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Pier Bernardi intervista

Nuovo singolo per il noto bassista emiliano

La carriera artistica di Pier Bernardi, noto bassista e polistrumentista, è costellata da numerose collaborazioni con artisti di fama nazionale ed internazionale, ma tanti sono i suoi progetti musicali personali. Lo intervistiamo in occasione dell’uscita del suo ultimo singolo “Say Yeah”.

Nuovo brano e video, “Say Yeah”: come è nato? Vorrei anche che tu me lo contestualizzassi come singolo, magari nella tua testa parte di un progetto più grande…
Sì, è parte di un progetto, adesso ti spiego tutto! La canzone nasce da una collaborazione che ho iniziato a fare molto tempo fa con la cantante ivoriana Prudence Holborn, con la quale avevo già pubblicato prima di “Say Yeah” due singoli, uno si chiama “Black & White” e l’altro si chiama “Eyes”. Questo terzo singolo, “Say Yeah”, è uscito il 9 febbraio, mentre gli altri erano usciti nel 2021-2022, ed è la conclusione di questa trilogia di singoli. Non c’era dietro l’intenzione di fare un classico disco, c’era l’idea di fare qualcosa di nuovo e di cantato, perché il mio primo disco, essendo io un bassista, era tutto incentrato sull’essere strumentale e sul basso come strumento principale, la ragione per cui il primo disco, “Re-Birth” uscito nel 2017, dove con me c’erano Ace degli Skunk Ananasie, David Rhodes chitarrista di Peter Gabriel, Michael Urbano alla batteria, e prodotto da Giovanni Amighetti, che è il mio produttore da tredici anni, era senza parti vocali.

Ho anche fatto altri dischi strumentali per la Nasa, quindi avevo fatto un percorso dove, nonostante io nasca come bassista rock, non avevo mai sviluppato musica con parti cantate, non avevo proprio mai provato a cantare. Anche se io so cantare, non penso di avere una voce sufficientemente bella per farlo, ma solo di essere un po’ intonato, quindi ho sempre fatto solo il corista, sia nei vari tour e dischi. Allora mi sono ho detto di provare a cercare una ragazza che possa fare questa cosa con me, cioè che scriva il testo, scriva la melodia, quindi si occupi della parte del canto, poi dopo chiamare dei miei colleghi a suonare le varie parti. La band è sempre stata la stessa, Dennis Castellari alla batteria, Giovanni Amighetti al piano, io al basso e Nicola Denti alla chitarra.

“Say Yeah”, quindi, chiude semplicemente questo mio esperimento di collaborazione con Prudence e di essermi messo in gioco come compositore non solo di musica strumentale, ma qualcosa di fatto più commerciale, commerciale però nel senso buono, semplicemente perché i brani hanno la voce, mentre le altre mie canzoni sono strumentali. “Say Yeah” è una canzone cantata sia in francese che in inglese, essendo Prudence madrelingua francese, e in più sa benissimo l’inglese. Questo a me piace molto perché, a parte che l’ho visto fare da pochissimi, o comunque quasi da nessuno in Italia, mi piaceva l’idea perché stava molto bene. All’inizio avevo qualche dubbio, invece dopo quando l’ho sentita in studio, quando ho sentito la sua voce, per me lei ha una voce magnifica, ho detto, basta, se lei è certa facciamola così. La doppia lingua stava molto meglio di quello che io mi immaginavo, era molto più originale, e abbiamo ottenuto la formula per i singoli. La canzone di per sé è molto semplice, perché parla praticamente di una ragazza che in un momento duro della sua vita chiede aiuto al suo ragazzo. In quel momento però il ragazzo che le aveva sempre detto io ci sarò quando tu avrai bisogno, che si era sempre dimostrato molto presente, invece taglia la corda, se ne va. Questa è la storia in sé, è molto semplice, però sottende a un altro significato, che è quello più di critica sociale, in cui in questi anni il successo, le grandi cose, sembrano sempre a portata di mano, quindi chiunque ormai, ragazzi, quarantenni, boomers, pensano al successo come una cosa che possa capitare a tutti, soprattutto dove non c’è nessun tipo di sforzo da fare, o comunque dove cercando la strada più corta. Io invece ho voluto dare importanza alle piccole cose che ti possono capitare tutti i giorni, non so, il sorriso di una persona, una bella giornata perché c’è il sole, quelle cose che vengono invece in questo momento decisamente oscurate, non considerate importanti, perché è invece importante guadagnare milioni, farsi vedere, avere follower.

Questa canzone usa la metafora dell’amore per spingersi a trovare un significato più alto nelle piccole cose quotidiane, vivere un po’ più tranquilli, un po’ più sereni, e anche in modo più fiducioso, perché poi le cose grandi arrivano. Ho presentato questa mia idea a Prudence e lei l’ha messa nel testo bilingue e ha tracciato la linea melodica. La musica l’ho fatta io, lei ha incastrato il suo testo dopo che ha sentito la musica, il cantato è tutta farina del suo sacco, lì non l’ho proprio aiutata per niente, solo nel concetto di quello che desideravo esprimere. Quindi a lei non ho dato praticamente nessuna regola, ma ha fatto tutto quello che pensava adatto. E così è stato per tutti i tre singoli di cui ti ho parlato.

