Il singolo “Spopolamento al 60%” di Simone Famiglietti anticipa il suo ultimo album, “Cose fatte prima di nascere”, il secondo lavoro dopo l’ep “Le terre del sacramento”. Il cantante e autore classe 2000, formatosi in canto pop al conservatorio, ci racconta quali sono le radici da cui nasce la sua musica e le sfide che si trova a vivere un artista originario della provincia di Avellino trapiantato a Milano, tra influenze che spaziano da Pino Daniele al Gospel, al Jazz e alla Black Music.
Da dove nasce questo singolo e come si lega ai tuoi lavori precedenti?
A novembre 2023 dovevo fare un compito di songwriting per il conservatorio, mi misi a scrivere e ne uscì questo pezzo. È dedicato soprattutto alle mie terre d’origine, come del resto anche l’ep che lo precede “Le terre del sacramento”. Il titolo “Spopolamento al 60%” nasce da una notizia di giornale che avevo letto sullo spopolamento dei borghi in meridione; io vengo da un paesino che si chiama Frigento (in provincia di Avellino) e anche i miei genitori, come molti altri, sono venuti al Nord soprattutto per ragioni legate al lavoro. Personalmente ho sempre vissuto molto questa scissione tra la vita qui a Milano e la vita di giù. Ovviamente ovunque ci sono luci e ombre: non è che sia tutto bianco o nero. Il denominatore comune che secondo me è fondamentale ovunque ci si trovi è il fatto di avere una comunità, un luogo di appartenenza e questo è sicuramente più facile al Sud.
Infatti quando con il mio team del Loft107 (lo studio di registrazione e management dell’artista, ndr) siamo andati giù per girare il cortometraggio legato all’ep la scorsa estate, mi hanno detto “finalmente capiamo cosa intendevi”. Io la vivo sempre con nostalgia perché la comunità che ho abitualmente giù è molto più difficile da trovare qui a Milano. Qui c’è questo mito delle infinite possibilità ma c’è anche molta più competizione tra individui che sono sempre più isolati.
Hai parlato anche di un cortometraggio. Com’è nato l’impeto a realizzare questo lavoro artistico a sé stante accanto alla musica?
Quando avevo finito l’ep mi ero reso conto che servivano delle immagini per esprimere realmente il contenuto delle canzoni. Insieme agli altri ragazzi del Loft107 ci siamo detti “perché non realizziamo un corto?” e ci siamo buttati. Sebbene i nostri mezzi fossero limitati, è stato molto costruttivo e ha rappresentato un nuovo inizio perché poi è da lì che deriva anche il singolo “Spopolamento al 60%”. Volevo trovare qualcosa che rendesse giustizia alle canzoni da un punto di vista artistico, per trovare la mia identità artistica vera e propria.
E com’è stato realizzarlo?
È stato molto sfidante cercare di far rientrare molti ambienti e molte persone che sono amici, persino parenti, in qualcosa di così professionale. Tra l’altro l’aspetto del calore e della comunità è stato molto forte: quelli che ci dovevano aiutare erano dei completi sconosciuti ma ci hanno trattato con una disponibilità molto difficile da trovare altrove. Lì le persone per chiederti chi sei ti chiedono “a chi appartieni?”, cioè qual è la tua famiglia, di cosa fai parte? Persino quelli che dovevano fare le comparse hanno preso il loro ruolo con serietà assoluta, si correggevano a vicenda e si incazzavano se un altro sbagliava.
Cosa racconta il cortometraggio di tutto questo mondo?
Il corto inizia con questo bambino, Enrico, che di lavoro porta il pane al forno per essere infornato. “Le terre del sacramento” è omonimo di un romanzo di Francesco Jovine pubblicato negli anni ‘50 e ambientato proprio nella zona napoletana-molisana. Questo libro mi diede subito la possibilità di lasciarmi andare con l’immaginazione e questa per un artista è la cosa più importante. L’altro personaggio principale invece dà il nome al brano “Ero ricco e sornione”, uno che rimugina e non riesce a uscire dai propri passi falsi. Il cortometraggio ha un linguaggio più fantastico, mentre ”Spopolamento al 60” getta uno sguardo più attuale sul mondo odierno.
