Il secondo giorno del Veruno 2 Days Prog 2025, sabato 6 settembre, è stato un trionfo per gli appassionati, con una line up densa di nomi storici di enorme esperienza; una giornata ricca di ottima musica, emozioni, un viaggio nel tempo per molti, nuove scoperte per i più giovani, tutto all’insegna del Prog.


Anche oggi i concerti prendono il via sotto un sole caldissimo e un cielo limpido e terso; al primo posto di partenza sulla tabella di marcia troviamo i milanesi Alphataurus, nati nel 1970, che occupano un posto di rilievo nella storia del Rock Progressivo italiano. La loro fama è principalmente legata al loro omonimo album di esordio del 1973, prodotto da Vittorio De Scalzi dei New Trolls, un vero e proprio “capolavoro nascosto” che è diventato un cult per gli appassionati del genere.

Il loro sound è un’efficace fusione di Rock Progressivo sinfonico e Hard Rock, con influenze che richiamano band come EL&P e Uriah Heep. I brani sono caratterizzati da una struttura complessa, con frequenti cambi di tempo e atmosfera. Dopo la pubblicazione del primo album la band si sciolse, lasciando incompiute le registrazioni del secondo disco; si riuniscono con una nuova formazione nel 2010, e a fine 2011, con l’ingresso di un nuovo batterista / percussionista, completano i brani incompiuti all’epoca dello scioglimento per realizzare il secondo album, “Attosecond0”.


Il loro disco più recente è del 2024, “2084: Viaggio Nel Nulla”, un nuovo concept album che, nonostante la formazione rinnovata a seguito della scomparsa di membri storici, ha confermato la fedeltà del gruppo al loro stile, mescolando Progressive sinfonico e Hard Rock. Un lavoro apprezzato anche live, per la capacità di riprendere le sonorità anni ’70 pur con un tocco contemporaneo, anche nei testi, assolutamente attuali già allora. Si provano emozioni forti durante il loro ascolto: riusciranno questi giovanotti a riprodurre la magia del debutto?

Ci riescono, e anche di più: gli Alphataurus ci accompagnano in viaggi siderali con esperienza e la potenza del loro suono. Sono, in sintesi, un gruppo fondamentale per chiunque voglia esplorare il Rock Progressivo italiano anni ’70: il loro album d’esordio è un vero gioiello di questo genere, ammirato per la sua complessità, le ottime performance musicali e la sua atmosfera unica.

Mentre osservo la preparazione del palco per il secondo gruppo, noto uno dei tecnici seguito da una piccola figura femminile, tutta nastrini e riccioli, e ho pensato guarda che bello, ha portato la sua bimba; dopo pochi minuti scoprirò che la “bimba” è una delle componenti delle Ars Nova, una delle poche, se non unica, band tutta al femminile nel proscenio prog. Nate a Tokyo nel 1983, la loro musica è per la maggior parte strumentale, e fino al 2003 era composta esclusivamente da tastiere, basso e batteria; stasera però, a causa dell’assenza della bassista, abbiamo una formazione di sole tastiere e batteria.

Il loro cuore pulsante è la tastierista e compositrice Keiko Kumagai: una vera virtuosa che domina una vasta gamma di tastiere, dall’organo Hammond ai sintetizzatori digitali. I loro brani sono spesso caratterizzati da assoli frenetici e un intricato lavoro di sovrapposizione di suoni, che richiamano lo stile di Keith Emerson e Rick Wakeman.

Il sound è intriso di sonorità classiche e di un’atmosfera spesso cupa, oscura, teatrale: i loro concept album, come “the Book Of The Dead” si ispirano a mitologie antiche come quella egizia, e temi esoterici ( parliamo dei fantasmini sulla batteria, detto tra noi) , creando un’atmosfera d’ascolto non sempre semplice e a tratti opprimente.

Qualcuno potrebbe sostenere che il loro approccio sia fin troppo cervellotico e che l’eccesso di virtuosismo a volte prevalga sulle emozioni; i più sono qui per ammirare la loro immensa abilità tecnica, l’assenza di sbavature e la complessità delle emozioni. Le Ars Nova sono estremamente meticolose e scientifiche nel riprodurre e a volte migliorare gli stili dei loro maestri. Piccole e minute come bamboline di porcellana, quasi spariscono dietro i loro strumenti, e sono di una simpatia assurda mentre leggono da un biglietto i saluti per il pubblico di Veruno: con le loro voci da bambine esordiscono con frasi come scignore e scignori, vi presento la nostra band. Non si capisce granché, ma il pubblico è assolutamente conquistato.

