Freak your dreams/ Freak your live me la canticchio in macchina sul trafficato Grande Raccordo Infernale – altro che Anulare – mentre mi dirigo al Kill Joy dove suoneranno le Seventeen Fahrenheit (il nostro report) per presentare dal vivo il loro disco d’esordio “Freak” (la nostra recensione). Entro nel locale poco prima del soundcheck per sentire dalla loro viva voce come nasce questo gruppo, questo disco, insomma voglio saperne di più. Appena mi siedo al tavolo con loro sono travolto dalla loro simpatia e dalla loro energia. Preparatevi perché parleremo di musica e di amicizia, di provincia e di rivoluzione. Però prima lasciate che vi presenti le Seventeen Fahrenheit: Enza voce e chitarra, Annamaria chitarra, Adriana basso ed Eloise batteria, da Grumo Nevano in provincia di Napoli. Dopo otto anni di pausa e di strade diverse incontrano il produttore discografico Jex Sagristano che ha prodotto il primo album “Freak”.
Partiamo con la domanda più banale, quella con cui spesso si aprono tutte le interviste: come nasce la band?
Adriana: Noi siamo amiche, lo diciamo sempre: siamo nate come amiche, lo siamo ancora. Il nostro gruppo nasce quando eravamo preadolescenti, perché eravamo davvero piccole. Io, Annamaria ed Enza ci siamo conosciute in chiesa, nell’Azione Cattolica. Abbiamo iniziato lì a suonare la chitarra, perché tutte e tre la suonavamo. Poi ci siamo dette: Perché non facciamo una band? Perché non creiamo un gruppo? All’inizio non avevamo una batterista, non era nemmeno nei nostri pensieri. Eravamo tre chitarre! Però a casa mia c’era un basso, perché mio padre lo suonava; quindi, senza pensarci troppo l’ho preso e sono diventata la bassista. La batterista è arrivata come per miracolo, o forse per maledizione, non lo sappiamo!
Eloise: Suonicchiavo la chitarra, diciamo che le Seventeen mi hanno aiutata ad aprire questa porta della batteria. Nella stanza dove prendevo lezioni di chitarra c’era questa batteria che sembrava parlarmi e, grazie a loro, mi sono aperta a questo strumento.
Adriana: E quindi da lì abbiamo cominciato davvero a imparare a suonare tutte e quattro insieme, anche perché prima di Elo noi tre abbiamo sempre un po’ improvvisato: suonavamo in giro e ci alternavamo alla batteria.
Annamaria: Durante un’esibizione, Eloise era tra il pubblico, perché era appena diventata nostra amica è stato anche in quel preciso momento che abbiamo deciso il nome del gruppo: Seventeen Fahrenheit.
Ecco, come nasce il nome della band?
Annamaria: Il numero 17 è sempre stato sinonimo di sfortuna, di disgrazie, anche nella tombola napoletana. Invece noi lo teniamo ancora come nostro sigillo. È molto freak. Non si dovrebbe neanche dire così, “17 gradi”, forse “Fahrenheit Seventeen”, ma a noi non interessa. Ci piace che sia tutto capovolto, che sia assolutamente ribelle.
Invece il titolo dell’album? Perché “Freak”?
Enza: È difficile questa domanda, perché racchiude tutta l’essenza delle Seventeen. Il termine “freak”, se lo cerchiamo sul dizionario, probabilmente significa mostro, strano. Immagina queste quattro ragazzine, in età adolescenziale che suonavano insieme, scrivevano pezzi… Ecco, come delle freak in cameretta. Tutto questo in un paesino di pochi abitanti, per noi era la rivoluzione.
Annamaria: Che poi “Freak” è anche il nostro primo pezzo scritto.
Un pezzo che tra l’altro mi è piaciuto tantissimo, insieme a un altro.
Adriana: Poi però ci dici qual è l’altro brano che ti è piaciuto!
Annamaria: Magari non pensi che siamo le strane del paese se guardi Adriana: lei è la cheerleader, quella popolare. Ma noi abbiamo anche questo doppio lato. Nonostante da fuori si possa pensare che non siamo freak — e qualcuno ce l’ha fatto notare come obiezione — in realtà il vero freak ce l’hai dentro. In un paesino piccolo di provincia, quattro ragazze che iniziano a suonare uno strumento è già un gesto molto freak. Non ci siamo mai identificate nel fatto di essere una band femminile: non è questa la cifra della nostra identità. Certo, oggi siamo molto consapevoli di quello che abbiamo intrapreso e abbiamo anche gli strumenti concettuali per mettere a tema questo fatto, abbastanza rivoluzionario soprattutto per gli anni in cui abbiamo iniziato. Ora è diventato anche un motivo di rappresentanza rispetto a una minoranza, che sono ovviamente le donne nel campo della musica. Noi però non ci identifichiamo specificamente in questa cosa: vogliamo semplicemente fare musica, perché ci troviamo bene insieme e siamo delle freak.
