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Sick Tamburo intervista

Il sound del nuovo album si sviluppa lungo chitarre distorte, synth sequencer e sezioni ritmiche più distese

“Non credere a nessuno”, il nuovo disco dei Sick Tamburo, il sesto di inediti della formazione, è uscito il 21 aprile per La Tempesta Dischi, l’etichetta discografica fondata dai Tre allegri ragazzi morti. È il primo disco senza Elisabetta Imelio che con Gian Maria Accusani nel 2007 aveva creato la band di cui è stata la cantante. Insieme, avevano già condiviso il progetto dei Prozac+ che negli anni ’90 ha segnato una svolta nella scena post rock italiana. In dieci anni di storia musicale, i Sick Tamburo hanno guadagnato uno spazio importante nella scena indie italiana, esprimendo un linguaggio che fonde la sensibilità della scrittura di Accusani e il sound proprio dell’alternative Rock. Il nuovo disco della band racchiude diverse esperienze di vita, in un’alternanza di momenti leggeri e altri più intimi e malinconici ma affrontati con consapevolezza. A tenere insieme le dieci tracce del disco è il sound che si sviluppa lungo chitarre distorte, synth sequencer e sezioni ritmiche più distese. L’album è stato anticipato dal singolo “Per sempre con me” che vede la partecipazione di Roberta Sammarelli dei Verdena. Ne parliamo con Gian Maria Accusani.

Com’è nata questa collaborazione, intanto?
Io e Roberta siamo amici da tanto tempo e durante il lockdown ci siamo risentiti più spesso. Abbiamo gusti comuni, io avevo un pezzo di cui non ero convinto gli ho chiesto cosa ne pensasse. A lei è piaciuto, lo ha cantato con me ed è nato “Per sempre con me”. Avevo bisogno di una voce femminile, e con Roberta condividiamo un retaggio molto simile, una tendenza comune verso certe sonorità. Siamo molto simili, ci piacciono gli stessi pezzi, è una “roba” molto sottile.

Se dovessi indicare un motivo che lega tutti i brani del disco?
Questo disco consolida il lavoro fatto con i Sick Tamburo dagli inizi. Ogni brano è un viaggio dentro l’esistenza umana, ogni canzone è una tappa obbligata che tutti noi affrontando la vita dobbiamo attraversare: delusioni, dolori, deviazioni, abbandoni, vicinanza a cose pericolose. L’ultima tappa è il commiato dalla vita. Arriva alla fine di una sorta di via crucis in maniera implicita. In tutti i pezzi parlo di perdite, ho sempre trattato quei temi.

Qual è il messaggio del titolo del disco?
Inizialmente doveva essere “Fino a farcela”, quarta traccia del disco ma “Suono libero” ha nel ritornello la frase scelta per il titolo: non credere a nessuno. È una sorta di bandiera, un messaggio che sento molto mio. Sono sempre contento di ascoltare chiunque e con grande interesse ma per credere a qualcosa non basta sentirsela raccontare. Il senso è: ascolta tutti ma perché sia vera una cosa devi provarla a te stesso, se è semplice, devi andare dall’altra parte. Io la verità devo introiettarla dentro. L’intera mia vita è alternarsi tra queste due situazioni che sperimento e alla fine dico di no a me stesso anche quando ero quasi convinto. L’esempio della religione è calzante: si nasce in Italia col cattolicesimo già addosso e in qualche modo cresci non quelle idee che ci vengono affibbiate. Io ho persino fatto il chierichetto. Dobbiamo capire che non possiamo essere il risultato delle idee degli altri.

Avete iniziato con delle maschere, poi siete stati riconosciuti. Perché ancora usate dei passamontagna?

Ci riconobbero subito, all’epoca. Iniziammo ad indossarle perché sia io che Elisabetta non volevamo essere riconosciuti, per non venire sempre ricondotti al discorso dei Prozac+. Adesso, il passamontagna è diventato la cifra stilistica, il logo del gruppo.

“Fino a farcela” ha un testo doloroso. Sono gli stessi tormenti di sempre, che già caratterizzavano i testi dei Prozac+ ma in chiave adulta?

I Sick non hanno nulla a che fare con i Prozac ma gli argomenti sono quelli. Quando sei attratto da certe cose lo resti sempre. Io sono attratto dalle persone in difficoltà dai due ai 100 anni, anche dagli animali se sono in pericolo. Non c’entra l’età ma la posizione: c’è una linea dritta per tutti, chi ne è fuori allora mi è vicino. Sono con tutti quelli fuori dal sentiero. Tendo verso le personalità borderline, verso tutte le persone fuori dagli schemi che per me sono ultra-speciali e canto di come qualcuno possa avvicinarsi dall’esterno a loro con amore.

Quanta malinconia c’è nella vostra musica?
È una componente dei miei brani da sempre. Sono molto introspettivo. Scrivere mi ha aiutato a risolvere situazioni pesanti, parlo sempre di robe mie o a me molto vicine, che mi colpiscono. È come se sciogliessi certe questioni nei miei pezzi. Io uso la musica per uscire da situazioni dolorose, ogni sessione in studio ne vale tre sedute dallo psicanalista. La musica mi ha aiutato più di tutto anche se sono in analisi da una vita.

Cosa ti ispira ancora oggi e cosa ti ha formato?
Sono entrato a 13 anni in un movimento, The Great Complotto, nato sulla scia del Punk britannico alla fine degli anni ‘70. Ero un ragazzino, è stata una grande fortuna. Il Punk era finito ma c’erano i derivati, da lì è partito tutto, come la New Wave. Sono nato musicalmente fuori dalla linea comune, tutto ciò che ascoltava la gente in radio neanche lo prendevamo in considerazione. Ho conosciuto musicisti anche importanti solo in età adulta, ora sono meno integralista anche se resto sempre legato a quel mondo alternativo. Le mie sonorità vengono da lì. Da adolescente è giusto essere integralisti, ricordo certi gruppi che quando arrivavano al terzo disco non li ascoltavo più solo perché erano noti ormai. Ero ridicolo ma era giusto così. Se fossi ancora così sarebbe un problema di crescita.

Tu vivi ancora nella tua città, a Pordenone. C’è ancora quel fermento?
Già negli anni ‘90 non c’era più, è finito all’inizio degli anni ’80 ma ci sono tante cose figlie di quel momento come i Prozac+. Ci siamo messi insieme in provincia, abbiamo avuto un percorso diverso da quello di gruppi nati in altre città, con uno sforzo notevolmente superiore ed eravamo figli di quello sforzo. Visto che la strada era diversa, anche musicalmente eravamo diversi ma la provincia ci ha aiutati perché la fatica era maggiore ma lo era anche la creatività.

I legami affettivi sono importanti in una band?
Sono partito sempre legami molto forti. Poi, in età adulta può anche succedere che non sia così. I legami molto stretti possono portare molto in più ma è anche vero che una piccola crepa può portare problemi molto grossi: danno di più sia nel bene che nel male. L’energia che sprigionano i legami forti è enorme ma se si rompe qualcosa anche i danni lo sono. Certo, non puoi mettere insieme un gruppo con gente che non si caga di striscio. Alla fine capisci che puoi starci dentro anche senza legami incredibili ma nessun gruppo è fatto di estranei.

Articolo di Alessandra De Vita

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