Il 9 gennaio, trainato dall’inedito “Guaribili ottimisti”, è uscito il nuovo lavoro dei Vintage Violence, “A Sentimento”, che raccoglie i singoli pubblicati dalla formazione lecchese negli ultimi tre anni (la nostra recensione). Ne parliamo con il cantante Nicolò Caldirola.
“A Sentimento” è composto da cinque brani prodotti e usciti nell’arco di tre anni: cinque fotografie scattate in momenti diversi, ma malgrado ciò tutte facenti parte dello stesso album fotografico. Qual è il filo rosso che riesce a unire così efficacemente un brano con l’altro?
Allora, diciamo che dopo la pubblicazione del “Best Of a fine 2022”, ci eravamo appunto rimessi a scrivere, cosa che non facevamo dall’uscita di “Mono”, che risale al 2021. Un po’ per i nostri tempi tecnici di scrittura e arrangiamento dei pezzi, un po’ per il fatto che comunque cerchiamo di suonare live il più possibile, “Il nuovo mare” è uscito nel 2023, mentre “Sono un casino” l’anno seguente, quando invece, per ciò che riguarda gli altri tre brani del disco, abbiamo pensato di pubblicarli a intervalli più ravvicinati nella seconda metà del 2025, con “Guaribili ottimisti” a chiudere il cerchio il 9 gennaio di quest’anno; l’obiettivo era quello comunque di legarli soprattutto al vissuto attuale, anche se spalmato appunto nel tempo, legarli a diversi temi che abbiamo già trattato in passato, ma che desideravamo in qualche modo riattualizzare. Ad esempio, quello di “Guaribili ottimisti“ è un tema che abbiamo in testa dai tempi della pandemia, e che quindi ci stavamo un po’ trascinando dietro, così come il concetto dietro a “Contro la società securitaria”; i due brani più vecchi li abbiamo ovviamente suonati dal vivo tante volte ormai, però abbiamo comunque trovato che avessero un forte legame anche con gli altri tre, tanto che abbiamo deciso rimasterizzare, appunto, “Il nuovo mare” e “Sono un casino” per renderli ancora più omogenei con i pezzi più recenti.
“Contro la società securitaria” parla di un tema molto attuale: l’eccessivo bisogno di sicurezza nel mondo di oggi, e di come questo diventi una gabbia dorata, vuoi approfondire?
Direi anche come un lasciapassare che si utilizza sempre di più in qualsiasi contesto per coinvolgere e influenzare pesantemente i pensieri individuali delle persone. Oltretutto, tre quarti dei Vintage Violence lavorano in ambiti diciamo educativi, chi con l’immigrazione e i tribunali, chi a scuola e io in sanità e in psichiatria, per cui il tema della sicurezza in un modo o nell’altro siamo costretti ad affrontarlo, ci possiamo rendere conto di quanto questo concetto viene infuso e passa attraverso le coscienze di tutti. Quindi abbiamo voluto ribadire un po’ quanto questa cosa sia sempre più pesante e significativa nelle vite di tutti.
È un processo che secondo te si è acuito dal Covid in poi, oppure era già in atto in qualche modo?
Allora, senza tornare agli anni Settanta perché altrimenti dovremmo aprire mille parentesi, però penso che negli ultimi cinque o sei anni soprattutto questa cosa abbia preso una piega ancora più velocizzata e sia ormai riscontrabile su veramente qualsiasi aspetto della vita quotidiana.
In “Pora stella” mi sono in qualche modo sentito rappresentato: sembra una lettera d’amore alla generazione dei Millennial, travolta una crisi dopo l’altra, un fallimento dopo l’altro, ma che non si arrende all’evidenza.