Le Ars Nova si esibiscono senza sosta e senza pause, e se siete dei fan del Progressive Rock sinfonico, del tastierismo virtuosistico e delle atmosfere complesse e a tratti oscure, la loro musica potrebbe essere una rivelazione per voi. Rappresentano una delle migliori espressioni del Prog giapponese, pur rimanendo saldamente ancorate alle tradizioni dei grandi maestri del genere. La loro carriera dimostra una coerenza stilistica notevole, unita a un’impressionante abilità tecnica che rende le Ars Nova una delle formazioni più interessanti e uniche del panorama prog.

Al terzo posto in scaletta abbiamo gli Agitation Free, band tedesca di Krautrock sperimentale, nata a Berlino nel 1967, considerata una delle formazioni più influenti della cosiddetta “Scuola di Berlino” e trampolino di lancio per molti musicisti. Nel 1972 raggiunsero lo status di gruppo di culto con una unica miscela di Rock improvvisato abbinato a elementi di Electro, Etno, Jazz e Trance. Erano anche soliti sperimentare nei propri concerti con proiettori liquidi, diapositive e i propri film sperimentali, in modi analoghi alle band californiane e britanniche.

I primi due album in studio sono considerati pietre miliari del genere: “Malesch”, del 1972, dal sapore cosmico ed etnico, influenzato dalle registrazioni effettuate durante un tour in Medio Oriente che ha arricchito i loro suoni. “2nd” del 1973, invece, mantiene il caratteristico stile sperimentale seppur con strutture più lunghe e rilassate. La band originale si sciolse poi nel 1974, a causa delle diverse direzioni musicali intraprese dai singoli membri, conseguenza dei loro incessanti tour.

Molti musicisti che passarono dagli Agitation Free ebbero poi carriere di successo, per esempio Christopher Franke divenne un membro fondamentale dei Tangerine Dream, contribuendo al loro successo mondiale, nonchè Michael Hoenig, che collaborò con i già citati Tangerine Dream, oltre a comporre colonne sonore di fama mondiale. Il palco si oscura, avvolto in un’atmosfera densa, quasi esotica, prima ancora che una singola nota venga suonata. Il concerto non inizia con un brano pop, ma è un’improvvisazione che affonda le radici nel Jazz, nella Psichedelia e nelle atmosfere mediorientali ereditate da “Malesch”. Gli Agitation Free non si limitano a salire sul palco: evocano un soundscape.

Guidati da figure storiche come Lutz Graf – Ulbrich alla chitarra, fanno immediatamente vibrare l’aria con un qualcosa di elettrico. Il basso di Daniel Cordes stabilisce un groove ripetitivo e pulsante, una base solida e profonda che a tratti ricorda il Funk, oppure la nascente musica Drone. Questo ritmo incessante ed elastico permette al resto della band di decollare. I duelli e gli intrecci di chitarra sono ipnotici: note acide e cariche di delay ed effetti, planano sulla ritmica con uno stile che fa pensare a un incrocio di Pink Floyd e i Grateful Dead: non si tratta, qui, di virtuosismo Rock classico, ma di esplorazione timbrica e melodica.

Le tastiere aggiungono strati di suoni sintetizzati che creano un senso di vastità e “spazio”, quello stellare: i synth strisciano e fluttuano, come le ipnotiche proiezioni alle loro spalle, portando la musica verso il territorio dello Space Rock puro. Il pubblico non balla nel senso tradizionale del termine, ma è catturato in una sorta di trance ritmica e mentale.

L’interazione degli artisti è ridotta al minimo sindacale, ma Ulbrich non dimentica di esternare l’apprezzamento per il pubblico italiano: Good vibes,bella Italia! Quando gli Agitation Free si congedano, l’applauso non è solo un complimento, un ringraziamento, ma quasi un risveglio: gli ascoltatori si trovano riportati coi piedi per terra dopo un viaggio interstellare o una lunga camminata nel deserto: la sensazione è di profonda liberazione, in linea col loro stesso nome. Il loro non è solo un concerto, ma una seduta di esplorazione sonora che ha ridefinito i confini del Rock Sperimentale tedesco.

Al momento degli immensi headliner di questa seconda giornata, mi rendo conto che il pubblico è aumentato in maniera esponenziale: non c’è praticamente nessuna sedia libera nel campo sportivo di Revislate, e tantissima gente resta in piedi nei pochi angolini papabili. Che differenza tra il palco di ieri sera e quello di adesso, ricco di strumenti, microfoni, attrezzature e quant’altro.


