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Willie Peyote intervista

Willie Peyote riflette su identità artistica, ironia e comunicazione nell’era degli algoritmi

Willie Peyote è stato uno dei nomi più caldi di “Dimmi chi escludi”, il concerto tenutosi a Genova il 30 maggio in onore di Don Andrea Gallo e organizzato dalla Comunità di San Benedetto al Porto. Dopo la sua esibizione, si è fermato per scambiare due battute con noi davanti a un drink.

Spesso vieni definito più un cantautore che un rapper. Tu come ti vedi e quale pensi possa essere la differenza “filosofica” tra queste due figure?
In realtà sono gli altri che mi definiscono cantautore, io personalmente mi sento molto più un rapper. Credo che la percezione esterna sia legata a una questione visiva, perché, banalmente, porto gli occhiali e non ho il classico look da rapper, ma anche ai testi, alla musicalità e al fatto che sul palco suono con una band. Quindi sì, per il pubblico passo per cantautore, ma secondo me è una differenza più d’impatto visivo e di arrangiamento che non di reale contenuto.

Nei tuoi pezzi hai sempre usato l’ironia e il cinismo per fotografare le contraddizioni della società. Oggi che la realtà sembra aver superato ogni limite, c’è qualcosa che consideri intoccabile o su cui fai fatica a ironizzare?
No, non credo ci siano temi intoccabili. Negli ultimi tempi la sensibilità generale è cambiata, e secondo me è cambiata in meglio: ci poniamo molte più domande sull’impatto che le nostre parole hanno sugli altri, e avere un occhio di riguardo per la sensibilità altrui non è mai sbagliato. Si può scherzare su tutto, ma bisogna essere capaci di farlo. La differenza sostanziale sta nel capire il bersaglio della battuta: se te la prendi con il carnefice va bene, se prendi in giro la vittima è sempre sbagliato. È lo stesso identico principio della stand-up comedy, un mondo che io studio molto e da cui attingo parecchio.

Il mercato discografico attuale è dominato da algoritmi e canzoni “mordi e fuggi” pensate per TikTok. In un contesto del genere, come può difendersi un certo tipo di musica che mette ancora al centro le parole, i concetti e il contenuto?
Penso che non si possa pretendere di vivere fuori dal mondo o sperare che le regole cambino solo in base a quello che fai tu. Se le dinamiche della comunicazione evolvono, chi fa questo mestiere deve capire i nuovi codici, perché non siamo noi a decidere come gira la comunicazione. Detto questo, si può fare. C’è ancora tantissima gente che ha voglia di approfondire e che cerca qualcosa in più rispetto allo standard. Il segreto sta nello studiare i nuovi mezzi, capirne gli schemi e farli propri per veicolare il proprio messaggio. Alla fine la comunicazione è il nostro lavoro: non dobbiamo pretendere che gli altri facciano uno sforzo per capirci, siamo noi a dover trovare il modo giusto per farci capire.

Articolo di Alberto Pani
Foto di Matteo Bosonetto da press kit

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