È qualcosa che noi quattro abbiamo vissuto sulla nostra pelle, perché siamo tutti Millennials, più o meno della stessa età, con anche il fatto di aver avuto figli negli ultimi 15 anni, e abbiamo vissuto proprio un po’ tutto questo percorso da bambini, da studenti, da universitari, da lavoratori, con il fatto di appunto di avere figli, di dover comprare una casa e dover sopravvivere al quotidiano; in più, sicuramente il guardare ai padri che abbiamo avuto, persone che hanno vissuto un’epoca differente, ci fa da una parte ritornare un po’ bambini, ma in prospettiva rispetto a quello che poi sarà dopo di noi e a quello che in noi è rimasto dentro dell’infanzia. In realtà, noi ci sentiamo di essere in una perenne fase adolescenziale, e la musica secondo me è uno strumento, o meglio ancora un simbolo di quanto vogliamo mantenere vivo in noi quell’aspetto così vitale ed esplosivo dell’adolescenza.
L’arrangiamento, secondo me, riporta infatti a quel Punk, a quel Rock alternativo un po’ anni Novanta, di quando noi Millennials eravamo adolescenti o giù di lì, e si sente che c’è da parte vostra dell’affetto per quell’atmosfera; è una cosa quindi voluta o è stato un caso?
Allora, di base i nostri pezzi nascono sempre con una base cantautorale, semplicemente chitarra acustica e voce: il testo è centrale nei nostri brani, quindi tendiamo a modificare le parti strumentali per dare spazio totale ad esso. Il processo creativo è lento perché noi siamo lenti e cerchiamo di fare le cose per come ci vengono naturalmente, senza sforzi, senza fretta: assembliamo le varie parti della canzone appunto mantenendo il testo come unità centrale, e questo vale per “Pora stella” come per le altre.
In “Guaribili ottimisti” si sentono echi di Strokes e in generale di Indie Rock newyorkese anni 2000: ne approfitterei per chiederti se quel mondo vi può avere influenzati, o se essendo in qualche modo ad esso contemporanei siete stati invece influenzati dagli stessi artisti.
Hai appena citato dei mostri sacri per noi, nel senso che come band siamo nati sui banchi del liceo nel 2001, quando usciva “Is This It” degli Strokes, e abbiamo suonato live per la prima volta nel 2002 quando è uscito il mio disco del cuore, che è “Turn On the Bright Lights” degli Interpol, quindi siamo partiti con quel tipo di ispirazione, che è rimasta perché io ascolto ancora oggi quei dischi, sono per me veramente delle pietre miliari. È vero, “Guaribili ottimisti” strizza un po’ l’occhio soprattutto agli Strokes e non sei il primo che me lo fa notare! Credo che nel tempo abbiamo cercato di allontanarci il più possibile da coloro che ci hanno ispirato, quindi anche i Television così come i Velvet Underground, i Doors, gli Stooges e via dicendo, cercando di costruire qualcosa che fosse riconoscibile come nostro e non è assolutamente una cosa facile, è un lavoro certosino su ogni canzone, su ogni disco, per cercare di sgombrare il campo da tutto quello che può essere un richiamo ad altre cose già sentite: a volte ci siamo riusciti meglio, a volte forse peggio, in questo caso il nostro è anche forse un pochino un tributo alla musica Rock di inizio anni 2000, che per noi è stata così importante.
Sempre in “Guaribili ottimisti”, si parla di un tema con il quale tutti possono empatizzare che è quello delle relazioni, ma analizzandolo sotto una prospettiva inedita: l’idealizzazione del rapporto che si schianta contro la realtà delle cose. Vorresti approfondire?
A mio parere nelle relazioni c’è ambivalenza, c’è contraddittorietà a volte, così come c’è in noi stessi, ci si può buttare a testa bassa in una relazione e allo stesso tempo ci sono momenti in cui si vorrebbe fuggirla, sono cose che vanno di pari passo; nel brano tra l’altro c’è un riferimento anche al nostro primissimo disco, una citazione diretta a “Sogno feriale”, che simboleggia appunto questi più di vent’anni di relazioni interne al gruppo, di concerti, relazioni amorose, relazioni amicali che in alcuni casi, come per noi da amici musicisti quali siamo, hanno perdurato nel tempo, mentre in altri invece si sono un po’ sfaldate, sfilacciate, a volte scomparse. Abbiamo voluto così sottolineare quanto anche le cose e le persone che non fanno più strettamente parte delle nostre vite hanno avuto un peso nella nostra crescita, nella nostra storia, in quello che siamo diventati.