Ed è sold out, signori, per i mitici Colosseum, una delle primissime band a fondere Jazz, Rock e Blues, formati nel 1968 a Londra dal batterista Jon Hiseman e dal sassofonista tenore Dick Heckstall – Smith.
Un nome roboante e pomposo, e in effetti i Colosseum sono un po’ i dinosauri nella storia del Rock: un amalgama di solisti incredibilmente virtuosi, ma con un suono coeso e compatto, musicalmente sempre molto innovativo.


I Colosseum non sono stati semplicemente un gruppo rock prog, ma piuttosto i pionieri di un sottogenere ibrido: il Progressive Jazz – Rock. Fin dalla nascita, infatti, si proposero di fondere l’energia del Rock e del Blues con la complessità armonica e l’improvvisazione tipiche del Jazz. Impazzisce il pubblico all’ingresso del vocalist originale, Chris Farlowe, classe 1940, che porta sì i segni del tempo, tranne che nella stamina e nella voce: ancora potente e calda, e che caratterino! Fissa le lenti senza timidezza alcuna, sicuro di sè, e orgoglioso di esserlo. Noto anche per la sua carriera solista, il suo singolo di maggior successo è stato “Out Of Time” del 1966, scritto da Mick Jagger e Keith Richards, primo nelle classifiche del Regno Unito. We love you, Chris! Continuano a urlargli i fan ancor prima che abbia aperto bocca.


La prima formazione della band, attiva dal 1968 al 1971, ha lasciato un’eredità discografica di enorme importanza: album come “Valentyne Suite”, del 1969, spesso citato come il loro capolavoro, con l’omonima suite a mostrare appieno le loro capacità prog. Abbiamo anche “Daughter Of Time”, 1970: con l’ingresso di Farlowe alla voce, il suono acquisisce una dimensione più potente, pur mantenendo la complessità strumentale. Dopo lo scioglimento iniziale del 1971, i Colosseum si sono riformati nel 1994 con la line up storica, tornando a esibirsi e registrando nuovi album, testimoniando la fedeltà e l’affetto dei fan per il loro sound senza tempo e senza età.


Nonostante la scomparsa di alcuni membri chiave, incluso Jon Hiseman nel 2018, la band ha continuato a onorare la sua eredità, con nuove formazioni e nuove uscite, confermando lo status di leggende del Prog.
Eredità raccolta con professionalità da Malcolm Mortimore, sicuramente non un bimbo di primo pelo neanche lui: l’artista che ha il difficile compito di sostituire Hiseman, uno dei migliori batteristi inglesi, è egli stesso un maestro del suo strumento, avendo suonato con Arthur Brown, Gentle Giant e Chris Spedding, tra i vari. Praticamente, un concerto dei Colosseum è come andare in biblioteca a studiare la storia del Prog, e anche se poteva esserci qualche dubbio circa la possibilità di Farlowe di riuscire a reggere lo spettacolo, lo fa signori miei, eccome se lo fa.

Aiutato certamente dalla tipica tonalità bassa e calda della sua voce, il risultato è stato sorprendente: Farlowe, 85 anni il prossimo ottobre, si può ampiamente permettere di reggere il confronto con il microfono e il suo passato, scherzando, sfottendo, sedendosi a tenere il tempo e comunque partecipando attivamente durante i lunghi passaggi strumentali. Una sorta di folletto attempato, sì, ma lucidissimo, e sfido chiunque alla sua età a cantare intonati, senza autotune e senza risultare patetici: una forza della natura davvero. Non una goccia di sudore, nessuna stanchezza apparente.

Il concerto si conclude con una canzone che dovreste conoscere, a detta di Farlowe, e parte con “Theme For An Imaginary Western”, il bellissimo pezzo di Jack Bruce che nella versione dei Colosseum e dei Mountain aveva raggiunto le sue migliori esecuzioni. Grazie, vecchietti, mi vien da sorridere, perché nonostante io sia di gusti totalmente diversi, sono consapevole di stare assistendo a un evento storico, importante, dove i fan aspettano di incontrare i Colosseum con i vinili al vento da autografare e chissà, magari ci scappa pure un selfie.
Termina così la seconda, imponente serata del festival di Veruno: non resta che prepararci all’ultimo capitolo del 2025, e ve ne parlerò nel prossimo report.
Articolo e foto di Simona Isonni
Set list Colosseum Veruno 6 settembre 2025
- Not Getting Through
- First In Line
- No Pleasin’
- Need Somebody
- The Valentyne Suite
- Ain’t Gonna Moan No More
- Morning Story
- Stormy Monday Blues
- Lost Angeles
- Theme For An Imaginary Western
