Acqui Terme è una placida cittadina dell’alto Monferrato, celebre per l’antica fonte termale ubicata sul lato del centralissimo Corso Italia e per le tante rovine risalenti all’Impero Romano, come i resti dell’acquedotto di Aquae Statiellae o la Necropoli riportata alla luce proprio durante l’anno in corso. Ma sono ben altri i segreti che Acqui nasconde.
Si sussurra infatti che, dietro l’innocua facciata borghese, Acqui Terme sia un luogo magico, vero e proprio crocevia esoterico di tradizioni pagane e cristiane: leggenda vuole, per esempio, che qui vivesse O., l’ultima delle streghe, che a sentire i racconti dei vecchi acquesi era solita celebrare riti propiziatori sul colle conosciuto con il nome azzeccatissimo di Monte Stregone, dove nulla attecchisce, neppure la vita stessa. Oppure che in una caverna segreta risieda Borvo, il genio che secondo la tradizione celtica abita le fonti bollenti. E non parliamo solo di polverose superstizioni legate al passato: il mondo dell’occulto sembra ancora oggi essere profondamente radicato nella cultura cittadina, tra lettura dei tarocchi, antichi riti atti a togliere il malocchio e il ruolo ancora di rilievo della medicina popolare, con le donne più anziane in grado di guarire piccoli malanni compiendo rituali magici tramandati di generazione in generazione.
Il setting sembra essere quindi quello giusto per la conclusione dell’Acqui Rock Festival 2025, che dopo i due appuntamenti di venerdì 22 e sabato 23 – battezzati rispettivamente Spiriti Bollenti, con i dieci progetti musicali esordienti più interessanti della zona, e Punk’n’Roll Night in memoria di Lemmy Kilmister – domenica 24 agosto dedica la terza e ultima serata alle atmosfere mistiche e fiabesche del Progressive Rock.
La location del festival è il Parco degli Archi Romani, un’area immersa nel verde caratterizzata dalla presenza delle sopracitate rovine dell’acquedotto costruito ai tempi dell’Impero, raggiungibile tramite una ripida discesa che collega direttamente la città con questo angolo di natura rigogliosa. Lo spazio dedicato ai concerti è piccolo ma ben strutturato, con un ampio palco ottimamente attrezzato circondato da una moltitudine di stand di vario tipo, dai classici piattoni di carne alla griglia al merchandising delle band. Il pubblico che si dirige verso l’Acqui Rock Festival è quantomai variegato: gruppi di ventenni si mescolano senza soluzione di continuità con i più attempati fan del Prog della prima ora, e t-shirt di band hard & heavy di ogni genere la fanno da padrone per quel che riguarda la scelta dell’outfit.



Sono le ore 19, e il compito di aprire le danze spetta ai giovanissimi Black Ivory: la formazione acquese, guidata dalla cantante e bassista Gaia Basile, propone un repertorio di brani dalle chiare influenze hard rock e metal, come si può evincere dall’opener “Doom’s Dollies” e dalla successiva “Agonia”, unico brano in italiano in scaletta, dove pesanti riff in stile doom si sovrappongono ai breakdown dettati dalla sezione ritmica. Da segnalare la cover di “Running Up That Hill” di Kate Bush, qui riproposta in una potente versione elettrica.


Dopo un rapido cambio palco, è il momento degli Only One Black: Camilla Sedda, Leonardo Piermaria, Davide Moretti, Leonardo Capriotti e Luca Ferrero intrattengono il pubblico con un Prog Metal granitico, in cui cambi tempo precisi si miscelano perfettamente con le linee melodiche e orecchiabili della voce. Si può notare sin dal primo brano “Silver Moon/Moonbeam” l’elevato livello tecnico di tutti i componenti della band, tra assoli di chitarra al fulmicotone di matrice shred e l’intricata ragnatela ritmica fornita da basso e batteria.


Gli Only One Black non si risparmiano nemmeno quando è il momento di dipingere quadri sonori sognanti come dimostra “Dark”, una ballad vicina a certe atmosfere a là Symphony X di “The Divine Wings Of Tragedy”, dove una chitarra suonata con il bottleneck dona un tocco di freschezza alla composizione. I ragazzi chiudono il set con la furiosa “There is no God”, preannunciato dalla band stessa come il pezzo più cattivo del repertorio, e con una bella cover di “Take the Time” dei padri putativi del genere, i Dream Theater.


Salutiamo gli Only One Black per accogliere il terzo gruppo in scaletta, i veterani della scena Prog Rock acquese Plenilunio. Attiva dal 1977, la band delizia gli orecchi della platea con un Prog classico, il cui debito nei confronti di formazioni storiche come Genesis e PFM è evidente: le tastiere tessono una tela sonora soffusa alla quale si sovrappongono le linee vocali di Roberto Maggiotto, vicine al cantautorato italiano anni Settanta, come dimostrato, tra gli altri, dal terzo brano in scaletta “Giugno ’78”, in cui i cambi d’atmosfera continui lasciano volare la fantasia di chi ascolta verso mete sconosciute.


La bella ballata “Tutte le colpe che ho” è introdotta da un arpeggio di chitarra che abbraccia gli accordi delle tastiere in una danza elegante, finché l’entrata della batteria non cambia il mood del brano con una spinta propulsiva che sfocia infine nel tempo dimezzato del chorus.


