Avete presenti i successi più orecchiabili dei Red Hot Chili Peppers come “Californication”, “By the Way”, “Scar Tissue” o “Under the Bridge”? Niente di tutto questo, o comunque davvero poco: diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, il protagonista del documentario intitolato “The rise of the Red Hot Chili Peppers”, disponibile su Netflix da marzo 2026, non è Anthony Kiedis, scatenatissimo frontman del gruppo californiano, ma Hillel Slovak, chitarrista storico e membro fondatore della band. Davanti alle telecamere Kiedis, insieme al bassista Flea, ricordano con affetto, gioia, commozione e tanta nostalgia un’amicizia nata a Los Angeles sul finire degli anni Settanta che renderà questo trio inseparabile e affiatato fino alla morte di Hillel per overdose nel 1988.
La magia dell’incontro fortuito

Ben Feldman, alla regia, riesce bene nell’intento di mostrare il lato umano di questi due adolescenti, Kiedis e Flea, che scappano via da famiglie disfunzionali e trovano rifugio in un amico più grande, Hillel, già chitarrista emergente con un altro gruppo e persona dall’animo molto sensibile. L’incontro avviene, come ogni magico incontro, per caso. Anthony Kiedis e Flea bazzicano per le strade di Hollywood e si spostano nella Città degli Angeli facendo l’autostop. Un giorno, a caricarli in macchina, una bella Datsun con la radio che passa Jim Morrison e il Rock più popolare di quei tempi, è proprio Hillel, “Our brother Hillel”, come recita il sottotitolo del documentario. Attraverso schizzi, disegni originali dello stesso Hillel, foto d’epoca e qualche moderata animazione resa con l’intelligenza artificiale, il racconto dei protagonisti si fa vivo sullo schermo e racconta come i due giovanissimi outsider, salendo su quella macchina, da quel giorno in poi si sarebbero messi sotto l’ala protettiva di un fratello più grande, capace di dare loro tutto l’amore che non ebbero mai ricevuto in famiglia.
Gli incoraggiamenti di Hillel

Hillel è generoso, disponibile, altruista, ma dietro una patina di affabilità protegge un lato molto schivo e tenebroso. Incoraggia Flea a imbracciare un basso e a seguirlo nella band di allora, anche se Flea non aveva mai suonato uno strumento a corde fino a quel momento. Hillel è la prima persona che gli dà fiducia. Antony, invece, non pensa affatto alla musica: ama solo divertirsi con il fratellone Hillel e con il fratellino Flea, scarrozzare per le strade della California, assistere ai concerti e trascorrere notti brave all’insegna della sregolatezza. Finché un giorno qualcosa scatta nella testa di Kiedis: a forza di stare a contatto con l’effervescenza dell’ambiente culturale di Los Angeles, gli viene voglia di scrivere canzoni. Ancora una volta, Hillel sta lì a incoraggiare un fratello “adottivo”, lo spinge a buttare giù dei versi, e un bel giorno, quasi per scherzo, senza che mai nessuno avesse potuto immaginarlo, Anthony Kiedis sale su un palco e fa scintille dal primo istante.

Il mistero che lega il destino di questi tre personaggi è imperscrutabile. Numerose vicissitudini mineranno i loro rapporti, li separeranno a volte, ma alla fine ritroveranno sempre la strada dell’unità. Partiti dalla vivace scena underground della California, i Red Hot Chili Peppers mescolano le sonorità del Funk (ammirano George Clinton, che farà loro da produttore) con i ritmi veloci del Punk. Ecco, dunque, che la preziosità di questo documentario consiste nel presentarci i prodromi e le premesse che hanno portato tre giovani sregolati dalle bravate suburbane ai palchi europei. Il film ci fa rivivere i loro sogni accarezzati sul finire degli anni Settanta e il primo successo, quello più acerbo, ottenuto nel cuore degli anni Ottanta. Per questo l’intervista finale con John Frusciante, che prenderà il posto di Hillel Slovak (assicurando continuità a un gruppo di fatto smembrato dal dolore), sembra quasi appartenere a un’epoca diversa, e per certi aspetti è anche così.

Bisogna comunque riconoscere che John Frusciante, leggendario chitarrista il cui nome è tutt’oggi indissolubilmente legato ai Red Hot Chili Peppers, era per prima cosa un grande estimatore di Hillel, e le migliori performance le otterrà proprio quando non proverà più a nascondere la profonda influenza del suo predecessore, che riecheggia nelle note e nelle sue tecniche di musicista.
Una fratellanza raccontata senza filtri

In ultima analisi, questo documentario è molto interessante perché fa parlare i protagonisti attuali con autenticità, senza filtri, senza autocelebrazioni, senza nascondere quei sentimenti di amore amicale e tenerezza che quasi mai emergono dalla maschera da duro che le rockstar indossano solitamente. Kiedis e Flea sono sinceri nel dolore e nell’amore di cui è pregna ogni loro parola verso l’amico scomparso, che è stato compagno di viaggio, complice di avventure umane e professionali, ma soprattutto il fratello maggiore che non hanno mai avuto. Anche John Frusciante, pur non avendo mai calcato il palco insieme al suo idolo Hillel, si ritrova a gravitare attorno a questa carismatica figura, così assente eppure mai così presente. Il film riesce a mettere questi valori in primo piano, lasciando sullo sfondo il rumore assordante dei soldi e del successo. Perciò vale la pena guardarlo: non sono forse questi i valori più veri e profondi del Rock?
Articolo di Giuseppe Raudino