Qual è stato il percorso che ha portato all’ep e al nuovo album?
Quasi tutti i pezzi sono stati scritti entro il 2023 e nascono dalla mia esigenza di parlare del mio legame con le mie terre d’origine. Spero nei miei lavori futuri di riuscire a parlare anche di altro, di chiudere questo ciclo. Tra i nuovi pezzi c’è un solo brano che parla di Milano: se tutto parla di passione, amore, comunità, questo parla di quanto sia complicato curarsi della propria emotività in una città che ti porta solo a dare sempre il massimo.
Parlando della tua identità sonora, com’è il tuo processo creativo e come nascono i pezzi? Quali sono le tue influenze?
Io ho un’attitudine black, amo il Gospel e l’RnB, ma ho anche tante influenze più o meno consapevoli nella musica napoletana (Pino Daniele in primis), un certo approccio al cantautorato, cioè molto melodico e fluido. Inizialmente mi misi a scrivere in inglese, poi appassionandomi a molti generi italiani passai a scrivere in italiano. Il connubio coi ragazzi del Loft107 e con quelli del conservatorio mi ha fatto ampliare ulteriormente i miei gusti, mi sono appassionato anche all’elettronica e al sound design. Nell’ultimo anno ho ascoltato molto Tyler, The Creator, Childish Gambino e altri.
Il processo creativo è molto semplice: solitamente scrivo chitarra e voce e poi produciamo insieme agli altri ragazzi del Loft107. È molto fortunato il fatto che tutti noi abbiamo ascolti molto simili ma al contempo ciascuno ha reference diverse e riusciamo a far confluire queste diverse influenze. Il punto comune è sempre rispettare il volere del brano, poi ciascuno apporta il proprio gusto. Ciò su cui siamo tutti d’accordo è che debba essere qualcosa a metà tra l’impronta cantautorale e il mondo black/soul. “Le terre del sacramento” è stato un grande esperimento che ci ha fatto capire man mano che strade prendere, infatti tutte le ultime uscite sono lo specchio della nostra crescita musicale anche a livello cronologico. Dopo aver fatto molta sperimentazione ci siamo detti: rifacciamo tutto questo ma in un’ottica di comunicazione, cioè per farlo arrivare di più agli altri.
Infatti si nota subito che i tuoi brani hanno strutture non convenzionali. Come si lega questo all’esigenza di comunicare?
So che certe forme sono non convenzionali, ma se non mi permetto di sbagliare e di sperimentare non crescerò mai artisticamente. Secondo me qualsiasi artista se fa musica per esigenza è perché sperimenta, poi dipende quanto in là ti spingi e qual è il target che vuoi raggiungere. I paletti e le conoscenze sono fondamentali, ma poi se non c’è una componente di imprevisto non è un processo artistico. Non mi sono mai piaciute le cose fatte con lo stampino o fatte con l’unico scopo di vendere.
Una domanda personale: come hai deciso di studiare proprio canto?
I miei genitori cantavano e cantano in chiesa, con mio fratello cantavamo sempre tutti e quattro quindi mi sono abituato fin da subito ad armonizzare a più voci. Poi mio padre vide una sua ex alunna, Sewit Jacob Villa, cantare come back vocal per Ed Sheeran a Sanremo, la contattò e mi mandò a lezione di canto da lei. Da allora il rapporto non si è mai interrotto e lei è tuttora la mia manager.
Hai già qualche idea per i prossimi progetti?
Per ora mi sono preso un momento di pausa dopo l’uscita dell’album per metabolizzare come le canzoni sono arrivate alle persone. Al momento non mi prefiggo niente, voglio continuare ad esplorare.
Articolo di Pietro Broccanello