I Plenilunio chiudono il loro set con “E rimani un fiore”, brano dedicato all’amico Alberto Gaviglio, fondatore prematuramente scomparso della seminale band La Locanda Delle Fate, che ci accompagna dolcemente verso l’entrata in scena del quarto gruppo protagonista della serata, i Wilson Project.


Visivamente, i Wilson Project colpiscono da subito per la loro presenza scenica teatrale: durante il breve intro strumentale, maschere bianche in stile Michael Myers coprono i volti dei cinque musicisti, che vengono infine svelati sull’opener “Ouverture”, in cui la voce cristallina di Annalisa Ghiazza vola sopra al tappeto dei synth mentre la sezione ritmica è impegnata a fare da collante con groove geometrici; “Ragnarok” è invece introdotta da una delicata sequenza di accordi di pianoforte che fluisce in un accompagnamento saltellante, su cui si innesta il tema ossessionante delle tastiere, fino all’intermezzo quasi operistico guidato dalla linea vocale.


Pur mantenendo evidenti le influenze prog rock, la proposta dei Wilson Project è fresca e originale, una ventata di aria pura nel panorama di un genere che, tolte le ibridazioni con la musica heavy, si è in qualche modo cristallizzato in una forma ben definita: prova ne è “Fiori di plastica”, eseguita all’Acqui Rock Festival per la prima volta, in cui sfumature pop e funky vanno a innestarsi sui cambi di tempo caratteristici di questo stile musicale.


Il set si conclude con “Duat”, una cavalcata in cui melodie accessibili, pennellate fusion e impegnativi stacchi ritmici combattono per avere il sopravvento: i Wilson Project salutano così la platea entusiasta per fare spazio agli headliner del festival.


Il Segno Del Comando, che nel 2025 festeggia il trentesimo anno di attività, si presenta al pubblico acquese con il groove martellante di “Sulla via della veglia”, pezzo che fa subito capire di che pasta è fatto l’ensemble genovese: tastiere fluide rincorrono la ritmica quasi funk della chitarra elettrica, basso e batteria si muovono perfettamente all’unisono sostenendo l’ossatura del pezzo, mentre la voce cupa di Riccardo Morello sciorina un misterioso testo dalle tematiche esoteriche.


In “La bianca strada” il basso suonato dal membro fondatore e leader spirituale Diego Banchero è assoluto protagonista con un giro in ottavi eseguito a tempo sostenuto, mentre le chitarre sono impegnate in un duello mortale a suon di licks tra il Classic Rock e lo Shred; “Il mio nome è menzogna” è invece introdotta da un bel riff quasi metal, che muta ed evolve grazie al tempo raddoppiato fornito dalla batteria prima che l’entrata della voce porti temporaneamente il brano su lidi più tranquilli.


Il Segno Del Comando è come un motore perfettamente oliato che funziona a pieno regime, i tanti virtuosismi non risultano mai fini a sé stessi ma anzi aggiungono spessore agli arrangiamenti dei pezzi senza appesantirli, a conferma della coesione della band e della notevole esperienza dei singoli membri; la scaletta scorre infatti senza intoppi sino alla parte conclusiva, con il finale dello show affidato alla suite “Il Segno del Comando”, manifesto sonoro del gruppo e testimonianza della perizia tecnica dei sei musicisti, tra botta e risposta, lunghi momenti di assolo dedicati a ogni strumento e la sezione ritmica che prende per mano gli ascoltatori per guidarli nella labirintica struttura del brano, senza dimenticare una linea vocale melodicamente sentita e quasi sofferente mentre declama i criptici concetti contenuti nel testo.


Siamo alla conclusione della serata, e gli organizzatori dell’Acqui Rock Festival salgono sul palco a ricevere i meritatissimi applausi del pubblico presente: Walter e Mark, coadiuvati da REC Accademia Musicale e dal Comune di Acqui Terme, sono le menti pensanti e i condottieri sul campo di questa tre giorni di musica, e si sono guadagnati tutto l’apprezzamento e la stima possibili per l’impegno profuso e per aver scommesso su un genere musicale notoriamente difficile come il Progressive Rock. Scommessa vinta!
Articolo di Alberto Pani, foto di Silvia Sangregorio
Set list Black Ivory Acqui Rock Festival 2025
- Doom’s Dollies
- Hollow
- Agonia
- Rot in Hell
- Running Up That Hill (Kate Bush cover)
- Haunted (Evanescence cover)
Set list Only One Black Acqui Rock Festival 2025
- Silver Moon/Moonbeam
- Just a Mask
- Dark
- Impressioni di settembre
- Without You
- There is no God
- Take the Time (Dream Theater cover)
Set list Plenilunio Acqui Rock Festival 2025
- Arrivi tu
- Il blu
- Giugno ‘78
- Genesi
- Coppie simili
- Tutte le colpe che ho
- A piedi nudi
- Ci sentiamo
- Il gatto & le lucciole
- E rimani un fiore
Set list Wilson Project Acqui Rock Festival 2025
- Ouverture
- Taiji
- Ragnarok
- Fiori di plastica
- Bolshoi
- Duat
Set list Il Segno Del Comando Acqui Rock Festival 2025
- Sulla via della veglia
- La bianca strada
- Il mio nome è menzogna
- Nel labirinto spirituale
- Missa Nigra
- La Taverna dell’Angelo
- Il Segno del Comando
