di estremamente radicato dentro di me, da sempre, sin da quando ero proprio piccolino, c’è sempre stata la voglia un po’ di apparire suonando, magari esibendosi su un piccolo palco davanti a delle persone, sì, è una cosa che mi è sempre appartenuta. Arrivando alla pubblicazione di quest’album, io ho raggiunto un grande obiettivo di vita, nel senso che questa mia vocazione allo spettacolo, è sempre stata un po’ messa in sordina negli anni, soppressa, anche per il lavoro che ho fatto, ovvero il disc jokey nell’Elettronica. Quindi uscire con un disco così, che si ispira ai miei idoli, a Peter Gabriel, a Baglioni, a Michael Jackson, ai Toto, è un qualcosa di liberatorio. Quindi riallacciandomi all’inizio, sì, Pergola è un artista che vuole fare della musica la sua vita in tutto e per tutto.
Volevo proprio dirgli che sembra un forte contrasto nascere nel mondo del clubbing e passare a fare un album piuttosto raffinato, perché quello è un mondo solitamente chiuso, che nasce e muore lì dentro. Volevo approfondire questo aspetto, anche perché sicuramente, come ci ha detto, in quegli anni ha un po’ soppresso questa sua vena artistica. Hai dato una definizione esatta di quello che è quel mondo, un po’ fine a se stesso. Io ho sempre avuto determinati riferimenti artistici, e ho questi riferimenti da quando forse sono nato. Il primo concerto che ho visto in vita mia fosse un concerto di Baglioni, avevo un anno e mezzo, che ovviamente non ricordo, però sono stato cresciuto con questa attitudine alla musica, nonostante io non venga da una famiglia di musicisti, assolutamente, anche se i miei genitori sono sempre stati appassionati di musica. Ecco, il primo ricordo tangibile è quello di tutti questi DVD – ne ho una bella collezione – di live, di concerti dal vivo, di una serie di artisti che mi hanno appassionato fin da subito. Da piccolo passavo le giornate a guardare questi concerti, e di conseguenza ad imitare quello che loro facevano: Michael Jackson, Peter Gabriel, Paul McCartney, Baglioni, Eric Clapton …
Guardavo e metabolizzavo il tutto dentro di me. Quindi i miei ascolti sono sempre stati sempre solo quelli, praticamente. Poi ci fu una svolta che ero sempre piccolissimo, avrò avuto circa undici anni, perché uscì “Random Access Memories” dei Daft Punk, disco epocale, e nonostante fosse il disco meno elettronico di Daft Punk, mi ha aperto alla musica elettronica. E da lì è nata una bella ricerca, ho scoperto un mondo che io osteggiavo quando ero piccolo, perché mio padre ha sempre fatto l’imprenditore, aveva un night club quando avevo cinque, sei anni, dove si facevano feste con bella musica elettronica. Io l’ho sempre osteggiata questa attività e poi paradossalmente ho fatto anche questo mestiere. Quindi il mio è stato un percorso molto particolare che si è aperto professionalmente nel 2019, mi sono appassionato o ho indagato di più sul sound elettronico.
Mi presentai in quel mondo con un riadattamento di “Rockin’ in the Free World” di Neil Young, quindi comunque con un qualcosa che si associava alla mia storia. Quando hai 17 anni e ti ritrovi in una situazione dove puoi fare già questo mestiere subito a livello professionale, in contesti importanti, con dj importanti, dove ci sono anche delle soddisfazioni economiche in età giovanile, giustamente ti viene, insomma, di cavalcare l’onda, no? Quindi dici, vabbè, sfruttiamo questa cosa, e vediamo dove andiamo. Però lo sapevo bene che non era la mia vena, ecco. Poi, sai, in questi anni la scena elettronica ha avuto un cambiamento incredibile, è diventato tutto molto mainstream, tutto molto commerciale, proprio nelle sonorità. Insomma, si è persa un po’ quella che era l’identità di clubbing, che alla fine è un qualcosa anche di molto interessante.
Però ecco, io non sono mai stato un festaiolo, non sono mai stato un animale mondano. Non amo frequentare i club, non sono mai andato a ballare in vita mia. Per cui negli anni maturavo questo sentimento di cambiamento. Fino a che poi non è iniziato il lavoro del mio disco ai Real World, quindi negli studi di Peter Gabriel, e da lì è iniziata una svolta personale che, a prescindere da come possa andare, è iniziato un cambiamento che aspettavo da anni. Tutta la lavorazione del disco mi ha portato a realizzare già un piccolo sogno, quello proprio di fare questo tipo di musica, di chiamare determinati collaboratori, lavorare con dei grandi musicisti. Ora ho l’obiettivo di metterlo in live!
