Ci sono band che attraversano il tempo inseguendo le tendenze del momento e altre come The Peawees che restano fedeli a sé stesse, percorrendo un percorso costruito con coerenza, passione e una visione ben precisa del Rock’n’Roll. Si tratta di un percorso personale fatto di energia, melodie e una continua voglia di mettersi in gioco, conquistando pubblico e critica ben oltre i confini italiani. Con Hervé Peroncini, frontman della band, abbiamo ripercorso alcuni dei momenti più significativi della loro carriera: dagli esordi nella provincia italiana ai tour internazionali, passando per il processo creativo, i cambi di formazione e l’evoluzione della scena rock negli ultimi decenni. Ne è nata una conversazione sincera, in cui emerge con forza il valore che The Peawees continuano a dare all’autenticità e alla libertà di seguire la propria strada, senza lasciarsi influenzare dalle mode o dal consenso. Come hanno dimostrato con la pubblicazione dell’ultimo lavoro “More Scraps” (la nostra recensione). Perché, come racconta Hervé, fare musica non è mai stato un semplice passatempo, ma una necessità.
Dopo tanti anni di carriera, cosa vi motiva ancora a salire sul palco?
Non credo ci sia una motivazione precisa. Suonare non è mai stato un hobby, ma una necessità. È una dimensione naturale, qualcosa che fa parte di te e che continui a fare perché probabilmente non sapresti vivere diversamente.
C’è stato un momento preciso in cui avete capito: ok, questa band è qualcosa di serio?
Desideravo avere una band sin da quando avevo 14/15 anni e sapevo che nel momento in cui l’avrei avuta sarebbe diventata una parte importante della mia vita. Venivamo da una piccola città di provincia dove negli anni ’90 non c’erano molte distrazioni. La band era un po’ la nostra via di fuga e a distanza di tutti questi anni credo continui ad essere la dimensione in cui ci sentiamo più noi stessi.
Come nasce una vostra canzone: da un riff, da un testo o da un’idea?
Non c’è una regola fissa. Nella maggior parte dei casi, mi arrivano mentre strimpello la chitarra. Poi ci sono volte in cui mi viene in mente una melodia mentre sono in giro e allora la registro sul telefono. Può anche succedere che mi venga in mente una frase che mi piace e che inizi a giocarci con la chitarra; intorno a quella costruisco il resto. Diciamo che non c’è un modus operandi che si ripete. So solo che le canzoni mi arrivano quando non le cerco.
Vi capita mai di scartare pezzi a cui eravate molto legati?
Se intendi in fase di composizione, ti direi di sì. Ci capita di provare cose nuove che all’inizio ci entusiasmano, ma ad un certo punto ci rendiamo conto che non funzionano esattamente come vorremmo. In quei casi preferiamo accantonarle e andare avanti, senza forzare le cose.
Suonare all’estero cambia il modo in cui venite percepiti rispetto all’Italia?
Si, penso che avvenga per una differenza culturale. Ci sono paesi come la Spagna, la Svezia e l’Inghilterra in cui la cultura garage punk o rock’n’roll, nel senso più vasto del termine, è molto radicata.Anche in Italia abbiamo un buon seguito e non possiamo lamentarci, ma la nostra percezione è che la nostra musica viene recepita e compresa meglio in altri paesi.
Il live più assurdo o memorabile che avete fatto?
Ce ne sono davvero tantissimi, è impossibile citarne uno solo. Abbiamo vissuto concerti bellissimi in ogni periodo della nostra storia, ognuno per motivi diversi: negli anni ’90 perché era tutto nuovo ed entusiasmante, nel decennio successivo perché avevamo raggiunto una nostra identità e ci sentivamo più sicuri di noi stessi, e ancora oggi perché abbiamo la fortuna di poter suonare in giro per il mondo. Ogni concerto ha una sua storia.
Qual è stata la sfida più difficile che avete affrontato come band?
Penso che la sfida più difficile sia stata il cambio di formazione avvenuto nel 2012. Dopo il tour di “Leave It Behind”, il batterista e il bassista originale hanno lasciato la band ed è stato l’unico momento in cui ho davvero temuto che fosse tutto finito. L’incontro con Tommy mi ha ridato speranza e la voglia di rimettermi in gioco, ma credo che quello sia stato senza dubbio il periodo più duro e la sfida più grande che abbiamo dovuto affrontare.
Cosa avete sacrificato per portare avanti questo progetto?
Sicuramente portare avanti una band underground, soprattutto con ritmi a tratti sostenuti, richiede sacrifici e scelte che inevitabilmente finiscono per influire sui rapporti personali, sul lavoro e su molti altri aspetti della vita. Sono però cose che bisogna mettere in conto nel momento in cui si raggiunge la consapevolezza che questa è la propria natura.
Come vedete oggi la scena rock rispetto a quando avete iniziato?
Abbiamo iniziato in un momento in cui il Rock era ovunque: nei DJ set, in TV, nelle radio, nei negozi di dischi, nei club. Oggi sta diventando una nicchia sempre più piccola, o comunque sta assumendo una forma molto diversa, ed è del tutto normale: è un processo naturale che non si può fermare.La storia ci insegna che tutto torna, ma quando succede lo fa sempre con un’espressività nuova, che chi c’era prima spesso fatica ad approvare o a comprendere fino in fondo, a meno che non riconosca forti riferimenti al passato.Per questo, alla fine, quello che conta è rispettare la propria natura. C’è una dimensione per tutti e il fatto che un linguaggio sia o meno al centro dell’hype del momento ha un’importanza relativa.
Se doveste lasciare un messaggio a chi vuole fare musica oggi, quale sarebbe?
Sempre lo stesso: non tradire la tua natura. Se i tuoi gusti non corrispondono a quello che va di moda, vai avanti senza voltare le spalle alle tue ossessioni. È la differenza tra chi segue una visione e chi rincorre il consenso.
Se mai qualcuno tra 20 anni scopre i Peawees, cosa sperate che capisca di voi?
Te lo dico tra 20 anni!
Articolo di Denise Carulli
Foto di Umberto Donati
