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To The Max! intervista

Band veneta che fonde Action Rock, punk attitude e un pizzico di groove funk

Il mondo dell’Underground è colmo di perle nascoste, pronte solo a essere scovate. Tra queste, una delle più luminose arriva dal Veneto e porta il nome dei To The Max!, trio che negli ultimi anni ha trasformato l’urgenza creativa del lockdown in un progetto autentico, viscerale e carico di energia. Dopo un ep e un album autoprodotto, la band ha trovato nuova linfa con l’uscita dell’omonimo “Two The Max!” per Go Down Records (la nostra recensione), un disco che fonde Action Rock, punk attitude e un pizzico di groove funk. Abbiamo raccolto le parole di Alessandro Marchi, voce e batterista del gruppo, per farci raccontare la nascita del progetto, le influenze, l’evoluzione del songwriting e i piani futuri di una band che non sembra avere alcuna intenzione di rallentare.

Come è nato il progetto To The Max! durante il lockdown del 2020 e cosa vi ha spinto a unire le forze puntando su un sound così diretto ed energico?
I To The Max! nascono dal bisogno di fare qualcosa di unico e personale, cercando di fondere le nostre influenze eterogenee in modo spontaneo. Venivamo tutti da altri progetti che stavano attraversando un periodo di malcontento generalizzato. La decisione di intraprendere un nuovo percorso musicale, praticamente tra fratelli, è stata una ventata d’aria fresca. La scelta del genere è stata naturale: l’action rock aveva lasciato un segno profondo nelle nostre vite. Detto questo, tutti e tre ascoltiamo generi molto diversi e ci piace non porci troppi limiti.

Nel disco si sentono forti echi di band scandinave e italiane. Quali sono gli artisti o gli album che vi hanno influenzato di più nella scrittura di questo lavoro? C’è un pezzo in particolare che rappresenta il “cuore” del vostro Action Rock?
Come dicevo, abbiamo sempre ascoltato generi e artisti molto diversi tra loro. Non abbiamo album di riferimento precisi per la composizione, anche perché alcuni brani esistevano già ai tempi del nostro primo disco, “Midnight Tea”. Se dovessimo citare dei riferimenti, indicheremmo più gli artisti che i dischi: The Hellacopters, The Hives, Lucifer, Danko Jones, KISS, Motörhead, Kvelertak, Black Sabbath, Deep Purple, Small Jackets, Lu Silver e sicuramente tanti artisti funk, che ci hanno ispirato soprattutto nel pezzo “C’mon”. Il brano che meglio rappresenta il trio in questo disco è il singolo “Who”: un mix potente di riff action rock e stoner doom, che definisce perfettamente la nostra identità.

Rispetto al primo album autoprodotto, come è cambiato il songwriting e la produzione di questo nuovo disco sotto etichetta? Avete scritto tutto in sala prove o ci sono state sessioni più strutturate? E chi ha portato più idee per riff e testi?
Più che cambiato, è maturato. Le nostre canzoni nascono sempre in modo spontaneo, ma ora prestiamo maggiore attenzione a non ripeterci troppo e a trovare quel dettaglio in più che in “Midnight Tea” mancava. Le idee partono spesso da me, ma in ogni pezzo c’è almeno un riff, una parte o un testo modificato da Nico e Fracca. Spesso basta una sessione in sala prove per completare il brano. Lo stesso vale per i testi: io scrivo una bozza e poi la rivediamo e sistemiamo tutti insieme.

In alcune recensioni si nota che il songwriting è ancora in evoluzione, con qualche passaggio un po’ ripetitivo. Come accogliete questa critica? Pensate che mantenere una certa omogeneità sia un punto di forza o state già lavorando per rendere il sound più vario nei prossimi lavori?
Dalle recensioni che abbiamo letto ci sarebbe piaciuto avere esempi più specifici sui “passaggi ripetitivi”, in modo da capire meglio e migliorare. Magari nel prossimo disco strizzeremo l’occhio al Prog o al Free Jazz (ride). Scherzi a parte, crediamo che certe soluzioni ricorrenti facciano parte dell’identità di un artista. L’approccio compositivo probabilmente resterà simile, ma una cosa è certa: l’impegno e il divertimento che ci metteremo saranno sempre al massimo.

Essere contemporaneamente batterista e voce principale in un genere veloce e aggressivo come il vostro non è comune. Come gestisci tecnicamente e vocalmente questa doppia sfida dal vivo? Hai dovuto modificare il tuo stile di batteria o di canto?
In realtà l’ho sempre fatto! Fin da quando ho iniziato a suonare la batteria, per imparare i brani mi sono sempre canticchiato i testi o i riff di chitarra, quindi mi viene abbastanza naturale. Nel corso degli anni ho raffinato la tecnica alla batteria e ho capito come mettere groove e fill al servizio della canzone. Per il canto ho preso qualche lezione per gestire meglio la voce e arrivare alla fine dei concerti senza problemi. Nel complesso, non ho mai dovuto sacrificare uno per l’altro.

Ora che “Two The Max!” è uscito, quali sono i vostri piani immediati?
Stiamo lavorando con Go Down Records per organizzare dei mini-tour all’estero e partecipare ad alcuni festival estivi, tra cui l’AMA Music Festival di Vicenza. Nel frattempo stiamo ultimando dei videoclip e componendo nuova musica. Tra le altre cose, abbiamo pronto un EP dalle atmosfere più stoner doom che aspetta solo di essere registrato.

Articolo di Paolo Andrea Pugno

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