Questa trilogia è stata spalmata in un tempo così lungo, perché tu nel frattempo hai fatto anche tante altre cose, giusto?
Esattamente, un po’ perché il concetto comunque non era facile, e anche che lei abitava lontano da me. Avevamo qualche problema logistico per lo studio, che è a Correggio, l’Esagono, molto famoso in Italia. E quindi c’erano delle tempistiche lunghe, e ognuno di noi aveva anche molte altre cose da fare. Io dirigo anche una scuola a Sant’Ilario d’Enza, che si chiama School of Rock, e occuparmi di 70 allievi non è un pensiero piccolo, bisogna impegnarsi. In più sono il direttore artistico di un paio di locali della zona, e faccio il turnista con molti musicisti noti, d’estate sono sempre in tour, con Fibra, Mengoni, Salmo e altri. In verità da quest’anno lo vorrei fare un po’ meno, non è poi così piacevole come molti si immaginano, è davvero faticoso. Sì, alla lunga stanca, tra viaggi, non dormi niente, fai il soundcheck con 40° nel pomeriggio, è una cosa che faccio da quando avevo 26 anni, e certo ti aiuta a farti un curriculum pazzesco, ma ora posso permettermi di scegliere di andare in tour solo con chi mi piace davvero.

“Say Yeah” va a chiudere la trilogia, ma tu, dopo il tuo disco solista del 2017, di cui mi accennavi, pensi poi di ributtarti anche in un secondo full lenght solista?
Certo, sicuramente, vorrei fare un nuovo disco strumentale, però non incentrato sul basso, come il mio primo, ma dove tutti i musicisti portino un grosso apporto, e sempre prodotto da Giovanni Amighetti.

Hai inciso anche un progetto per la Nasa, mi vuoi dire qualcosa?
Si chiama “Art Of Frequency” ed è un progetto di ricerca musicale e scientifica nel quale i suoni diventano parte integrante delle conferenze dell’astrofisico e ricercatore della NASA, Michele Vallisneri. Giovanni Amighetti è considerato uno dei migliori produttori di World Music, conosce tante persone nel giro musicale. Aveva un progetto che facevamo insieme per il Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, dove lavorava questo professore italiano che dette a noi il compito di fare delle musiche per dei documentari che poi sono andati in giro un po’ per tutti le televisioni in contesto scientifico. Da questo è nata l’opportunità che la NASA gli ha offerto, ovvero di fare la stessa cosa per il documentario “The Fermi Paradox. Il Paradosso di Fermi è semplicemente non possiamo esistere solo noi qui sulla Terra, ci sono altri pianeti sicuramente abitati, però di fatto non li conosciamo, questo è il paradosso. Questo disco è ultimato da cinque anni, forse anche di più, però deve ancora andare in onda, perché le tempistiche della NASA sono incredibilmente diverse dal business commerciale, cioè si mettono già a fare adesso le cose che manderanno in tv o in streaming o in qualsiasi piattaforma fra cinque anni, però intanto tu le fai adesso, in modo che loro abbiano già tutto.

Quando hai avuto l’illuminazione di voler essere musicista, qual è stato il primo strumento che hai preso in mano?
Mi sono innamorato della musica prima di suonare; quando avevo 4-5 anni ero un bambino agitato, per tenermi buono i miei mi mettevano musica perché aveva il potere di imbambolarmi e smettevo di fare dei danni in casa, quindi era come un modo per sedarmi. Io ero innamoratissimo della musica, la ascoltavo dalla radio, dalla televisione. Da ragazzino ero un giocatore di basket della Reggiana e quindi avevo la pallacanestro in testa, parliamo di quando avevo 13-14 anni; mi piaceva la musica però avevo più una simpatia che passione, poi un giorno mia mamma mi fece provare la chitarra e lì fu un dramma, proprio non riuscivo a suonare, per me era una cosa da buttare nel cammino come legna, ero frustrato, e dopo un po’ mia madre mi disse: basta se non è il tuo, abbiamo provato. Però in classe con me c’era un ragazzo che suonava il basso, e facendo a casa sua i classici compiti insieme gli chiesi di provarlo, e tutto è cambiato.  Ho lasciato la pallacanestro, mi sono innamorato del suono, è stato amore a prima vista, tanto che tornai a casa chiedendo a mia madre di comprarmi il basso, con sua grande felicità. Quando ho deciso di imparare a suonare in modo serio sono andato a studiare al CPM a Milano, ho preso il diploma, e la professione di musicista è diventata la mia vita.

Articolo di Francesca Cecconi

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