Ascoltando “Sono un casino” ho subito pensato al tema dell’auto-sabotaggio, mi sbaglio? Che significato ha questo brano per voi?
Anche qui potremmo proseguire il discorso fatto per “Guaribili ottimisti”, a volte ci auto-sabotiamo, ma nel contempo siamo i primi che riusciamo a riparare i danni. Il regalo che mi sono fatto quest’ultimo Natale è un libro sul masochismo il cui titolo è “Farsi male”, e pensa che uno dei capitoli si intitola Resistere cantando. Personalmente, da cantante mi ci rivedo molto, nelle canzoni noi riusciamo a trovare una terapia che ci fa stare meglio rispetto a tutto quello che ci rovina durante la giornata.
Ho saputo che “Il nuovo mare” in realtà è un riferimento al vostro amore per l’alta montagna! Mi piacerebbe saperne qualcosa in più.
Siamo appassionati, soprattutto io e Rocco (il chitarrista Rocco Arienti, ndr), che andiamo in montagna a camminare e correre, ma anche Ben e Roby (il batterista Beniamino Cefalù e il bassista Roberto Galli, ndr) si fanno i loro viaggi montani. Personalmente ho iniziato a correre in montagna il giorno dopo la fine del lockdown nel 2020. Non avevo mai corso in vita mia, se non giocando a calcio! Noi abitiamo sotto alle montagne, siamo ai piedi delle Prealpi, quindi abbiamo vette che vanno sopra i duemila metri, e correre su e giù per queste salite è completamente differente rispetto alla corsa in strada, in piano, ed è incredibile quanto questa attività ci abbia aiutato a sfogarci da un certo punto di vista e dall’altro a trovare ispirazione.
Rocco cita spesso una frase, non ricordo l’autore (Walter Bonatti, uno dei più grandi alpinisti ed esploratori della storia, ndr), che dice qualcosa tipo sopra i duemila metri non puoi pensare cose cattive. La cito male perché non credo sia esattamente così, però dopo la fatica che fai per arrivarci e il poco ossigeno che hai nel cervello e nel corpo, sei in uno stato quasi di semi trance o meditazione, almeno io lo vedo molto anche sotto un punto di vista meditativo, e sei comunque fuori dal mondo, quindi la montagna è stata comunque un’ispirazione importante per scrivere “Il nuovo mare”: tra l’altro, il video è stato registrato in alta quota, portando gli strumenti in parte con l’elicottero, in parte a spalle, fino in cima. La montagna è fondamentale anche come momento preparatorio per i concerti. A me è capitato molto spesso, la mattina precedente al live, di andare a correre in montagna per stemperare un po’ la tensione che mi attraversa, sempre, ancora oggi, ad ogni data che facciamo.
Avete appena fatto uscire “A Sentimento”, e il 23 gennaio inizierà il tour promozionale di supporto all’ep, con la prima data a Milano: oltre a questo, cosa c’è nel futuro dei Vintage Violence? State pensando di dare un seguito a questo lavoro?
Al momento no, perché ci siamo concentrati appunto sul preparare il tour che, dopo le date invernali, proseguirà anche in primavera ed estate. Per i pezzi nuovi, come dicevo prima, noi abbiamo bisogno di tempo e concentrazione, che adesso appunto stiamo dedicando al tour di “A Sentimento”, e in questo momento vogliamo essere presenti a noi stessi per dare il massimo sul palco.
Articolo di Alberto Pani
