Massimo Stona è un cantautore caratterizzato da una poetica intimista e profondamente umana, in grado di descrivere in punta di penna gioie e dolori del quotidiano così come le contraddizioni della società odierna: il suo ultimo album “Ci faremo bastare i ricordi” (la nostra recensione) ne è la più recente dimostrazione. Ne parliamo con lui in questa chiacchierata.
Il 23 gennaio uscirà una nuova versione del brano che chiude il tuo ultimo lavoro, “Altaluna”, qui impreziosita dal suono avvolgente di un quartetto d’archi. Da cosa deriva la decisione di ri-arrangiare il brano? Che significato porta con sé?
“Altaluna” è un brano molto classico nato al pianoforte, e così è rimasto nella registrazione sull’album, fatta in presa diretta; ma, fin dall’inizio, sapevo che avrebbe meritato di più, dato il senso profondo del pezzo, e per questo, nel momento in cui ho deciso di pubblicarlo come singolo, ho pensato a un quartetto d’archi che potesse dare a esso maggiore profondità, evidenziando il testo e il messaggio.
Parlaci del processo compositivo dietro all’album. È stato un lavoro che si è sviluppato pian piano nel tempo o è stato un processo relativamente semplice?
L’album nel suo complesso è venuto da sé man mano che ci lavoravo; siamo partiti da una sola canzone per fare una sorta di “test” con la nuova produzione di Lorenzo Morra e, una volta definito il sound che stavo cercando, ho iniziato a sviluppare un po’ di idee, nate proprio dalla canzone su cui avevamo lavorato, ovvero “Uragani”, il primo singolo, che ha avviato in me una serie di riflessioni importanti per iniziare a scrivere.
Con “Ci faremo bastare i ricordi” sei arrivato al traguardo del terzo album, prodotto in questo caso, come dicevi, da Lorenzo Morra, mentre per i precedenti “Storia di un equilibrista” e “E uscimmo infine a riveder le stelle” il responsabile del banco di regia è stato Guido Guglielminetti: in che cosa il differente approccio dei due produttori ha influenzato le tue sonorità su disco?
In realtà c’è altro materiale in giro ma decisamente differente e acerbo, si è trattato di auto produzioni che mi sono comunque servite per capire nel tempo le mie caratteristiche, i miei limiti, eventuali pregi e come evidenziarli, per poi arrivare alla svolta artistica effettiva con Guido Guglielminetti, che mi ha incanalato in un determinato percorso creativo e da cui ho imparato davvero molto; il suo approccio è stato, in primis, di totale insegnamento su interpretazione e scrittura, grazie alla sua guida sono nate “Santa Pazienza” e “Io sono Marco”, per esempio; con Lorenzo ho potuto mettere ulteriormente in pratica molte cose imparate cercando un sound differente, unendo così il mio metodo di scrittura a un certo tipo di sonorità che cercavo.
I brani di “Ci faremo bastare i ricordi” hanno un sound ricercato, con parti di elettronica che si miscelano alle strutture cantautorali. Come sei arrivato a questo incontro tra tradizione e modernità?
Esattamente, come dicevo poco fa è stato un percorso di scoperta avvenuto piano piano: l’esperienza maturata con Guido a livello di scrittura e intensità ha trovato la sua controparte nella ricerca sonora di Lorenzo, che ha seguito i miei gusti ma ha dato una svolta importante al sound, trovando così, a mio avviso, l’equilibrio che cercavo fra musica e parole.
“La resistenza” è un invito a non farsi travolgere dalle meccaniche distorte del mondo contemporaneo: nel contesto odierno, come possiamo riuscire a far parte della resistenza invocata dalla canzone?
Il mio messaggio è: recuperando la nostra umanità, accettando di non poter avere il controllo su tutto, ma sapendo che abbiamo grandi responsabilità nelle scelte che facciamo ogni giorno, noi nel nostro piccolo così come i grandi potenti della Terra.
Alcuni dei brani dell’album ci raccontano le vite crude di chi, in un modo o nell’altro, ha preso strade che l’hanno portato a essere estromesso dalla società, e qui mi riferisco in particolar modo a “Puntine”: vorrei approfondissi la storia dietro alla canzone.
L’idea nasce già alcuni anni fa: provare a raccontare la vita dentro le nostre carceri, fra sovraffollamento, precarietà, violenza, abbandono e, purtroppo, suicidi; parte di questo testo era già stato scritto all’epoca del mio album “E uscimmo infine a riveder le stelle”, nel quale il tema e filo conduttore era l’idea di sconfitta, raccontando anche le storie di “outsider” e “perdenti”. Purtroppo, non avendo completato il testo per tempo, ho dovuto mettere il brano da parte; tempo dopo, un articolo su questo argomento ha attirato la mia attenzione e ho ripreso il filo del discorso, completando finalmente il testo e, insieme a Lorenzo, trovando il sound giusto. Credo che uno Stato che si reputi “civile” non possa permettersi certe situazioni di disagio in luoghi la cui funzione dovrebbe essere quella del recupero e della riabilitazione; preferiamo buttare via i problemi e dimenticarci di essi, come in una discarica; questo termine lo uso proprio nella canzone, una “discarica sociale”.
“Asparinu” parla di un pentito di mafia: puoi dirci qualcosa in più sul suo protagonista e sulla genesi del brano?
Anche questo brano era rimasto fuori dal precedente album, ma il motivo era legato a vari dubbi morali che avevo nell’accendere i riflettori sopra un personaggio così negativo, rischiando di non essere capito; per me era però importante raccontare la sua storia e i suoi peccati, entrando nel personaggio in prima persona, e così è stato; credo che sia uno dei brani meglio riusciti del disco, grazie anche al bellissimo vestito musicale che Lorenzo ha cucito sul pezzo.
Cosa c’è nel futuro di Stona?
Adesso è tempo di portare a tutti queste canzoni in versione live; sto facendo un po’ di date in solo al pianoforte e chitarra, riscoprendo il sound originale dei brani così come quando li ho creati, cosa questa che mi piace molto; il set diventa molto intimo, di attento ascolto e di connessione diretta con il pubblico.
Articolo di Alberto Pani