Quali sono le influenze musicali maggiori che avete?
Eloise: Sono diverse, però diciamo che siamo cresciute più o meno con gli stessi gruppi.
Adriana: Chiaramente, crescendo cambiano un po’ le influenze, i gusti e così via, però se dobbiamo citare dei nomi ce li abbiamo ben presenti, tutti quanti.
Eloise: I Green Day, i Sum 41, ma anche i System of a Down.
Enza: I My Chemical Romance e un po’ tutto quello che passava anche su MTV, che guardavamo con ammirazione.
Adriana: Prima vedevamo i video delle canzoni di questi gruppi. Non c’era Spotify, forse a malapena YouTube. Non siamo così vecchie, ma comunque siamo millennial, e vedere quei gruppi, sentire quella musica, ci ha ispirato tantissimo.
Annamaria: Questo, ovviamente, per quanto riguarda la parte di disco scritta anni fa. Poi ci sono due pezzi che abbiamo scritto in quest’anno e mezzo, da quando abbiamo ripreso a suonare: “Bloody Rain” e “Ghost Dogs”. In questi si sentono nuove influenze, che vengono dal coacervo di ascolti che ci hanno permeato negli anni in cui non abbiamo suonato insieme. Personalmente, forse da piccola ero molto influenzata chitarristicamente dai chitarristi di punta dell’epoca, come Frusciante o Morello: involontariamente erano queste le influenze, perché erano gli anni in cui si suonava. Oggi posso dire, dopo aver ascoltato anche altro — Post Punk e Math Rock — che il gruppo che mi influenza di più sono i Sonic Youth. Sono la band che, chitarristicamente, mi ha influenzato di più.
Ok, allora visto che parliamo di canzoni… arriviamo ad “Apple, Apple, Banana & Coffee”. Da dove viene il titolo? Credo provenga dal film di Pierino. (Applausi da parte delle Seventeen)
Eloise: Vado a prendermi una birra!
Enza: Devi sapere che non tutti ci arrivano: probabilmente non guardavano la TV, non facevano zapping. Il balletto del film mi ha ispirato tantissimo, è nata proprio così, effettivamente. Il brano ha voluto rappresentare questa banana che è un po’ l’emblema della rivoluzione. Nel testo, uno dice alla mamma: mamma, basta, sono troppo figo per questo posto, voglio uscire e fare quello che mi pare. Probabilmente era il mio desiderio di farlo a Grumo Nevano (paese di origine del gruppo n.d.r), non lo so. Però è un po’ la rappresentazione dell’esplosione, del ma sì, facciamo quello che vogliamo, usciamo, facciamo le freak, e balliamo sui problemi e sui commenti altrui.
Adriana: C’è una parte in cui, quando esplode il pezzo, gridiamo: I Kill Banana! / I Kill Banana! È la gente che insegue gridando “ti uccidiamo”, forza corriamo dietro a quello strano. Penso che ognuno di noi si sia sentito Banana Benson nella vita. C’è soprattutto, di base, la provincia, perché il luogo in cui siamo cresciute forgiando quello che siamo, la nostra identità musicale e ciò che esprimiamo. E quindi dobbiamo anche esserle grate.
Enza: Probabilmente, se non avessimo sentito l’esigenza di evadere, non ci sarebbe stata la scrittura.
Annamaria: Siamo contente di venire dal Sud Italia, dall’emergenza sociale che c’è, e che porta anche a produrre tanta musica.
State portando il vostro album in giro per l’Italia proponendolo dal vivo. Che accoglienza state ricevendo?
Eloise: Positiva! Le date che abbiamo fatto finora sono state tutte molto positive. Ci siamo divertite tanto e anche il pubblico si è divertito tanto. A Milano abbiamo fatto pogare, e dicono che lì la gente non poga mai… invece hanno pogato!
Enza: Vediamo stasera a Roma! Ci stiamo divertendo: mentre da piccole vivevamo tutto con l’ansia di fare un’ottima performance, oggi ovviamente vogliamo suonare bene, ma lo viviamo come una vera e propria liberazione, un divertimento puro. Questa cosa è arrivata a tutti: a Milano, a Salerno, a Napoli… speriamo anche stasera! Continueremo così, perché è la scia che vogliamo seguire.
Avete progetti a breve termine o per il futuro?
Enza: Il secondo disco.
Annamaria: Abbiamo già un sacco di bozze di pezzi nuovi: abbiamo ricominciato subito a scrivere. Ci siamo rimesse all’opera e ha funzionato, quindi ovviamente vogliamo continuare con Jex e Ciro della Soundinside records, che ci stanno seguendo. Questa cosa ha cambiato molto le sorti della band: quando abbiamo ripreso a suonare forse, senza un’etichetta, avremmo semplicemente registrato un disco con i pezzi vecchi, più come un ricordo felice di quegli anni. Invece ora abbiamo una vera progettualità.