Sentir parlare con così tanta consapevolezza un artista così giovane, di solito i giovani non sanno dire cosa stanno facendo e dove vogliono andare, mi stupisce. Gli chiedo com’è nata la possibilità di registrare a Bath, quanto tempo aveva già lavorato sulla costruzione dell’album e quanto lavoro aggiuntivo è stato fatto in studio con i musicisti e con il produttore. Andare in quegli studios prestigiosi che rappresentano la sperimentazione, la musica raffinata, di qualità; ma soprattutto Francesco Pergola è andato a registrare, perché purtroppo ormai i giovani prendono Cubase, prendono Sumo, prendono neanche un iBook, basta un PC, e la musica è fatta. Quindi è questo sorprendente da parte sua. Allora, la storia è questa. Io ero nel pieno appunto della carriera nell’Elettronica, ero in un periodo in cui avevo grandi margini di crescita, poi ero giovanissimo, avevo 19 anni. Non che adesso sia vecchio decrepito (sorrido, ha solo 23 anni!), però ero ancora più giovane, ecco. E avevo questa voglia di provare a fare del materiale nuovo, semplicemente delle cose diverse da quelle che facevo, dedicarmi ad una forma più autoriale. Avevo fatto dei piccoli esperimenti durante il Covid, però, insomma, c’era tanto da lavorare, tanto da migliorarsi, ecco. Per cui, io mi ricordo, feci il mio esame di maturità e scrissi una primissima demo strumentale di quella che poi sarebbe diventata il brano “Dove il sogno va”. Avevo questo materiale, più altre cose, altre idee, finché si presenta un’occasione, e decido di andare ai Real World per fare musica, vedere che realtà potesse essere, e cercare anche, sai, di calcare un po’ le orme di Peter Gabriel, il mio mito, proprio uno dei miei riferimenti massimi. Anche “Oltre” di Baglioni, che è il mio disco preferito in assoluto, è stato registrato lì.
Volevo capire quella realtà di contaminazione, di sperimentazione, e avevo il desiderio di approcciarmi a una metodologia di lavoro internazionale, quindi uscire da determinate dinamiche legate alla musica italiana, e andare verso un mondo completamente diverso, un modo completamente diverso di fare musica. Per cui è iniziata questa esperienza, che è durata circa una settimana, a fine novembre del 2021, e lì ho conosciuto tantissime persone, tanti ragazzi che registravano, quindi mi sono ritrovato in una situazione molto conviviale, e poi lì, sai, c’è uno scambio continuo con le persone che sono in studio.
Ci sono tre sale di registrazione ai Real World Studios, una persona sta in una sala, un altro sta nella big room, un altro magari sta nella food room e a pranzo ci si incontra, si parla, si chiacchiera, e poi ci si trova anche a lavorare assieme in qualche modo. Ci sono quindi delle persone che hanno anche contribuito al mio disco, come io ho dato una mano ai loro lavori, e tra queste appunto c’è Chris Hughes, che è il produttore storico di “Songs from the Big Chair” dei Tears for Fears. E lui, ascoltando qualche piccola demo che avevo, mi ha detto ‘se vuoi ti posso aiutare, secondo me qua c’è questa traccia’ – che era appunto la traccia originale di “Dove il sogno va” – ‘che può essere portata ad un nuovo livello’.
Mi ha dato la possibilità di fare il produttore, mi ha detto ‘tu devi fare il produttore, devi fare questo nella vita, quindi devi capire come si fa questo mestiere’. E quindi mi ha svelato un po’ di alcuni segreti, degli strumenti per fare questo, raccontandomi alcune cose della sua esperienza. E ho capito che la prima da valorizzare cosa sono le risorse umane, quindi il rapporto con i collaboratori. Senza i giusti collaboratori, non vai da nessuna parte, non fai quello che vorresti fare, non ci arrivi. Questo disco, senza l’ausilio dei cinquanta e più collaboratori, chi più chi meno, che ci hanno lavorato, non sarebbe uscito in questo modo. Sicuramente ho il merito della composizione, della creazione, dell’ideazione, ma la concretizzazione è stata fatta con i musicisti, quindi senza di loro questa cosa non avrebbe senso.
Questo bellissimo viaggio è durato dal 2021 fino ad oggi, un passaggio dalla solitudine alla moltitudine, quindi da un percorso di grande solitudine nella scrittura fino ad arrivare all’incontro, e alla produzione, alla realizzazione dell’album. Ai Real World Studios c’è stato questo input fortissimo e questo modo di vedere il lavoro molto diverso, io ho cercato di far mio tutto quello che ho imparato lì, quindi questo approccio Brit, anglosassone, e di portarlo nella mia musica. Infatti io credo che questo sia un disco che con l’Italia in generale non ci azzecchi nulla, se non per i testi; solo per la lingua, perché io reputo l’italiano meraviglioso per scrivere i testi, insomma, è una lingua straordinaria. Però la musicalità, la radice, la matrice della mia musica sono assolutamente di influenza americana e inglese. Ti sono sincero, la canzone italiana non è nel mio linguaggio, a parte qualche mio mito musicale. Però non è tanto nei miei ascolti, in generale. I miei ascolti sono sempre stati legati alla musica anglosassone in generale.