Eloise: Sarebbe stato un po’ più difficile, secondo me, fare quello che stiamo facendo adesso. Avremmo comunque suonato, ma non così spesso, con questa continuità e con altri progetti. Siamo state fortunate, secondo me.
Adriana: Ora però dicci qual è l’altra canzone che ti piace.
Dopo “Freak”, l’altro brano è stato “Apple, Apple, Banana & Coffee”.
Adriana: Ti hanno particolarmente colpito e ti sono entrati in testa?
“Freak” da subito, dal primo ascolto!
Enza: Bello, ci fa piacere, grande! È strano sentire “Freak”…
Annamaria: “Freak” sei il primo a dirlo, per quanto mi riguarda. Molti dei nostri amici e fan conoscono “Freak” da quando erano piccoli. Pensa che è un pezzo che abbiamo scritto all’inizio, è un pezzo vecchio. L’altro giorno ho incontrato un amico… beh, amico… diciamo un fan di vecchia data, che aveva “Freak” sull’iPod, la primissima versione, e la sapeva a memoria.
Adriana: Esatto. Ci sono anche altre versioni, perché con il tempo cerchi di capire la potenzialità del pezzo e di farlo uscire in modo diverso. All’inizio magari facevamo solo cover, e “Freak” era l’unico nostro inedito, quindi lo portavamo sempre. Finivamo i concerti con “Freak”, sempre. Non si chiudeva un live delle Seventeen senza suonarla. Per noi è un motivo d’orgoglio: “Freak” racchiude tutto, è il nostro grido.
Adriana, a Eloise: Fagli vedere il tatuaggio che hai. (Eloise mostra il tatuaggio “FREAK” sul petto)
Adriana: Proprio lì, da dove parte il respiro. Da dove parte il respiro partiamo noi.
Annamaria: Comunque noi siamo questo: quattro amiche e un paio di jeans.
Voi siete tutte della provincia di Napoli?
Enza: Sì
Adriana: Noi tre (Enza, Annamaria e Adriana n.d.r) abitiamo a cento metri di distanza. Gesù Cristo ha detto: “Le devo mettere là, perché si devono trovare!”
Annamaria: Nella provincia non ci sono molti luoghi di aggregazione. Fondamentalmente ci vedevamo in chiesa, che organizzava corsi di chitarra gratuiti. E così abbiamo iniziato a strimpellare la chitarra classica. Lo diciamo sempre perché, di fatto, era il nostro punto di aggregazione.
Enza: Poi è cominciato a diventare anche casa tua, Annamaria.
Annamaria: Casa mia è stato il luogo della cultura alternativa. La promozione di un altro tipo di vita. Nei miei festini facevo un’attività culturale e ne sono molto fiera.
Adriana: Le prime volte.
Annamaria: La prima bevuta.
Enza: La casa delle prime volte.
Adriana: Da Napoli venivano fino in provincia per le feste a casa tua.
Annamaria: Una mia amica, incontrando delle persone di Sorrento, chiedeva: Dove andate? E loro: Alla festa di Annamaria!
Enza: Anzi, sei invitato alla prossima festa!
Annamaria: Le Seventeen Fahrenheit fanno parte di tutto questo. Siamo state un po’ il fulcro di tutta questa movida provinciale che si perpetrava senza una precisa direzione. Abbiamo cercato, forse, di cambiare un po’ le cose.
Volete aggiungere qualcosa?
Enza: Diventate dei veri freak! Ormai non è più scontato che qualcuno acquisti i dischi e vada ai concerti di musica inedita.
Adriana: Comprate il disco! Supportate la musica emergente. Andate ai live, toccate la musica con mano, con gli occhi e con tutto.
Ora tocca a me dire la mia. Chiunque abbia mai imbracciato una chitarra o pestato su una batteria da adolescente sa di cosa stanno parlando: quella voglia di ribellione, di spaccare tutto, di dire la propria e urlarlo con la musica, le Seventeen lo incarnano alla perfezione. Ma sapete una cosa? Questa voglia sta morendo, schiacciata sotto le suole di eserciti di tribute band che riempiono i locali a suon di cover. La rivoluzione parte dal basso, dai piccoli gesti, dalle piccole scelte di tutti i giorni. E tu, sì, proprio tu che stai leggendo questo pezzo, puoi fare la tua parte. Puoi alimentare la fiamma della musica vera, di chi ci crede davvero, semplicemente sostenendo la musica emergente. Non lasciare che quella fiamma si spenga.
Articolo e foto di Daniele Bianchini