Tra l’altro è molto bello anche il video di “Dove il sogno va”, molto intenso, e anche questa non è una banalità per un esordiente. Questo è il primo singolo perché è secondo me il più radiofonico di tutti, e ha delle sonorità anche leggermente diverse dal resto dei brani. Per il video mi ha aiutato il mio amico Angelo Giordano, che è il regista e che lavora con me da sempre. Io ho sempre musicato i suoi cortometraggi, tra noi c’è una sinergia bellissima che è cresciuta negli anni.
Gli chiedo se e quando porterà l’album sui palchi, dal vivo, con quali collaboratori, con quali tipi di strumenti. Guarda, ci stiamo pensando in maniera molto attenta. Come hai capito, questo progetto in tutto e per tutto è una completa autoproduzione. Ho deciso di investirci personalmente perché credo in un ideale preciso di musica. Credo anche nel mio territorio, io sono molto legato all’Irpinia e a tutta la zona che comprende la provincia di Avellino; ci tengo a investire qui e a fare dei progetti che possano partire da qui per poi andare fuori. Quindi il primo grande concerto che voglio fare voglio che parta da qui. Mi piacerebbe farlo a teatro e riuscire a creare un contesto che sia anche da show, nel senso di dare anche un forte impatto visivo, ma soprattutto costruire tutta questa cosa attorno alla qualità audio. Voglio dare il massimo su questo perché io credo sia la prima cosa sulla quale investire.
Oggi se ne parla poco di questo, no? Io credo che la qualità audio sia la prima cosa alla quale bisogna pensare quando si fa un live. A prescindere da dove si faccia, lo puoi fare anche a casa tua, ma la prima cosa è costruire tutto attorno all’audio. Partendo da quello, si costruisce tutto l’apparato illuminotecnico e tutto quello che riguarda la spettacolarità dello show. C’è l’obiettivo concreto di realizzare questo tipo di concerto. Voglio includere la mia band, batteria, basso, chitarra, tastiere, batteria, basso, chitarra, voce, tastiere aggiuntive, chitarre da parte mia e due coriste. Ho scelto tutti i ragazzi talentuosi e giovanissimi, del territorio. Hanno partecipato anche al disco, anche se il disco ha formazioni diverse quasi per ogni brano, ci sono dei guest come Simon Phillips, Lenny Castro, Chris Hughes, Tony Franklin, Ted Jensen, e altri. Per parlare poi di un tour nei teatri devo trovare promoter interessati, non è facile. Ma assolutamente voglio che il live possa essere all’altezza di quello che ho voluto esprimere col disco, che suoneremo per intero, anche se di repertorio ci sono solo questi dieci brani. Ti svelo che io non sono un amante delle cover, però una dovremo farla, magari di Prince (un altro dei miei riferimenti), sarebbe bello farla, qualcosa che spacca.
E anche in questo Pergola è inusuale, perché i giovani artisti, quando escono dal primo lavoro, poi vanno dal vivo, fanno cinque canzoni dell’album, le altre non sono riuscite a ri-arrangiarle, e quindi l’altra metà del concerto sono cover. Ci mettiamo a chiacchierare di album di cover fatti da varie star della musica, soffermandoci su un album che mai ma proprio mai pensavo che una giovanissimo potesse aver ascoltato (Dolly Parton “Rockstar”). Lei è una leggenda in America, mitica!
E quindi mi incuriosisce sapere quali non i suoi tre dischi della vita. A 23 anni, nato e cresciuto nel mondo della musica liquida, dell’auto-tune, dell’AI. Ahhh difficile! Dei miei artisti del cuore amo tutto, ma diciamo: “So” di Peter Gabriel, perché contiene “Sledgehammer”; “Oltre” di Claudio Baglioni, quello del periodo dov’era contaminato proprio da Gabriel con la collaborazione di Tony Levin, Pino Palladino, Steve Ferrone, tutti questi miti della musica; e ovviamente “Thriller” di Michael Jackson! Però vorrei portarmi anche “Toto IV”, e “Night Moves” di Bob Seeger, ce ne sono talmente tanti che adoro.
E il titolo dell’album “Stream!” non sta per streaming, he. Sta per flusso, e il punto esclamativo è necessario. Ribadisco che è veramente difficile trovare un giovane artista così veramente presente dentro la musica suonata e vera. Ti ringrazio, Francesco. Avanti tutta.
Articolo di Francesca Cecconi
